22 Ottobre 2026, giovedì
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Uniti o morite: quando il voto serve a contare i fedeli

Dal 18 al 20 settembre la Russia rinnova la Duma. È il primo appuntamento elettorale nazionale dall'inizio della guerra in Ucraina. Una consultazione che promette poche sorprese, molta disciplina e un messaggio già confezionato dal Cremlino: tutti uniti, possibilmente dietro Putin.

In Russia si vota. O, più precisamente, si va alle urne per confermare che la Russia è unita, compatta e pronta a sostenere l’esercito. Il risultato, almeno nella sua cornice politica, sembra essere arrivato prima ancora delle schede.

Dal 18 al 20 settembre i cittadini russi sono chiamati a eleggere la nuova Duma di Stato, la camera bassa del Parlamento. È il primo grande appuntamento elettorale dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, e arriva in un Paese nel quale la guerra ha ridisegnato non soltanto la politica estera, ma anche i confini del dissenso interno.

La parola “competizione”, in questo scenario, rischia di diventare quasi una figura retorica. La sfida elettorale non appare costruita per mettere davvero in discussione il potere, quanto per misurare il grado di adesione al potere. Non tanto chi governerà, dunque, quanto quanti saranno disposti a certificare che chi governa ha ragione.

Il presidente Vladimir Putin ha già fornito la chiave di lettura del voto. Le elezioni, ha sostenuto, dovranno rappresentare l’“unità della Russia” e il “sostegno all’esercito”. Una definizione che lascia alla scheda elettorale un compito piuttosto curioso: scegliere, ma soprattutto dimostrare di essere dalla parte giusta.

Anche la geografia del voto merita attenzione. Le urne saranno aperte in Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, e nelle regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, nelle aree controllate da Mosca. Il Cremlino le considera parte della Federazione Russa. Kiev e la comunità internazionale non riconoscono quelle annessioni.

Così, mentre si vota per il Parlamento russo, si vota anche per ribadire una mappa che la maggior parte del mondo continua a considerare diversa. La matita elettorale diventa, almeno nelle intenzioni di Mosca, anche uno strumento geopolitico. Una croce sulla scheda, e possibilmente anche una croce sopra ogni dubbio.

Il punto, naturalmente, è che un’elezione non vive soltanto di urne e percentuali. Vive di alternative, confronto, possibilità di cambiare maggioranza e di contestare chi governa senza dover prima dimostrare la propria fedeltà alla nazione.

In Russia, invece, il voto arriva dentro una narrazione politica nella quale il Paese è chiamato a stringersi attorno alla leadership e all’esercito. La guerra rende il dissenso più difficile, mentre il patriottismo diventa la lingua ufficiale della politica. E quando la patria entra nell’urna insieme alla scheda, il confine tra scelta politica e prova di lealtà può diventare sorprendentemente sottile.

La vera incognita, allora, non sembra essere chi conquisterà il potere. Quello resta saldamente nelle mani del Cremlino. La questione è piuttosto quale percentuale di consenso verrà trasformata in una nuova fotografia dell’unità nazionale.

Una fotografia nella quale, naturalmente, tutti dovrebbero sorridere.

Perché in tempi di guerra il messaggio è semplice: si può votare, purché il risultato confermi che siamo tutti d’accordo. E se qualcuno non lo fosse, pazienza. L’importante è che la scheda dica il contrario.

Uniti, dunque. Almeno sulla carta.

E possibilmente senza fare troppe domande.

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