26 Ottobre 2026, lunedì
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Cadavere trovato in un appartamento a Torino, la polizia indaga per omicidio

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È ancora tutta da ricostruire la dinamica della morte dell’uomo trovato senza vita nella notte tra giovedì 24 e venerdì 25 settembre in un appartamento del quartiere Madonna di Campagna, a Torino. Sul caso sono al lavoro gli investigatori della Squadra mobile della polizia, che stanno procedendo con gli accertamenti per chiarire cosa sia accaduto e perché la vittima si trovasse nell’alloggio.

L’allarme è scattato intorno alle 23, quando una telefonata al 112 ha fatto intervenire le forze dell’ordine. Una volta entrati nell’appartamento, gli agenti hanno trovato il corpo dell’uomo. Al momento tutte le ipotesi restano aperte, compresa quella dell’omicidio.

Un elemento sul quale gli investigatori stanno concentrando l’attenzione riguarda l’identità della vittima: l’uomo, che non è ancora stato formalmente identificato, non risulterebbe residente nell’appartamento in cui è stato trovato.

Nel corso della notte due giovani, entrambi all’incirca ventenni, sono stati accompagnati negli uffici della Squadra mobile per essere ascoltati. Gli investigatori stanno cercando di stabilire se possano avere avuto un ruolo nella vicenda o se siano semplicemente persone in grado di fornire elementi utili alla ricostruzione dei fatti.

Gli accertamenti non si limitano ai due giovani. La polizia sta ascoltando anche altre persone e raccogliendo informazioni per ricostruire le ore precedenti al ritrovamento del cadavere e delineare con maggiore precisione i rapporti tra le persone presenti nell’appartamento.

Le indagini sono dunque in corso e, al momento, non risultano elementi sufficienti per attribuire responsabilità. Saranno gli accertamenti della Squadra mobile a chiarire le circostanze della morte e a stabilire se dietro il ritrovamento del corpo vi sia effettivamente un delitto.

Iran, Pezeshkian: «La fine della guerra dipende dagli Stati Uniti»

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È Washington, secondo il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ad avere nelle proprie mani la chiave per mettere fine alla guerra. In una lunga intervista a Fox News, il capo di Stato di Teheran ha ribadito che l’Iran non avrebbe scelto il conflitto, ma sarebbe stato costretto a reagire a un attacco. Da qui l’appello rivolto direttamente agli Stati Uniti: se l’amministrazione di Donald Trump vuole fermare le ostilità, sostiene Pezeshkian, Teheran è pronta a discutere un accordo.

«Noi non abbiamo scelto la guerra, siamo stati attaccati e abbiamo dovuto difenderci», ha affermato il presidente iraniano. Una posizione che si intreccia con i tentativi diplomatici avviati dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, impegnato nei contatti con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.

Il piano iraniano: sette giorni per fermare le ostilità

Secondo quanto riferito dal New York Times, Araghchi avrebbe illustrato ai giornalisti, durante un briefing a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, una proposta articolata in due fasi.

Teheran avrebbe messo sul tavolo un piano della durata di sette giorni per interrompere le ostilità, consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz e creare le condizioni per l’avvio di negoziati più ampi sul programma nucleare iraniano.

L’Iran, secondo il ministro, sarebbe pronto ad attuare il piano non appena arrivasse il via libera di Washington. Araghchi avrebbe inoltre indicato come auspicabile la conclusione di un’intesa prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.

Il riferimento al calendario elettorale americano aggiunge un elemento politico a una trattativa che resta estremamente fragile. Per Teheran, tuttavia, il punto centrale sembra essere un altro: capire se l’amministrazione Trump sia realmente intenzionata a riaprire uno spazio negoziale e a farlo nel quadro del diritto internazionale.

Pezeshkian: «Questa guerra ci è stata imposta»

Nell’intervista a Fox News, Pezeshkian ha insistito sulla ricostruzione iraniana delle origini del conflitto. Il presidente ha sostenuto che Teheran avrebbe preferito affrontare le proprie controversie attraverso il dialogo, accusando Israele di avere contribuito a innescare una guerra che l’Iran non avrebbe cercato.

«Quando possiamo risolvere le questioni attraverso il dialogo, non dovremmo ricorrere a ucciderci a vicenda», ha dichiarato. «Ma, a causa delle provocazioni di Israele, questa guerra ci è stata imposta».

Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è però accompagnato da un’apertura al negoziato. «Noi non vogliamo continuare», ha detto Pezeshkian, sostenendo che spetti agli Stati Uniti decidere se interrompere il conflitto.

Il presidente iraniano ha quindi confermato la disponibilità a raggiungere un’intesa con Donald Trump. Nel suo ragionamento, la questione del calendario politico americano non sarebbe determinante: se Washington vuole un accordo rispettoso del diritto internazionale, sostiene Pezeshkian, Teheran è pronta a discuterne indipendentemente dal fatto che ciò avvenga prima o dopo le elezioni di midterm.

«Perché hanno scelto di far saltare tutto a sole due settimane dalla firma dell’accordo?», ha chiesto inoltre il presidente iraniano, riferendosi al fallimento della fragile tregua.

Il nodo degli Houthi

Nell’intervista c’è spazio anche per uno dei dossier più delicati del confronto regionale: il rapporto tra l’Iran e gli Houthi, il movimento yemenita accusato da Washington e dai suoi alleati di ricevere sostegno da Teheran e coinvolto nel conflitto nello Yemen.

Pezeshkian ha respinto l’idea che gli Houthi agiscano sulla base di ordini impartiti dal governo iraniano. «Gli Houthi sono responsabili delle proprie azioni. Non ricevono ordini da noi», ha affermato, descrivendoli come una forza di resistenza regionale che agisce sulla base delle circostanze locali.

Il presidente ha comunque riconosciuto l’esistenza di contatti con il movimento, precisando però che non vi sarebbe «un rapporto sistematico».

È un passaggio destinato a pesare nei futuri negoziati con Washington. Il ruolo dell’Iran nella rete di alleanze e gruppi armati che attraversa il Medio Oriente resta infatti uno dei punti più sensibili del confronto con gli Stati Uniti.

Dalla guerra alla diplomazia, il difficile percorso verso un’intesa

Le parole di Pezeshkian e la proposta attribuita ad Araghchi delineano, almeno sul piano diplomatico, una possibile via d’uscita: cessare le ostilità, riaprire lo Stretto di Hormuz e tornare al tavolo negoziale per affrontare anche la questione nucleare.

Il passaggio dalle dichiarazioni alla realtà, però, resta tutt’altro che scontato. Le posizioni di Washington e Teheran rimangono distanti su diversi dossier, mentre il conflitto coinvolge direttamente anche gli equilibri regionali e il rapporto tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Per ora, il messaggio arrivato da Teheran è chiaro: l’Iran sostiene di essere disposto a negoziare e affida agli Stati Uniti la scelta sulla prosecuzione o sulla fine della guerra. La risposta di Washington sarà decisiva per capire se l’apertura diplomatica potrà trasformarsi in un percorso concreto verso una nuova intesa.

Fine vita, il Governo impugna la legge dell’Emilia-Romagna: il caso finisce davanti alla Consulta

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La partita sul fine vita torna davanti alla Corte costituzionale. Il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la legge dell’Emilia-Romagna sul suicidio medicalmente assistito, ritenendo che la normativa regionale intervenga su materie riservate alla competenza dello Stato.

La decisione, assunta ai sensi dell’articolo 127 della Costituzione, riguarda la legge regionale 28 luglio 2026, numero 10, dedicata alle modalità organizzative per dare attuazione alle sentenze della Consulta numero 242 del 2019 e numero 135 del 2024 in materia di suicidio medicalmente assistito.

Secondo quanto riferito da fonti di Palazzo Chigi, il provvedimento regionale presenterebbe diversi profili di illegittimità costituzionale. In particolare, la contestazione riguarda il fatto che alcune condizioni e procedure siano state definite attraverso linee guida regionali, secondo il Governo in contrasto con i limiti fissati dalla stessa Corte costituzionale.

Nel mirino finiscono, tra gli altri, gli articoli 2, 32 e 117 della Costituzione. Il riferimento è alla tutela dei diritti fondamentali, alla salute e alle materie che rientrano nella competenza esclusiva dello Stato, comprese quelle relative all’ordinamento civile e penale.

Il nodo delle cure palliative

C’è poi un secondo fronte, strettamente legato al primo: quello delle cure palliative.

Per il Governo, l’impianto della legge emiliano-romagnola non assicurerebbe in maniera sufficientemente concreta che, prima di arrivare alla richiesta di suicidio medicalmente assistito, sia effettivamente disponibile un percorso personalizzato di cure palliative e di sostegno alla persona.

È un passaggio che Palazzo Chigi considera centrale. Le fonti governative richiamano anche l’aumento delle risorse destinate alle cure palliative, cresciute di 40 milioni di euro fino a raggiungere complessivamente 140 milioni. Al tempo stesso, viene sottolineato come diverse Regioni non abbiano ancora raggiunto gli obiettivi previsti nell’utilizzo delle risorse assegnate.

Il tema, dunque, non riguarda soltanto il perimetro delle competenze legislative tra Stato e Regioni. Sullo sfondo resta il delicato equilibrio individuato dalla giurisprudenza costituzionale tra autodeterminazione del paziente, tutela della salute e disponibilità effettiva di alternative terapeutiche e assistenziali.

De Pascale: «Scontro politico su dettagli giuridici»

La risposta dell’Emilia-Romagna non si è fatta attendere. Il presidente della Regione Michele de Pascale definisce l’impugnativa uno «scontro politico su elementi di assoluto dettaglio», assicurando che la Regione è pronta ad affrontare il confronto davanti alla Consulta.

Per de Pascale, la decisione del Governo contiene tuttavia un elemento politicamente rilevante: il riconoscimento della possibilità per le Regioni di intervenire sul tema del suicidio medicalmente assistito. Una circostanza che, nella lettura del presidente emiliano-romagnolo, mette in evidenza anche l’assenza di una disciplina nazionale organica.

De Pascale sostiene inoltre che, nei giorni precedenti alla decisione del Consiglio dei ministri, la Regione avesse manifestato la propria disponibilità a intervenire sui punti sollevati dal Governo, pur senza condividere pienamente le relative obiezioni di merito.

Da qui la critica alla scelta di ricorrere direttamente all’impugnazione. Secondo il presidente della Regione, si sarebbe preferita la strada dello scontro istituzionale anziché quella del confronto, su questioni che, a suo giudizio, riguardano aspetti giuridici circoscritti e non modificano la sostanza delle tutele riconosciute alla persona.

La parola passa alla Corte costituzionale

Ora il confronto si sposta sul terreno costituzionale. Sarà la Consulta a stabilire se la legge dell’Emilia-Romagna abbia oltrepassato i confini delle competenze regionali oppure se, al contrario, il quadro delineato dalla giurisprudenza costituzionale consenta alla Regione di disciplinare gli aspetti organizzativi necessari a garantire l’attuazione delle decisioni della Corte.

La vicenda riporta così al centro una questione che da anni procede sul doppio binario della giurisprudenza e della politica: da una parte le sentenze della Consulta che hanno progressivamente definito le condizioni entro cui può essere riconosciuto l’accesso al suicidio medicalmente assistito; dall’altra l’assenza di una disciplina legislativa nazionale capace di trasformare quei principi in una normativa organica.

È proprio in questo spazio, ancora in larga parte affidato alle decisioni giudiziarie e alle iniziative delle singole Regioni, che si inserisce il nuovo conflitto tra Governo ed Emilia-Romagna. E la prossima parola, almeno su questa legge, spetterà ai giudici costituzionali.

Netanyahu all’Onu sfida i contestatori: «Siete codardi». E mostra il cercapersone di Hezbollah

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Il discorso di Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite si apre con un gesto destinato a diventare l’immagine politica della giornata: decine di delegati abbandonano l’aula non appena il premier israeliano fa il suo ingresso. Una contestazione silenziosa, ma tutt’altro che priva di conseguenze simboliche. La sala dell’Assemblea generale si svuota a vista d’occhio, mentre all’esterno del Palazzo di Vetro si levano cori a sostegno della Palestina.

Netanyahu non lascia cadere la provocazione. Quando prende la parola, si rivolge direttamente a chi ha scelto di uscire: «Siete dei codardi morali. Se ce ne sono altri, se ne vadano subito». Una frase che trasforma il dissenso diplomatico in un nuovo terreno di scontro, proprio nel luogo che dovrebbe rappresentare il confronto tra gli Stati.

Il premier israeliano prosegue quindi il suo intervento con una rivendicazione dal forte impatto visivo. Mostra all’Assemblea generale un cercapersone, richiamando alla memoria le operazioni condotte in Libano nel 2024 contro Hezbollah. Secondo la ricostruzione di Netanyahu, quei dispositivi furono utilizzati per colpire e uccidere numerosi miliziani del movimento sciita. Un riferimento a una delle operazioni più controverse e discusse del conflitto tra Israele e Hezbollah, riproposto dal podio dell’Onu come prova della determinazione israeliana nella lotta contro il terrorismo.

Nel suo discorso, il primo ministro affronta anche il tema degli insediamenti e delle violenze commesse da alcuni coloni israeliani. Netanyahu definisce i responsabili «un pugno di giovani teppisti», prendendo le distanze dalle loro azioni. Allo stesso tempo, sostiene che Israele e Stati Uniti abbiano agito per «salvare l’umanità», inserendo la politica di sicurezza israeliana in una cornice più ampia di difesa dalla minaccia terroristica.

Parole che non attenuano le tensioni, ma le riportano al centro del dibattito internazionale. La protesta dei delegati, i cori pro-Palestina e la risposta del premier compongono una scena in cui il confronto diplomatico si intreccia con la guerra delle narrazioni. Da una parte, Netanyahu difende le scelte di Israele e rivendica il diritto di reagire alle minacce. Dall’altra, i suoi critici contestano la condotta del governo israeliano nei territori palestinesi e il costo umano delle operazioni militari.

Mamdani accusa Netanyahu: «Menzogne per coprire il genocidio»

Tra le reazioni più dure arriva quella di Zohran Mamdani, sindaco di New York, che interviene dopo il discorso del premier israeliano. In una dichiarazione diffusa al termine dell’intervento e riportata dalla Cbs, Mamdani accusa Netanyahu di aver utilizzato il palco delle Nazioni Unite per ripetere «menzogne senza fondamento» con l’obiettivo, a suo dire, di «ripulire il suo genocidio dei palestinesi».

Il sindaco richiama inoltre il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale nei confronti del premier israeliano, relativo a presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. «Nessuna menzogna può cambiare il fatto che resta oggetto di un mandato d’arresto», afferma Mamdani.

Il riferimento alla Corte penale internazionale aggiunge una dimensione giudiziaria a uno scontro già profondamente politico. Le accuse rivolte a Netanyahu e la sua difesa delle operazioni israeliane si confrontano così non soltanto sul piano diplomatico, ma anche su quello della responsabilità individuale per le condotte tenute durante il conflitto.

Abu Mazen: «Il popolo palestinese resterà sulla propria terra»

Sul fronte palestinese, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, noto come Abu Mazen, ribadisce la volontà del popolo palestinese di rimanere sulla propria terra. Una dichiarazione che si inserisce nel quadro delle tensioni sul futuro dei territori palestinesi, degli insediamenti israeliani e delle ipotesi di trasferimento forzato della popolazione.

Il messaggio di Abu Mazen si contrappone alla linea espressa da Netanyahu e riporta al centro una delle questioni irrisolte del conflitto: il diritto dei palestinesi a restare nei territori in cui vivono e il futuro politico e territoriale della Palestina.

Susan Sarandon fermata durante le proteste

La mobilitazione contro la presenza di Netanyahu all’Onu non si limita all’interno dell’Assemblea generale. Tra le persone fermate durante le manifestazioni nelle strade vicine al Palazzo di Vetro figura anche l’attrice statunitense Susan Sarandon, da tempo impegnata in iniziative pubbliche a sostegno della causa palestinese.

Il suo fermo contribuisce ad amplificare l’eco della protesta, che si sviluppa contemporaneamente su più livelli: nelle sedi diplomatiche, nelle dichiarazioni dei rappresentanti politici e nelle piazze di New York.

La giornata all’Onu si chiude così con una sequenza di immagini e dichiarazioni difficili da separare dal clima di polarizzazione internazionale. I delegati che lasciano l’aula, Netanyahu che risponde accusandoli di viltà, il cercapersone mostrato come simbolo della lotta a Hezbollah e le proteste per le strade restituiscono il ritratto di un confronto in cui la diplomazia sembra sempre più incapace di sottrarsi alla logica dello scontro.

Scuola, il governo cambia le regole sull’integrazione: tetto del 30% e stop a burqa e niqab

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La scuola torna al centro dello scontro politico. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri interviene su uno dei nodi più delicati del sistema educativo italiano, quello dell’integrazione degli studenti stranieri, e lo fa introducendo un limite del 30 per cento nelle classi prime per gli alunni che non possiedono una conoscenza adeguata della lingua italiana. Il provvedimento prevede inoltre nuovi strumenti per favorire l’apprendimento dell’italiano e interviene sull’abbigliamento in aula, vietando burqa e niqab, vale a dire gli indumenti che impediscono di vedere integralmente il volto.

Una scelta che il governo presenta come funzionale all’integrazione, ma che l’opposizione legge come una misura ideologica e discriminatoria. Il confronto si è acceso immediatamente, trasformando il decreto in un nuovo terreno di battaglia tra maggioranza e centrosinistra.

Meloni: «Regole necessarie per integrare davvero»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha difeso con decisione il provvedimento, definendolo una scelta di «buonsenso». In un messaggio sui social ha sottolineato come l’obiettivo sia evitare la formazione di «classi-ghetto» e creare condizioni più omogenee per l’apprendimento.

La logica illustrata dalla premier è quella di un’integrazione che, nelle intenzioni del governo, non può prescindere dalla conoscenza della lingua italiana. Il limite del 30 per cento non viene dunque presentato come un divieto generalizzato alla presenza di studenti stranieri nelle classi, ma come uno strumento rivolto agli alunni che incontrano maggiori difficoltà linguistiche.

«Una scuola che integra senza rinunciare alle regole», ha spiegato Meloni, deve anche sostenere chi parte da una condizione di maggiore difficoltà e mettere gli studenti nelle condizioni di confrontarsi con un percorso scolastico comune.

Intervenendo in videocollegamento alla festa del quotidiano Il Tempo, la presidente del Consiglio ha respinto anche l’interpretazione secondo cui la misura avrebbe l’obiettivo di allontanare gli studenti stranieri. Al contrario, secondo Meloni, il tema dell’equilibrio nella composizione delle classi sarebbe stato affrontato, in forme diverse, anche da precedenti governi.

Il secondo punto destinato a far discutere riguarda il divieto di burqa e niqab nelle scuole. Meloni ha precisato che la norma non riguarda il semplice velo che copre il capo, ma gli indumenti che nascondono il volto.

«A scuola si va a viso aperto», è stata la posizione espressa dalla premier, che ha collegato la questione sia al tema dell’integrazione sia a quello della sicurezza. Secondo Meloni, impedire che una donna o una bambina possa mostrare il volto significherebbe anche comprimere diritti fondamentali.

Schlein: «Il governo guarda nella direzione sbagliata»

Di segno opposto la reazione della segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che ha definito il provvedimento «vergognoso».

La leader dem ha spostato il fuoco della discussione dalle nuove regole sull’integrazione alle condizioni materiali della scuola italiana. Nel suo intervento ha richiamato il problema dell’edilizia scolastica, i costi dei libri di testo e il livello degli stipendi degli insegnanti, sostenendo che siano queste le emergenze sulle quali il governo dovrebbe concentrare le proprie risorse.

Secondo Schlein, il decreto rischierebbe di trasformare gli studenti stranieri in un bersaglio politico, mentre resterebbero irrisolte questioni strutturali che riguardano l’intero sistema scolastico.

«La scuola è aperta a tutti», ha ricordato la segretaria del Pd, richiamando il principio costituzionale che garantisce l’accesso all’istruzione.

Il confronto, dunque, non riguarda soltanto il contenuto tecnico del decreto. È una contrapposizione tra due idee differenti di integrazione scolastica. Da una parte il governo insiste sulla necessità di rafforzare la conoscenza dell’italiano e di evitare concentrazioni eccessive di studenti con difficoltà linguistiche. Dall’altra l’opposizione contesta l’impostazione politica del provvedimento e sostiene che il problema debba essere affrontato investendo maggiormente sulla scuola nel suo complesso.

Il nodo delle classi e della lingua italiana

La questione linguistica è destinata a essere uno dei punti centrali nell’applicazione della nuova disciplina. Il principio alla base della misura è che la conoscenza dell’italiano rappresenti una condizione essenziale per seguire efficacemente le lezioni e partecipare pienamente alla vita scolastica.

Il governo lega quindi la distribuzione degli studenti all’obiettivo di impedire che alcune classi si trasformino in realtà con una concentrazione particolarmente elevata di alunni che necessitano di un percorso di alfabetizzazione.

È proprio su questo passaggio che si concentra una parte significativa della polemica politica. Il confine tra una misura pensata per favorire l’integrazione e una che rischia di produrre separazione sarà infatti determinato, in concreto, dalle modalità con cui le nuove regole verranno applicate nelle scuole.

Il caso Belluno e gli opuscoli sul clima

Nel frattempo, sul fronte scolastico, il Partito democratico ha sollevato un’altra questione, questa volta legata all’educazione ambientale.

Annalisa Corrado, responsabile ambiente della segreteria nazionale del Pd ed eurodeputata, e Rachele Scarpa, deputata dem, hanno contestato la diffusione nelle scuole del Bellunese di opuscoli che, secondo le parlamentari, sostengono posizioni negazioniste o comunque in contrasto con il consenso scientifico sul cambiamento climatico.

Nel mirino sono finiti, in particolare, alcuni passaggi relativi al rapporto tra riscaldamento globale ed emissioni di CO2 e alla possibilità di intervenire per rallentare gli effetti della crisi climatica.

Corrado e Scarpa hanno chiesto il ritiro immediato del materiale, definendolo «propaganda antiscientifica». La vicenda è stata inoltre portata sul terreno istituzionale attraverso interrogazioni presentate in Regione e in Parlamento.

La polemica coinvolge anche la Regione Veneto, chiamata dalle esponenti del Pd a chiarire il proprio ruolo nella diffusione dell’opuscolo e la posizione del presidente della Regione, Stefano Stefani.

Due battaglie, una stessa scuola

Il filo che unisce le due vicende è il ruolo della scuola come luogo nel quale si formano non soltanto competenze, ma anche cittadinanza, identità e capacità critica.

Da una parte il governo punta a intervenire sulle condizioni dell’integrazione, indicando nella conoscenza dell’italiano e nel rispetto di alcune regole comuni i presupposti per una maggiore inclusione. Dall’altra l’opposizione contesta priorità e impostazione, chiedendo di concentrare l’attenzione sulle condizioni strutturali degli istituti, sul personale e sul diritto all’istruzione.

Sul caso degli opuscoli sul clima, invece, il confronto si sposta sul rapporto tra scuola, informazione scientifica e pluralismo delle opinioni.

Sono discussioni diverse, ma entrambe riportano la scuola al centro di una domanda più ampia: quali conoscenze, quali regole e quali valori debbano essere messi alla base della formazione delle nuove generazioni. Un terreno sul quale le differenze politiche, inevitabilmente, diventano particolarmente visibili.

Addio Freud, ciao Maschio: quando l’Eros lascia il posto al bisogno di essere visti

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A cura di Gilberto Borzini

L’Era del Disagio che stiamo attraversando coincide con una contraddizione quasi estrema che presenta l’Io narcisista che vive nell’invisibilità e nell’amore cerca soprattutto il “riconoscimento”, l’affermazione della propria esistenza e individualità.

Riprendo il discorso da dove l’ho terminato nell’articolo di ieri.

Se nel passato disponevamo della “coppia romantica” confermata nell’idea della procreazione, ovvero della famiglia all’interno della quale l’individuo era disposto a sacrificarsi in funzione della famiglia e dei figli, più recentemente ci siamo trovati davanti alle “coppie narcisistiche”, in cui l’altro dei due era utilizzabile come strumento di compensazione alle proprie mancanze in un rapporto, se vogliamo, di reciproco cannibalismo in cui nessuna delle parti era disponibile al sacrificio. In quel tipo di coppia anche la gestione della prole si manifestava fortemente caratterizzata dal confrontazionismo delle parti, in una lotta per l’aggiudicazione del potere e del controllo.

Infine, dagli anni 2000 in avanti, per le nuove generazioni ci troviamo di fronte all’individuo “compiuto in sè”, magari anche grazie a strumenti telematici, che non cerca la propria realizzazione nella relazione affettiva ma, al contrario, teme il doversi fare carico anche delle problematiche personali del partner oltre che delle proprie.

Questo atteggiamento definisce una difficoltà non indifferente sul piano relazionale, mentre le giovani coppie che si formano sembrano essere molto più aggregate sotto l’aspetto psicologico, ovvero dall’essere “riconosciuti e considerati”, che non dalla relazione fisica o erotica, caratterizzante le coppie d’altri decenni.

Addio Freud e ciao Maschio

Per chi come me e quelli della mia generazione sono cresciuti e hanno affondato i propri studi nell’universo freudiano e post freudiano, fino a Lacan, per intenderci, la scomparsa dell’Eros dall’orizzonte adolescenziale rappresenta non solo una sorpresa, ma una contraddizione in termini, un ribaltamento delle concezioni fondamentali.

Significa la messa in discussione della centralità della pulsione erotica per la determinazione nevrotica, fondamentale nell’epoca decadentista viennese, e una riduzione della pulsione erotica a favore di impulsi narcisistico relazionali di altra natura, più coerenti con l’evoluzione dell’Es del potere  e del controllo affermato da Groddeck, un Es che si manifesta nel rapporto relazionale e necessita del riconoscimento altrui per affermarsi.

Assistiamo così a due fenomeni cocorrenti: da un lato la sminuizione del concetto pulsionale originario e dall’altro la diminuzione della “mascolinità” che in Freud giungeva alle vette, piuttosto sconcertanti, dell’invidia del pene o del rapporto inquietante tra Eros e Thanatos.

Nella sminuizione del valore pulsionale la figura maschile perde di autorevolezza e autorità se non addirittura di significanza lasciando così che la sessualità si orienti a favore della “riconoscibilità” passiva, confermando l’affettività a favore di chi, magari anche saltuariamente e episodicamente, rende il soggetto “riconosciuto e riconoscibile”: se esisto ai tuoi occhi posso volerti bene.

L’Io invisibile

Il dramma in corso, la fonte prima del disagio esistenziale, si chiama “invisibilità”.

Molti figli si percepiscono invisibili agli occhi dei genitori, parcheggiati in nidi, asili, scuole, affidati a baby sitter, televisori e videogiochi, stentano a riconoscersi individualmente nella costante distrazione parentale, e finsiscono con l’attribuire alla propria esistenza la stessa consistenza dei videogiochi, versione contemporanea della Shakespeariana consistenza dei sogni.

Inevitabilmente virtualità e realtà tendono a sovrapporsi in un universo psicologico che nega affermazione e riconoscibilità all’invadenza dell’Es, prevalente rispetto alle attese non potendo contare su un adeguato opponente Super Io (regole, norme, negazioni, divieti) per la definizione dell’Io fino a ieri risultante.

L’Es diviene prevalente e vive nell’assenza di oppositori ma anche di identificatori, di elementi in grado di riconoscerlo e di attribuire all’individuo sostanzialità, solidità, realtà.

Così osserviamo, non senza stupore e preoccupazione, forme aggressive in cui l’Es si manifesta anche in età prepuberale e modalità affettive dimentiche dell’Eros ma tese e orientate all’affermazione della propria esistenza in età adolescenziale, come se una nuova umanità, molto differente e persino divergente dalle precedenti, fosse apparsa al mondo.

Scuola, Pedagogia e Psicologia

Se quanto ho scritto non sembra totalmente campato per aria, allora è fondamentale che la forma pedagogica dell’istruzione scolastica assuma su di sé l’onere del riconoscimento dell’individuo, un riconoscimento che, un tempo, era filtrato dal giudizio e dal voto che l’alunno conseguiva in virtù del proprio impegno individuale, valore minimo di quell’opposizione regolatoria che il Super Io incorpora per generare, dialetticamente con l’Es, l’Io.

Serve, per quanto possa apparire paradossale in tempi buonisti e di promozione collettiva, un ritorno al voto basso quando necessario, al recupero settembrino, alla differenziazione valoriale espressa dall’autorità del corpo docente, a quelle forme di “differenziazione sul campo” che consentano agli allievi di percepirsi nella popria unicità e individualità e, attraverso quel riconoscimento, ad affermarsi esistenti.

Quello che osserviamo nella società giovanile è, o appare essere, un cambiamento paradigmatico nelle qualità relazionali e né la scuola né la pedagogia possono permettersi di sottovalutare la mutazione in corso e di percorrere tracciati già percorsi di fronte ad un mutato modello psicologico collettivo.

 

Menotti Art Festival, Spoleto si accende: da giovedì il centro storico diventa un grande palcoscenico dell’arte

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Nella fotografia: Prof Luca Filipponi, l’intellettuale romano Luigi Celi e Neria De Giovanni presidente internazionale dei critici letterari.

Il Menotti Art Festival Spoleto entra nel vivo. Da giovedì 24 settembre la manifestazione moltiplica i suoi appuntamenti e porta nel cuore della città una nuova sequenza di mostre, incontri e iniziative che accompagneranno il pubblico per tutto il lungo fine settimana. Un programma articolato, costruito attraverso sedi diverse e linguaggi differenti, nel quale l’arte contemporanea dialoga con la letteratura e con la storia culturale di Spoleto.

Il festival, però, ha già oltrepassato i confini della città umbra. Il suo percorso espositivo si è infatti sviluppato anche attraverso altre sedi e realtà culturali. A L’Aquila, Capitale italiana della Cultura, è allestita la personale dell’eclettico artista William Tode, ospitata a Palazzo Le Cancelle, mentre al Consiglio regionale dell’Abruzzo prosegue la mostra collettiva condivisa. A Monteleone di Spoleto è possibile visitare la personale di Rita Neri al Museo Archeologico, mentre a Roma, al Teatro Aleph, è in corso una collettiva internazionale curata dal promoter Alessandro Maugeri.

Il circuito romano si prepara inoltre a una nuova tappa. La mostra precedentemente ospitata a Trastevere, in vicolo del Bologna, sarà infatti seguita da una nuova kermesse dedicata all’arte e alla letteratura, curata dal professor Luca Filipponi. Un progetto che conferma la vocazione del festival a costruire una rete culturale capace di superare i confini della singola manifestazione e di mettere in relazione artisti, intellettuali e realtà espositive.

Da giovedì 24 settembre il baricentro torna però a essere Spoleto. Al Teatrino delle Sei, in Piazza della Signoria, prenderà il via la mostra curata dal maestro Andrea Natale, con la partecipazione di Andrea Natale, Loredana Civitillo, Domenico Di Mundo, Nicola Zampella, Mauro Del Vescovo e Simone Civale.

Sempre al Teatrino delle Sei sarà protagonista “L’Arte in scena”, iniziativa curata da Luca Filipponi e Alessandro Maugeri. Un’esposizione corale che riunisce Francesco Giovanni Ruggero Plutino, Lorenzo Ludi, Paola Sonnino, in arte Polason, Eugenia Serafini, Maris Schiavo, Andrea Natale, Silvio Natali, Valerio Giuffrè, Tony Raggetti, Alessandra Mapelli, Giovanni Mapelli, Evelina Marinangeli, Antonella Calorini, Silvio Amato, Rita Neri, Luciano Vetturini, Mario Lo Coco, Morena Bellanca e Alina Okuneva.

Il percorso espositivo prosegue a pochi passi di distanza, sempre in Piazza della Signoria, alla Galleria Polidarte, dove sarà presentata la personale dell’artista pugliese Saverio Minnini, curata dal professor Luca Filipponi.

Altro punto centrale della manifestazione sarà Palazzo Mauri, che fino a domenica sera ospiterà lo Spoleto Meeting Art, curato da Paola Biadetti e Luca Filipponi. La presentazione critica è affidata, venerdì, a Sandro Costanzi. In mostra saranno presenti Morena Bellanca, Silvio Craia, Rosanna Della Valle, Mario Lo Coco, Lorenzo Ludi, Maurizio Maglio, Piergiorgio Maiorini, Evelina Marinangeli, Olano Omar, Mauro Ottaviani, Elisabetta Serafini e Paola Sonnino.

Ne emerge una vera e propria geografia culturale nel cuore di Spoleto, con luoghi storici e spazi dedicati all’arte chiamati a diventare altrettanti punti di un unico itinerario. Non una semplice successione di mostre, dunque, ma un circuito nel quale pittura, ricerca contemporanea, letteratura e confronto culturale provano a convivere all’interno dello stesso progetto.

È proprio questa dimensione diffusa a caratterizzare il Menotti Art Festival: l’arte non confinata in un’unica sede, ma inserita nel tessuto urbano e chiamata a confrontarsi con il pubblico, con gli artisti e con il patrimonio della città.

Per alcuni giorni Spoleto torna così a essere, nella sua dimensione più naturale, una città teatro. Un palcoscenico aperto nel quale le opere occupano gli spazi della cultura e la cultura, a sua volta, torna a incontrare la città.

Electrolux, Primotecs e Radici Chimica: l’industria italiana chiede risposte

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Electrolux, Primotecs, Radici Chimica. Tre aziende, tre territori, tre crisi industriali diverse per dimensioni e caratteristiche, ma accomunate da una stessa domanda che arriva dai lavoratori: conoscere quale futuro li attende. È su questo terreno che la deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino ha portato in Parlamento le vertenze di Cerreto d’Esi, Avigliana e Novara, chiedendo al governo e alle aziende di passare dalle convocazioni alle soluzioni.

Il caso più delicato, per dimensioni e ricadute occupazionali, resta quello di Electrolux. Appendino chiede che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riferisca prima del tavolo previsto il 5 ottobre, alla luce del piano che prevede, secondo quanto denunciato dalla parlamentare, 1.450 esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi.

«Chiediamo che Giorgia Meloni venga a riferire su Electrolux prima del tavolo del 5 ottobre», ha dichiarato la deputata, ricordando la mobilitazione del 15 settembre ai cancelli dello stabilimento marchigiano, dove si erano ritrovati lavoratori provenienti dagli impianti Electrolux di tutta Italia.

La vertenza, nelle parole di Appendino, diventa anche il simbolo di una questione più ampia: il rapporto tra multinazionali, risorse pubbliche, occupazione e politica industriale. La deputata contesta la distanza tra la narrazione di un’economia nazionale in crescita e le difficoltà che, a suo giudizio, emergono dai tavoli di crisi e dagli stabilimenti produttivi.

Il passaggio più duro riguarda proprio il comportamento attribuito a Electrolux. «Quello che fa Electrolux non è impresa: è predazione», ha affermato Appendino, sostenendo che l’azienda abbia beneficiato negli anni di risorse pubbliche e distribuito dividendi, per poi prospettare oggi un forte ridimensionamento della propria presenza industriale in Italia.

La parlamentare ha quindi chiamato direttamente in causa Meloni, richiamando uno dei temi centrali della comunicazione politica del governo: la difesa della Patria e dell’interesse nazionale. «La Patria non è uno slogan da comizio», ha detto, indicando nei lavoratori degli stabilimenti di Cerreto d’Esi, Porcia, Susegana, Forlì e Solaro il volto concreto di quella stessa idea di Paese.

Per Appendino, la risposta dovrebbe arrivare anche attraverso un confronto diretto con Electrolux, a partire dalla richiesta di considerare inaccettabili gli esuberi e la chiusura dello stabilimento marchigiano. La questione, nella sua impostazione, non riguarda soltanto il destino di una singola fabbrica, ma la capacità dell’Italia di preservare competenze, filiere e occupazione industriale.

Primotecs, l’attesa dei lavoratori di Avigliana

Dalle Marche al Piemonte il copione cambia, ma non la richiesta di certezze. Alla Primotecs di Avigliana, secondo quanto riferito da Appendino, oltre 150 lavoratori sono da mesi impegnati nella difesa del posto di lavoro e del futuro dello stabilimento.

La deputata è tornata ai cancelli dell’azienda mentre i dipendenti attendevano un confronto istituzionale sulla crisi. Il tavolo previsto al ministero, però, è stato rinviato più volte, prima di una settimana e successivamente di altre due.

La prospettiva indicata dai lavoratori è legata soprattutto alla possibilità di individuare un acquirente disposto a presentare un progetto industriale sostenibile. «Sono disperati e l’unica speranza per questi lavoratori è che ci sia un acquirente, un progetto sostenibile che non li lasci in mezzo a una strada», ha affermato Appendino.

La richiesta rivolta al Mimit è dunque quella di confermare senza ulteriori rinvii il tavolo previsto per il 12 ottobre. Nel frattempo, la situazione sul piano sociale si è ulteriormente complicata. I lavoratori, secondo quanto riferito dalla parlamentare, sono senza cassa integrazione da tre mesi e hanno annunciato iniziative di protesta davanti alla sede Inps di Collegno.

Anche in questo caso Appendino ha chiesto un intervento alla ministra del Lavoro Marina Calderone: «Una telefonata alla ministra Calderone non mi sembra fantascienza ma semplice buon senso».

Radici Chimica, il nodo degli esuberi e il rischio degli esodati

Nel mosaico delle vertenze entra anche Radici Chimica, realtà industriale del Novarese dove, secondo la denuncia della deputata, circa 80 lavoratori potrebbero perdere il posto, una volta escluse le persone interessate da ricollocazioni interne, dimissioni volontarie e prepensionamenti.

È una cifra che assume un peso particolare in un territorio dove l’industria rappresenta una componente significativa dell’economia locale. Ma, soprattutto, è la composizione anagrafica della platea a preoccupare. Gran parte dei lavoratori coinvolti avrebbe più di 50 anni, una condizione che, secondo Appendino, potrebbe rendere particolarmente difficile un nuovo ingresso nel mercato del lavoro e creare il rischio di una fascia di lavoratori sospesi tra occupazione e pensione.

«Rischiamo decine di esodati», ha sottolineato la deputata, che ha spiegato di stare seguendo la vertenza insieme ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali.

Da qui la richiesta alla maggioranza di garantire l’audizione dei sindacati, anche in vista del nuovo incontro con il ministero previsto per il 13 ottobre. Ma l’appello non è rivolto soltanto alle istituzioni.

All’azienda, Appendino chiede di mettere sul tavolo un piano industriale e un piano di investimenti per i reparti destinati a rimanere attivi, insieme a indicazioni precise sulla gestione del personale.

Il punto, per la deputata, è soprattutto la sequenza delle decisioni: «Prima di parlare di esuberi, bisogna vagliare ogni possibilità di mobilità interna».

È una posizione che riporta la discussione dal numero degli esuberi alla strategia industriale. Se una parte dello stabilimento continua a produrre, la domanda diventa quale investimento sia previsto, quali siano le prospettive dei reparti ancora operativi e quali strumenti possano essere utilizzati per evitare che la riorganizzazione si traduca automaticamente in perdita di posti di lavoro.

«I lavoratori non hanno colpe e hanno bisogno di risposte e di tutele», ha concluso Appendino durante l’audizione dell’azienda in Commissione Attività produttive.

Tre vertenze, una questione industriale

Electrolux, Primotecs e Radici Chimica fotografano situazioni differenti, ma mettono in evidenza lo stesso punto: dietro i numeri delle procedure di riorganizzazione ci sono persone, competenze e territori che rischiano di perdere pezzi della propria struttura produttiva.

A Cerreto d’Esi si discute della permanenza di un grande gruppo internazionale e del futuro di uno stabilimento storico. Ad Avigliana il nodo è trovare un acquirente e impedire che i rinvii istituzionali aggravino una situazione già fragile. Nel Novarese, invece, la questione ruota attorno alla tenuta occupazionale di Radici Chimica e alla necessità, secondo la richiesta avanzata da Appendino, di conoscere prima le strategie industriali e gli investimenti e soltanto dopo discutere di esuberi.

Tre vertenze che riportano al centro una domanda essenziale per la politica industriale: che cosa accade dopo l’annuncio della crisi?

Per i lavoratori, la risposta non può essere soltanto una nuova convocazione. Servono tempi certi, piani industriali verificabili, investimenti e strumenti di tutela. E, soprattutto, serve sapere se esiste ancora un progetto produttivo capace di tenere insieme competitività delle imprese e occupazione.

È su questo terreno che ora sono attesi i prossimi passaggi istituzionali: il 5 ottobre per Electrolux, il 12 ottobre per Primotecs e il 13 ottobre per il nuovo confronto ministeriale sulla vertenza Radici Chimica. Date diverse, ma con lo stesso banco di prova: trasformare le crisi industriali da dossier aperti a percorsi concreti di soluzione.

La nuova economia del clima: l’Italia cambia pelle per non farsi travolgere

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A cura di Salvatore Guerriero, Presidente nazionale e internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo – PMI INTERNATIONAL

C’è una nuova economia che sta entrando nella nostra vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Non è soltanto quella dell’intelligenza artificiale, della robotica, della digitalizzazione e delle nuove tecnologie. È un’economia che nasce dalla necessità di adattarsi a un clima che sta modificando condizioni e precondizioni sulle quali, per generazioni, abbiamo costruito produzioni, abitazioni, città, attività agricole e modelli di lavoro. Il cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale. È diventato un parametro economico, produttivo e sociale con il quale dovremo necessariamente confrontarci.

Le temperature aumentano, i periodi di siccità diventano più frequenti, le precipitazioni assumono caratteristiche sempre più irregolari e gli eventi estremi possono compromettere produzioni e infrastrutture. Cambiano le condizioni dei terreni, cambiano i fabbisogni idrici, cambiano i cicli delle colture e, di conseguenza, cambiano anche le scelte degli imprenditori. È un processo che interessa il Nord come il Sud, le aree interne come le grandi città, le isole come i territori agricoli e industriali. Nessun territorio può considerarsi completamente estraneo a questa trasformazione.

L’agricoltura rappresenta forse il primo grande laboratorio di questa nuova economia. In alcune aree del Nord stanno comparendo o tornando colture tradizionalmente legate al Mezzogiorno, mentre in molte zone agricole italiane si stanno sperimentando varietà più resistenti alla siccità e alle temperature elevate. Si studiano colture come il sorgo, il miglio, la quinoa e il teff, ma anche produzioni mediterranee come il carrubo e il fico d’India. Non si tratta semplicemente di sostituire una coltura con un’altra. Dietro queste trasformazioni può nascere un’intera filiera economica fatta di ricerca, sementi, tecniche agronomiche, macchinari, trasformazione industriale, distribuzione e nuovi mercati. È proprio questo il passaggio che ritengo meriti maggiore attenzione. Una nuova coltura non significa soltanto cambiare ciò che viene seminato in un campo. Può significare creare nuovi prodotti alimentari, nuove attività di trasformazione, nuove competenze professionali, nuovi impianti e nuove opportunità per le piccole e medie imprese. Persino gli scarti di una produzione possono diventare materia prima per altre attività, alimentando quella logica di economia circolare che nei prossimi anni sarà sempre più importante.

Ma dobbiamo essere molto prudenti nel definire tutto questo un’opportunità. Il cambiamento climatico non è un’occasione da celebrare. È innanzitutto una condizione alla quale siamo costretti ad adattarci, anche per conseguenze che derivano da decenni di pressione sull’ambiente. Dietro ogni trasformazione ci sono investimenti, costi, rischi e spesso la perdita di produzioni storiche che rappresentano identità, reddito e occupazione. Un territorio può scoprire nuove possibilità produttive e contemporaneamente vedere indebolirsi una parte della propria economia tradizionale.

Per questo l’adattamento non può essere lasciato soltanto alla capacità individuale dell’imprenditore. Servono ricerca, sperimentazione, formazione e strumenti finanziari adeguati. Serve un rapporto più stretto tra imprese agricole, università, centri di ricerca, industria della trasformazione e distribuzione. Serve soprattutto una politica economica capace di comprendere che la transizione climatica non è uguale in ogni parte d’Italia. Ogni territorio possiede condizioni, produzioni, risorse e fragilità differenti e deve poter costruire risposte coerenti con la propria realtà.

La questione, inoltre, non riguarda soltanto i campi. Un’estate caratterizzata da temperature eccezionalmente elevate modifica anche il modo in cui viviamo le nostre abitazioni, lavoriamo negli stabilimenti, progettiamo gli edifici e utilizziamo gli spazi pubblici. La temperatura diventa un parametro progettuale ed economico. Le nostre città dovranno essere ripensate, così come dovranno cambiare alcuni criteri nella progettazione degli edifici, nella scelta dei materiali, nell’efficienza energetica, nella gestione dell’acqua e nella presenza del verde.

Anche il mondo del lavoro dovrà confrontarsi con condizioni differenti. Nei luoghi maggiormente esposti al calore sarà necessario ripensare tempi, organizzazione e modalità operative, soprattutto nelle attività all’aperto e nei settori nei quali il lavoro fisico viene svolto durante le ore più calde. Questo comporterà nuovi servizi, nuove soluzioni tecniche e nuove professionalità. Anche qui, dunque, il cambiamento climatico non produce soltanto un problema, ma genera una domanda economica alla quale le imprese dovranno imparare a rispondere.

È possibile che nei prossimi anni assisteremo alla nascita di imprese specializzate proprio nell’adattamento climatico. Aziende capaci di progettare sistemi per il risparmio idrico, tecnologie per la protezione delle colture, materiali per ridurre il surriscaldamento degli edifici, sistemi di raffrescamento più efficienti, soluzioni per la gestione delle acque e servizi destinati a rendere più sicuri e vivibili gli ambienti di lavoro e gli spazi urbani. Sarà una parte crescente dell’economia reale e coinvolgerà soprattutto quelle piccole e medie imprese che hanno la capacità di trasformare rapidamente un bisogno in un prodotto o in un servizio.

Anche il turismo dovrà fare i conti con questa trasformazione. Le temperature estive, la disponibilità di acqua, la vivibilità delle città d’arte e delle località costiere, la qualità delle aree rurali e montane possono modificare nel tempo le preferenze dei visitatori. Questo potrebbe aprire nuove stagioni turistiche, valorizzare territori oggi meno frequentati e favorire una distribuzione diversa dei flussi, ma richiederà anche infrastrutture adeguate e una maggiore capacità di programmare. In questo scenario l’Italia possiede una caratteristica che può diventare una risorsa. La sua straordinaria varietà territoriale consente di sperimentare contemporaneamente modelli diversi. Dalle colture mediterranee alle produzioni delle aree alpine, dalle zone costiere alle aree interne, esistono condizioni molto differenti che possono diventare veri laboratori di adattamento. Ma per trasformare questa diversità in valore economico occorre conoscere meglio ciò che sta accadendo e soprattutto avere la capacità di anticipare i cambiamenti.

La domanda, quindi, non è più se il clima cambierà ancora. Il cambiamento è già davanti a noi e coinvolge direttamente la nostra economia. La domanda è se saremo capaci di governare almeno una parte di questa trasformazione oppure se continueremo ad arrivare dopo, quando il danno è già avvenuto. La nuova economia climatica non nasce da una scelta teorica e nemmeno da una moda. Nasce dalla necessità. È un’economia che dovrà cercare un equilibrio tra adattamento, competitività, sostenibilità e qualità della vita. Per le imprese significherà investire in conoscenza e capacità di previsione. Per i territori significherà comprendere quali produzioni difendere, quali trasformare e quali nuove attività possono essere sviluppate. Per le istituzioni significherà creare condizioni affinché l’adattamento non diventi un costo insostenibile soprattutto per le imprese più piccole.

Dovremo imparare a guardare il cambiamento climatico anche con gli occhi dell’economia reale. Non soltanto attraverso i danni provocati dalle emergenze, ma attraverso le trasformazioni che stanno avvenendo lentamente sotto i nostri occhi. Un campo che cambia coltura, un’azienda che modifica i propri processi produttivi, un edificio progettato diversamente, un nuovo servizio per affrontare il caldo, una filiera che nasce intorno a una produzione fino a ieri marginale sono tutti segnali di una trasformazione molto più ampia.

Questa è la nuova economia con cui dovremo confrontarci. Non quella che abbiamo scelto di costruire, ma quella che siamo chiamati a costruire perché le condizioni del mondo stanno cambiando. La sfida sarà trasformare una parte di questa necessità in capacità produttiva, innovazione e nuove opportunità, senza perdere il patrimonio agricolo, industriale, ambientale e culturale dei nostri territori. Continuare a produrre, creare lavoro e garantire qualità della vita in un ambiente che cambia rapidamente sarà una delle grandi questioni economiche dell’Italia dei prossimi anni. E sarà una sfida che riguarderà tutti, ma soprattutto la capacità delle nostre imprese di non subire il cambiamento e di diventare protagoniste della nuova realtà che sta prendendo forma.

Michele Merlo, il risarcimento negato: «La vita di nostro figlio non è una percentuale»

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La negligenza del medico viene riconosciuta, ma non basta a giustificare il risarcimento. È questo il punto centrale della sentenza pronunciata ieri sera dal Tribunale civile di Vicenza sulla vicenda di Michele Merlo, il giovane cantante morto il 6 giugno 2021 a soli 28 anni per una leucemia mieloide acuta, diagnosticata quando ormai la malattia aveva avuto un’evoluzione rapidissima.

Il giudice ha rigettato la richiesta di risarcimento presentata dai genitori di Michele nei confronti del medico di medicina generale, il dottor Vitaliano, ritenuto negligente per non aver disposto tempestivamente gli accertamenti necessari a formulare una diagnosi differenziale.

La decisione si fonda, in particolare, sulle conclusioni dei consulenti tecnici d’ufficio. Secondo la ricostruzione contenuta nella sentenza, anche se il medico avesse richiesto con urgenza gli esami necessari, la terapia contro la leucemia avrebbe avuto tempi di avvio tali da lasciare al giovane possibilità di sopravvivenza comunque molto ridotte. In base alla valutazione medico legale richiamata dal giudice, la probabilità di sopravvivere sarebbe stata inizialmente compresa tra il 10 e il 15 per cento, mentre viene indicata nel 30 per cento la possibilità di arrivare a sei mesi.

È proprio questo passaggio a ferire maggiormente i genitori di Michele. Per Domenico e Katia Merlo, infatti, la questione non può essere ridotta a una percentuale statistica.

«È difficile accettare che, nonostante l’appurata negligenza del medico di base di Michele, il valore della vita di nostro figlio sia valutato in percentuali e probabilità», commentano. «Come se anche solo l’1 per cento di possibilità di sopravvivenza non fosse abbastanza per provarci».

La famiglia contesta soprattutto il significato che, a loro avviso, finisce per assumere il riconoscimento della negligenza senza una conseguenza sul piano risarcitorio. «Riconoscere la negligenza del dottor Vitaliano ma rigettare la richiesta di risarcimento perché, anche se avesse fatto bene il suo lavoro, le probabilità di sopravvivenza a sei mesi sarebbero state “solo” del 30 per cento significa togliere valore alla vita umana, trattare le persone semplicemente come numeri».

Dietro quella percentuale, per i genitori, c’è una domanda che nessuna statistica può esaurire: che cosa sarebbe accaduto se Michele avesse avuto la possibilità di essere curato prima? E che cosa avrebbe significato, per una famiglia, anche soltanto avere un giorno in più insieme?

«Non si tiene minimamente conto di cosa avrebbe potuto significare per noi genitori passare anche un solo giorno in più con nostro figlio», sottolineano Domenico e Katia.

A quasi cinque anni dalla morte di Michele, la sentenza apre così un nuovo capitolo di una vicenda giudiziaria che si intreccia con un dolore familiare mai sopito. I genitori insistono sul fatto che la loro battaglia non sia dettata dal denaro. Il risarcimento, spiegano, non potrebbe in ogni caso restituire ciò che hanno perduto.

«In questa vicenda hanno perso tutti: ha perso la sanità pubblica e ha perso la giustizia. Ma chi ha perso più di tutti siamo noi».

Poi le parole si fanno ancora più dure: «Perdere un figlio fa male e non c’è somma in denaro che possa mitigare questo dolore. Ma assistere all’intero sistema che riconosce l’errore e non lo punisce perché considera la vita di tuo figlio una mera probabilità è un altro tipo di dolore, è gettare sale su una ferita che non si rimarginerà mai».

La famiglia, intanto, non considera chiusa la partita. Insieme ai propri legali sta valutando la possibilità di impugnare la sentenza davanti alla Corte d’Appello, nella speranza di ottenere quella risposta giudiziaria che attende ormai da anni.

«Lo dobbiamo a Michele», concludono i genitori. «E a quanti gli hanno voluto bene e non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno in questa lunga battaglia».