25 Ottobre 2026, domenica
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La coraggiosa opera statalizzatrice del premier ungherese Viktor Orban

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di Michele Imperio

OrbanIl passaggio dal capitalismo al monopolismo produce fra le sue tante perversioni l’idea che i servizi essenziali di fornitura di acqua luce gas e eventualmente petrolio alle famiglie non debbono più essere gestiti da tante società statalizzate per quante sono le nazioni del mondo, bensì soltanto da tre o quattro società private multinazionali che debbono conseguire dall’erogazione di questi servizi utili miliardari.

I vari maggiordomi eunuchi posti ai vertici dei vari Stati non fanno che plaudire a questo passaggio epocale del quale – forse – non hanno nemmeno capito niente, ma probabilmente ne traggono vantaggi personali. Senonchè quattro governi del pianeta stanno eroicamente contrastando questa tendenza.

Il ritorno alla sovranità nazionale di settori strategici dell’economia nazionale quale erogazione di luce acqua e gas e eventualmente petrolio è un’operazione che in questo momento stano facendo quattro goevrni due di sinistra e due di centro-destra e precisamente il governo di sinistra del Venezuela capeggiato da Nicolás Maduro, successore di Hugo Chávez, morto prematuramente di tumore (secondo taluni indotto), il quale ha ripreso i procesi di nazionalizzazione già avviati da Chavez, il governo di sinistra della Bolivia per le decisioni del primo ministro Evo Morales, il governo di centro-destra dell’Argentina. rappresentato egregiamente da Cristina Fernández Kirchner e, soprattutto, il governo di centro-destra dell’Ungheria presieduto da Viktor Orban, già per questo motivo destinatario di un attentato ad opera di ignoti.

Questi governi si stanno ribellando con successo ai cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds e sostenuti politicamente dall’attuale presidente democratico americano Barak Obama. obama massone

In particolare dopo essere andato al governo nel 2010, il primo ministro ungherese Viktor Orban ha rinazionalizzato meirtoriamente la banca centrale ungherese (l’Ungheria è nella U.E. ma non nell’euro) e sta riprendendo il controllo di alcune compagnie energetiche, tra le quali la controllata magiara del gigante tedesco E.On, nonché il controllo delle quote in mani estere della società petrolifera nazionale Mol e a una società idrica che era finita nelle mani della francese Suez.

Già nel 2011 questo valoroso primo ministro ungherese aveva coraggiosamente detto all’FMI che l’Ungheria non voleva più “assistenza” dal delegato internazionale della Federal Reserve di proprietà dei Rothschild. Grazie a “una politica di bilancio disciplinato” Orban aveva ripagato il 12 agosto 2013 il saldo dei 2,2 bilioni di debito all’FMI, che scadeva ufficialmente nel marzo 2014. Gli ungheresi quindi non sono stati più costretti in questo arco di tempo (agosto 2013-marzo 2014) a pagare esosi interessi a banche centrali private e irresponsabili.
I risultati della sua azione di governo sono stati eccezionali. L’economia nazionale, che vacillava per via di un pesante debito pubblico (80% del p.il.) ha sensibilmente ridotto il debito e ha recuperato rapidamente.

Il primo ministro Orbàn ha così dichiarato: “L’Ungheria gode ora della fiducia degli investitori”, che possono investire in un paese in ripresa e non in crisi. E ha poi annunciato: «Non posso ancora fare rivelazioni ma siamo in colloquio continuo per riacquistare almeno 6-7 società che operano nel comparto delle utilities e che sono state precedentemente privatizzate», Comunque si sa che alcune di queste società sono le tedesche E.On e RWE, le francesi Edf e GDF Suez, oltre che l’italiana Eni tramite la società ungherese Tigaz.

L’obiettivo è quello di rinazionalizzare le industrie erogatrici di servizi essenziali per abbassare i prezzi dell’energia e delle altre risorse fondamentali. Tuttavia i portavoce ufficiali del Governo ungherese stanno evitando in ogni modo di utilizzare i termini “nazionalizzazione” o “rinazionalizzazione!”. E prlano di attività no profit. Orban sostiene che vuole trasformare la distribuzione di energia nelle case degli ungheresi in una attività no-profit. Ossia in una attività che non è a scopo di lucro. Orbán ha affermato che proporrà su questo argomento “un grande dibattito con l’Unione europea”. Ma i rapporti con la Germania e con l’Unione Europea si stanno inasprendo sempre di più e le società tedesche E.On e RWE e le francesi EDF e GDF Suez, colossi energetici con lauti affari in Ungheria, contattate dalla stampa per rilasciare dichiarazioni in merito, hanno preferito ritirarsi in un glaciale silenzio.

Non può stupirci una scelta del genere presa dal premier ungherese che da anni si batte contro lo strapotere dei Signori del danaro in patria e all’estero. Una scelta responsabile in grado di avversare le ricette economiche iperliberiste che, in realtà, puntano alla svendita delle compagnie di fondamentale importanza per la collettività, per regalarle e concentrarle in poche società multinazionali.
Da quasi tre anni Orban e il suo partito di centro-destra Fidesz conducono una lotta senza quartiere contro l’usura e contro i famelici eurocrati sempre pronti a colpire chi difende la propria libertà e quella del suo popolo dalla troika dei grandi speculatori, rappresentata dalla Bce, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale.
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Quanta tristezza a confrontare l’Ungheria con l’Italia dove l’omino bilbemberg Enrico Letta ha annunciato che aumenterà ancora il prezzo della benzina superando la cifra record di due euro al litro, aumenterà l’Iva per finanziare le missioni italiane all’estero e sta già svendendo a stranieri alcune società di Eni Enel e Finmecanica.

Mi chiedo: Quando potremo avere anche noi un Viktor Orban o un Evo Morales?

Michele Imperio

Alitalia, Lupi contro Zanonato. Subito all’ aumento di capitale

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Un aumento di capitale da 100 milioni di euro, l’esame preventivo dei conti semestrali, con una perdita prevista di 300 milioni,  e una nuova riunione del consiglio di amministrazione già fissata per il prossimo 3 ottobre. Nel giorno più lungo di Alitalia, in attesa che i francesi di Air France-Klm decidano se aumentare la loro quota e assicurarsi la ex compagnia di bandiera, il board ha approvato, appunto, la ricapitalizzazione encessaria per dare ossigeno ad Alitalia ed esaminato le prime valutazioni di Banca Leonardo sul reperimento del credito necessario a finanziare il nuovo piano industriale messo a punto dal nuovo amministratore delegato, Gabriele Del Torchio. Se l’aumento di capitale verrà sottoscritto da Air France-Klm, i francesi potrebbero iniziare la salita nell’azionariato (ora sono al 25%) fino a prendere il controllo del gruppo. Ma sulla questione del passaggio di Alitalia sotto le insegne franco olandesi non c’è accordo nel governo. Il ministro dei trasporti e delle infrastrutture, Maurizio Lupi, ha sottolineato che Air France resta l’interlocutore privilegiato, mentre il suo collega dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, si è dichiarato favorevole a esplorare altre ipotesi: “Si possono trovare soluzioni alternative, ci stiamo lavorando proprio in queste ore.

Quasi 160 mld di euro riciclati all’anno

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Più di 540 miliardi di euro, pari al 35% del pil nazionale. Questa la cifra a cui ammonta l’economia sommersa in Italia. Dei complessivi 540 miliardi, 160, ovvero il 10% del pil, sono frutto di operazioni di riciclaggio che comprendono 4 miliardi di euro di denaro contante oggetto di operazioni illecite. Questi i dati resi noti, ieri, dal sottosegretario per lo sviluppo economico, Simona Vicari, nel corso dell’assemblea annuale dell’Aira (Associazione italiana responsabili antiriciclaggio), che si è svolta presso la sede della Banca popolare di Milano. «In Italia l’economia sommersa si sta assestando, complessivamente, sul 35% del pil, mentre le operazioni di riciclaggio sul 10%», ha spiegato il sottosegretario Vicari, «una cifra consistente che coinvolge il denaro contante solo per il 2,5% del totale».

Cassina rilancia il brand Simon

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Cassina rilancia Simon collezione, storico marchio di tavoli, sedie e mobili da ufficio acquistato la scorsa estate dal gruppo Estel per 2,1 mln di e destinato a portare in dote nei prossimi tre anni un fatturato di 15 milioni di euro a Poltrona Frau group, la holding dell’arredamento che controlla Cappellini, Cassina e Poltrona Frau.

«La sfida più grande sarà conquistare nuovi mercati visto che l’80% dei clienti Simon sono italiani, il contrario esatto di quanto avviene per Cassina», spiega Dario Rinero, amministratore delegato di Poltrona Frau group, «mentre a livello distributivo, la complementarità dell’offerta, ovvero tavoli, sedie e mobili per l’area business, costituisce un tassello importante per la linea Cassina Contemporanei».

Per la mobilità basta la Rsu

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Legittimo il licenziamento collettivo anche se l’avvio della mobilità non è reso noto a Cgil, Cisl e Uil. Possibile? Sì, se la comunicazione del datore raggiunge almeno le rappresentanze sindacali unitarie: non è infatti necessario interpellare tutte le organizzazioni dei lavoratori presenti in azienda.
Causa concertazione.Bocciato il ricorso dei lavoratori: lamentavano che del via libera al licenziamento collettivo non siano state messe a parte le rappresentanze sindacali delle organizzazioni confederali per il necessario confronto sulla procedura. Ma il collegio osserva che la consultazione delle Rsu non implica quella con tutte le sigle sindacali presenti in azienda. Il tutto grazie agli accordi sulla concertazione del 23 luglio 1993, secondo i quali le organizzazioni firmatarie o quelle che ad esso aderiscono successivamente acquistano il diritto di promuovere la formazione delle Rsu e di partecipare alle relative elezioni, rinunziando così alla costituzione di proprie Rsa e le Rsu subentrino alle Rsa nella titolarità dei diritti, dei permessi e libertà sindacali nonché nella titolarità dei poteri e nell’esercizio delle funzioni attribuite dalla legge.

Rimandato il ddl svuota province

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Gli enti locali bocciano il ddl svuota province. Questa la posizione espressa da regioni e province in Conferenza unificata sul ddl Delrio che riforma l’architettura istituzionale dello stato, svuotando di funzioni le province, rilanciando le città metropolitane e obbligando i piccoli comuni all’esercizio associato di funzioni.

E se il no delle province, ridotte a poca cosa in attesa di essere definitivamente cancellate dalla Costituzione, appariva scontato, la stessa cosa non può dirsi per la bocciatura dei governatori che, pur ritenendo «giusta e condivisibile» l’intezione che ha animato il ministro per gli affari regionali, hanno ritenuta «non idonea» la proposta del governo, «non solo per il mancato rispetto delle competenze legislative regionali, ma anche perché i comuni avrebbero su alcune materie difficoltà se non impossibilità a gestire le funzioni».

L’Upi ha provato a fare due calcoli e ha stimato che, a fronte di 11 milioni di risparmi determinati dalla riduzione dei costi della politica (per la soppressione di consigli e giunte provinciali), senza le province la spesa pubblica aumenterebbe di 2 miliardi. A questa cifra, che da sola vale circa la metà di quanto servirebbe per evitare l’aumento dell’Iva, si arriva considerando l’aggravio di costi che il bilancio dello stato dovrebbe sopportare col passaggio della gestione degli edifici scolastici dalle province ai comuni. Si passerebbe da 107 a 1.327 centri di spesa i quali peraltro, non potendo spuntare gli stessi prezzi di favore che oggi le province si assicurano gestendo con un solo contratto di servizio da 20 a 300 scuole per ente, pagherebbero un conto molto più salato per riscaldamento, manutenzione, progettazione.

Avocat nel mirino

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In un anno, infatti, si sono moltiplicate le richieste di iscrizione da parte di avvocati stabiliti provenienti dalla Romania. Che nella maggior parte dei casi hanno ottenuto l’abilitazione presso una struttura parallela non autorizzata. Il ministero della giustizia, che si è mosso ad aprile scorso richiedendo informazioni alle autorità rumene, ha quindi inviato nei giorni scorsi una nota al Consiglio nazionale forense chiarendo qual è l’unica istituzione riconosciuta competente a rilasciare il titolo di avvocato, anche ai fini dello stabilimento in altro stato dell’Unione europea: la Unbr.
Tutto nasce dal fatto che la denominazione dell’autorità competente romena è pressoché identica a quella della c.d. Unbr – «struttura Bota», che si differenzia dalla prima, specifica il Cnf, solo per quanto riguarda la sede, «che non si trova presso il Palazzo di Giustizia di Bucarest, bensì in Str. Academiei, nn. 4-6, sempre in Bucarest.

Best Western ospiterà su misura

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Best Western Italia cerca nuovi clienti tra i viaggiatori leisure, quelli cioè che si spostano per turismo, un segmento che, grazie all’enogastronomia e all’arte, nella Penisola può crescere. Per farlo la catena si concentrerà sulla proposta di servizi su misura per vari tipi di ospiti, per esempio le famiglie con bambini, i motociclisti, chi vuole portarsi il proprio animale domestico o chi è attento alla sostenibilità. La previsione per il 2013 è di chiudere in pareggio con l’anno precedente, concluso con fatturati aggregati degli alberghi, generati da circa 7 milioni di presenze, per oltre 300 milioni di euro.

 

Letta: il Pdl umilia l’Italia

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“Considero quanto accaduto» nel Pdl «mentre rappresentavo l’Italia, non me stesso, all’Onu e negli incontri con gli imprenditori Usa un’umiliazione, non mia personale ma un’umiliazione dell’Italia”. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, parlando in conferenza stampa a New York non ha perso il naturale aplomb ma le sue parole sono state dure come pietre.  In mattinata era giunto il monito del capo dello Stato, dopo l’annuncio di dimissioni dei parlamentari Pdl: «Fatto inquietante» e «Assurdo evocare il golpe».

Brunetta gioca a parole: sì alla fiducia, il governo non c’entra

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“Il Governo non c’entra in questa vicenda, o meglio; il Governo viene eletto da una maggioranza, nella maggioranza ci sono Partito Democratico, Popolo della Liberta’-Forza Italia e Scelta Civica. Bene, non e’ possibile che questa stessa maggioranza che regge il Governo cambi al Senato per votare retroattivamente la decadenza del Senatore Berlusconi. La fiducia? Se sara’ per il Governo, non ci sara’ alcun problema, il problema sara’ del Partito democratico: con chi vota la fiducia, con la stessa maggioranza con cui vuol far decadere Berlusconi?”. Lo afferma a Radiouno Renato Brunetta, capogruppo dei deputati Pdl. Brunetta prosegue: “Al Senato, la maggioranza si e’ spaccata: Pd, Sel e Cinquestelle hanno votato per la decadenza di Berlusconi e questa, ripeto, e’ stata una ferita gravissima non solo per la tenuta parlamentare, ma per la stessa sopravvivenza della maggioranza di Governo.

 

In una lettera aperta dei capigruppo del Pdl, Renato Brunetta e Renato Schifani, a Giorgio Napolitano. Brunetta e Schifani hanno ribadito i loro “dubbi di legittimita’” sulla legge Severino. “Il rifiuto di ascoltare questi dubbi”, proseguono i due capigruppo nella lettera pubblicata da ‘Il Giornale’, “è stato ritenuto dalla totalità dei partecipanti alla riunione dei gruppi di Forza Italia un’inaccettabile negazione dello Stato costituzionale di diritto, tale da rendere intollerabile la permanenza in un Parlamento che si dimostrasse cosi’ sordo alle ragioni della legalità.