30 Ottobre 2026, venerdì
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Nessun santuario per il male: Braunau fa quello che l’Europa non osa

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A cura di Daniele Cappa

Finalmente qualcuno ha deciso di smettere di avere paura della storia. A Braunau am Inn, la casa natale di Adolf Hitler — per decenni punto di riferimento per fanatici e nostalgici — è stata trasformata in un commissariato di polizia. Non conservata, non imbalsamata, non lasciata lì a marcire tra ambiguità e ipocrisie: trasformata.

È un gesto radicale. Ed è esattamente quello che serviva.

Per troppo tempo l’Europa ha giocato a un equilibrio vigliacco: ricordare senza disturbare, condannare senza intervenire, tollerare in nome di una libertà malintesa. Nel frattempo, però, certi luoghi continuavano a vivere di una seconda vita: quella costruita da chi non ricorda, ma celebra. Non studia, ma idolatra. Non riflette, ma saluta.

La casa di Hitler era uno di questi luoghi. Non importava che il dittatore vi avesse vissuto solo pochi mesi: il simbolo aveva già divorato il fatto storico. E attorno a quel simbolo si radunava una comunità che con la memoria non ha nulla a che fare, ma che usa la memoria come alibi per perpetuare un’ideologia che dovrebbe essere sepolta senza appello.

E allora basta. Basta con la favola dei “luoghi neutrali”. Basta con l’idea che lasciare tutto com’è sia una forma di rispetto della storia. Non lo è. È, al contrario, una resa. Perché ogni spazio lasciato disponibile diventa spazio occupato. E chi lo occupa non sono gli storici, ma i fanatici.

L’Austria ha fatto una scelta che altri continuano a rimandare: ha tolto ossigeno al mito. Ha reso quel luogo incompatibile con ogni forma di culto. Ha imposto una presenza dello Stato dove prima prosperava l’ambiguità. Dove c’era un simbolo malato, ora c’è un’istituzione.

Non è cancellazione. È bonifica.

L’Italia che finge di non vedere

E poi c’è l’Italia. Dove la storia del fascismo non è mai stata davvero chiusa, ma semplicemente accantonata, lasciata sedimentare in una zona grigia fatta di indulgenze, silenzi e, troppo spesso, complicità.

Predappio è lì a ricordarlo. Ogni anno, puntuale, si trasforma in un teatro di rituali che non hanno nulla di folkloristico. Saluti romani, marce, gadget, slogan: un repertorio che in qualsiasi democrazia matura sarebbe semplicemente inaccettabile. E invece no. Si tollera. Si minimizza. Si archivia come “nostalgia”.

Ma nostalgia di cosa, esattamente?

Non esiste una nostalgia innocua per un regime che ha abolito libertà, perseguitato oppositori, promulgato leggi razziali e trascinato il Paese nella catastrofe. Continuare a trattare questi fenomeni come marginali significa non aver capito nulla, o peggio, non voler vedere.

La verità è che quei luoghi — Predappio e altri — funzionano esattamente come Braunau prima della riconversione: sono punti di coagulo. Offrono un palcoscenico. Danno legittimità. Consentono a un’ideologia anticostituzionale di continuare a esistere non solo nelle idee, ma nei gesti, nei simboli, nelle comunità.

E questo, in una democrazia, non dovrebbe essere tollerato.

Non è memoria, è complicità

Chi difende la conservazione integrale di questi luoghi in nome della memoria commette — consapevolmente o meno — un errore gravissimo. Perché confonde la storia con il suo uso politico. La storia si studia nei libri, nelle scuole, nei musei seri. Non nei raduni in cui si alza il braccio teso.

Lasciare che esistano spazi fisici dedicati, di fatto, al culto del fascismo o del nazismo non è neutralità. È complicità passiva.

La scelta austriaca dimostra che un’alternativa esiste. Non si tratta di distruggere tutto, ma di impedire che quei luoghi continuino a funzionare come catalizzatori ideologici. Trasformarli, svuotarli, renderli irriconoscibili per chi li vorrebbe usare come santuari.

Togliere loro il potere.

Il coraggio che manca

La domanda, a questo punto, è brutale nella sua semplicità: perché altri Paesi non fanno lo stesso?

Perché si continua a tergiversare, a discutere, a rimandare? Perché si ha paura di essere accusati di “cancellare la storia”, quando in realtà si tratterebbe di difendere il presente?

La risposta è politica. E riguarda una mancanza di coraggio che attraversa istituzioni e classi dirigenti. Perché intervenire significherebbe prendere posizione, rompere ambiguità, scontentare chi — apertamente o sottotraccia — continua a coltivare quelle nostalgie.

Ma la democrazia non si difende con le mezze misure.

Braunau ha scelto. Ha chiuso una porta e ne ha aperta un’altra. Ha detto, con chiarezza, che certi simboli non meritano di sopravvivere come tali.

Il resto d’Europa, Italia in testa, deve decidere se continuare a guardare — o iniziare finalmente ad agire.

Oroscopo della settimana

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♈ Ariete Settimana dinamica e un po’ tesa: tanta energia, ma va gestita con calma. Sul lavoro evita scontri diretti. In amore cresce la passione, ma anche la gelosia.
♉ Toro Ritmi più lenti ma solidi. È il momento giusto per consolidare ciò che hai costruito. In amore prevale il bisogno di sicurezza e stabilità.
♊ Gemelli Tante idee e contatti in movimento. Settimana favorevole per comunicare e fare nuove conoscenze. Attenzione però alla dispersione.
♋ Cancro Emozioni forti e intuizioni precise. Sei in una fase di crescita personale importante. In amore arrivano chiarimenti o nuove consapevolezze.
♌ Leone Energia in aumento: torni protagonista e più sicuro di te. Buone occasioni sul lavoro. In amore desideri conferme e attenzione.
♍ Vergine Settimana utile per mettere ordine e risolvere dettagli pratici. Sul lavoro sei efficace, ma un po’ sotto pressione. In amore serve più spontaneità.
♎ Bilancia Ritrovi equilibrio nelle relazioni e maggiore serenità. Buon momento per decisioni importanti e dialoghi chiarificatori.
♏ Scorpione Intensità emotiva alta: possibili cambiamenti profondi. Sul lavoro affronti sfide stimolanti. In amore attenzione al controllo eccessivo.
♐ Sagittario Voglia di libertà e movimento. Favoriti viaggi, nuove esperienze e contatti interessanti. In amore segui l’istinto.
♑ Capricorno Settimana concreta e produttiva. Arrivano risultati grazie alla tua costanza. In amore però devi lasciarti andare di più.
♒ Acquario Creatività e originalità in primo piano. Ottimo momento per progetti nuovi. In amore possibili sorprese inattese.
♓ Pesci Sensibilità e intuizione ti guidano bene. Buon periodo per chiarire emozioni e rafforzare legami. Attenzione solo alla stanchezza.

Kenya, svolta sulle infrastrutture: stop all’autostrada Usa, si amplia la Nairobi-Mombasa

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Il Kenya cambia rotta su uno dei suoi progetti infrastrutturali più ambiziosi e strategici. Il governo ha infatti deciso di accantonare il piano promosso dalla società statunitense Everstrong Capital per la costruzione di una nuova autostrada tra Nairobi e Mombasa, scegliendo invece una soluzione ritenuta più sostenibile e integrata: l’ampliamento dell’attuale superstrada nazionale.

La decisione, riportata dal portale Kenyans e basata su un documento del ministero del Tesoro, segna un passaggio significativo nella politica infrastrutturale del Paese. Al posto di una nuova arteria parallela, il progetto prevede l’estensione dell’attuale collegamento lungo i 461 chilometri che uniscono la capitale al principale porto dell’Africa orientale. La strada sarà portata a quattro corsie e trasformata in una via a pedaggio con accessi controllati, secondo un modello già adottato in diversi contesti internazionali per migliorare sicurezza e fluidità del traffico.

A guidare l’intervento sarà la Kenya National Highways Authority (KeNha), chiamata a sviluppare un piano che coniughi efficienza infrastrutturale e attenzione al territorio. In questa direzione, il nuovo progetto incorpora soluzioni ingegneristiche e urbanistiche pensate per ridurre l’impatto sui centri abitati attraversati, salvaguardare le attività economiche locali e garantire la continuità della viabilità secondaria.

La scelta riflette una strategia più prudente e mirata, che privilegia l’ottimizzazione delle risorse esistenti rispetto alla costruzione ex novo di grandi opere. Un approccio che, oltre a contenere i costi, punta a minimizzare le criticità sociali e ambientali spesso associate ai grandi corridoi infrastrutturali.

La Nairobi-Mombasa resta così al centro della visione logistica del Kenya, ma con un’impostazione rinnovata: meno espansiva, più sostenibile e maggiormente integrata con il tessuto economico e urbano del Paese.

Scorta al sindaco Lepore dopo le minacce online: Bologna alza il livello di sicurezza

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La Prefettura di Bologna ha disposto l’assegnazione della scorta al sindaco Matteo Lepore, in risposta alla crescente escalation di minacce e messaggi d’odio comparsi sui social network negli ultimi giorni. La decisione, riportata da diverse testate nazionali, tra cui Corriere della Sera e la Repubblica, arriva in un clima cittadino ancora segnato dalle tensioni seguite alla morte di Abderrahim Fakir, avvenuta durante un intervento di polizia nel quartiere Pilastro.

Secondo quanto emerso, il dispositivo di protezione dovrebbe entrare in funzione a breve. Una misura ritenuta necessaria alla luce della gravità di alcuni contenuti diffusi online: non semplici insulti, ma vere e proprie minacce, talvolta accompagnate da riferimenti espliciti alla vicenda di Fakir. «Ti vogliamo come Fakir» si legge in uno dei messaggi indirizzati al sindaco, mentre altri utenti hanno scritto: «Ha la scorta o non se lo fila nessuno? Così gli troviamo agenti su misura per lui».

Si tratta solo di una parte della violenta ondata di ostilità digitale che ha investito Lepore all’indomani della manifestazione in piazza Nettuno — promossa dallo stesso primo cittadino insieme alla famiglia del 42enne — e degli scontri verificatisi tra lunedì e martedì notte nel centro storico. In quell’occasione, il corteo per chiedere verità e giustizia sulla morte di Fakir è degenerato in episodi di guerriglia urbana.

Le minacce, alcune delle quali recapitate anche tramite messaggi privati, hanno assunto in diversi casi contorni particolarmente inquietanti: in uno di questi sarebbe stato diffuso persino un indirizzo riconducibile al sindaco. Una decina di episodi sono stati formalmente segnalati attraverso una querela presentata in Questura.

Nel frattempo, resta alta l’attenzione sul fronte dell’ordine pubblico in vista del presidio convocato per domenica alle ore 18 nel quartiere Pilastro, a una settimana dalla morte di Fakir. Le autorità, pur non rilevando al momento elementi concreti che facciano presagire criticità significative, hanno predisposto un imponente dispositivo di sicurezza.

Saranno impiegati reparti mobili, personale della Digos e rinforzi provenienti da fuori regione, in linea con le procedure standard adottate in situazioni analoghe. Dalla Questura precisano che si tratta di una pianificazione ordinaria, non legata a specifici allarmi, ma che riflette l’esigenza di prevenire eventuali tensioni in un contesto ancora delicato.

Bologna si prepara così a un fine settimana sotto osservazione, tra la necessità di garantire il diritto alla manifestazione e l’obiettivo di preservare la sicurezza pubblica, mentre il dibattito sulla morte di Fakir continua ad animare la città e il confronto politico nazionale.

Dramma a Cunardo: uccide la moglie in clinica e si toglie la vita

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Un gesto estremo, maturato nel silenzio di una sofferenza privata, ha spezzato due vite e scosso profondamente la comunità del Luinese. È accaduto a Cunardo, in provincia di Varese, all’interno di una casa di cura dove una donna anziana era ricoverata da tempo in condizioni critiche.

A compiere il drammatico gesto è stato il marito, anche lui ottantenne, che come ogni giorno si era recato a far visita alla moglie. Nulla, almeno in apparenza, lasciava presagire quanto sarebbe accaduto di lì a poco. L’uomo aveva con sé una pistola di piccolo calibro, detenuta legalmente: l’ha estratta e ha sparato alla consorte, allettata nella sua stanza. Subito dopo ha rivolto l’arma contro sé stesso, togliendosi la vita.

Immediato l’intervento del personale sanitario della struttura, ma ogni tentativo di soccorso si è rivelato vano: entrambi sono morti sul colpo.

Secondo le prime informazioni, la coppia era molto unita e il gesto potrebbe essere maturato nel contesto della lunga malattia della donna. Non si esclude che l’uomo abbia agito spinto dalla volontà di porre fine alle sofferenze della compagna di una vita, ma al momento si tratta solo di un’ipotesi.

Sarà ora il lavoro degli inquirenti a chiarire con precisione la dinamica e soprattutto il movente dell’accaduto. Le indagini sono affidate ai carabinieri della compagnia di Luino, supportati dal Nucleo investigativo, che stanno raccogliendo elementi utili a ricostruire le ultime ore della coppia e comprendere cosa abbia condotto a un epilogo così tragico.

Resta, nella comunità locale, un senso diffuso di sgomento e dolore per una vicenda che riporta al centro temi delicati come la malattia, la solitudine e il peso delle decisioni estreme.

Berlino, il Pride spezzato: la fuga del sospettato e le ombre di un attacco in due atti

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All’inizio era una giornata di festa. Colori, musica, corpi in movimento tra i viali del Tiergarten, uno dei cuori verdi di Berlino. Il Pride scorreva come ogni anno: un rito civile e collettivo, una dichiarazione pubblica di libertà. Poi, all’improvviso, il rumore. Un motore che accelera. Le urla che si spezzano.

Il furgone bianco arriva veloce, troppo veloce per essere un errore. Travolge le persone lungo Ahornsteig, una lingua di asfalto che attraversa il parco. Non si ferma subito: prosegue la corsa fino a schiantarsi contro un albero. In quell’istante, mentre gli airbag si gonfiano e il metallo si accartoccia, il tempo sembra sospendersi.

Poi ricomincia. Ma in modo diverso.

Secondo le testimonianze raccolte nelle ore successive, qualcuno scende dal veicolo. Non fugge subito. Prima colpisce. Una lama, forse un machete, che si muove nel disordine, tra chi cerca di soccorrere, chi di scappare, chi ancora non ha capito. È la seconda fase, quella che gli investigatori ora cercano di confermare pezzo per pezzo, tra racconti frammentari e immagini tremolanti.

Quando tutto finisce, resta il silenzio rotto dalle sirene. A terra, una donna senza vita. Sedici feriti, tre dei quali in condizioni critiche. E un uomo che non c’è più.

Il nome che circola è quello di Abdul B., 21 anni. Non è stato arrestato. Non ancora. È un’ombra che si muove dentro una città improvvisamente più stretta, più sorvegliata, più inquieta. Le forze dell’ordine lo conoscono già: era uscito da un riformatorio pochi mesi fa, a maggio 2026. Ha legami familiari a Berlino e, secondo quanto riferito dagli investigatori, frequentazioni in ambienti islamisti.

Ma è davvero lui alla guida del furgone? È davvero lui l’uomo con la lama? E, soprattutto, è solo?

Le domande si moltiplicano più velocemente delle risposte.

Il veicolo, gravemente danneggiato, è stato sequestrato sul posto. Non è a noleggio, dettaglio tutt’altro che secondario: appartiene a un privato. Un filo che gli investigatori stanno seguendo per capire se dietro ci sia una rete, un appoggio, una preparazione.

Intorno, la città si muove a scatti. Il Tiergarten viene isolato, setacciato anche con telecamere termiche. Le pattuglie si moltiplicano, gli interventi si rincorrono. Nella notte, le forze speciali fanno irruzione in un appartamento a Schöneberg. Porte sfondate, luci accese, tensione altissima. Ma dentro non c’è nessuno.

La caccia continua.

La polizia diffonde una descrizione precisa: alto circa un metro e novanta, corporatura snella, capelli neri. Felpa nera con cappuccio, pantaloni bianchi. Un’immagine che si imprime nella mente collettiva, alimentata dai video che iniziano a circolare. Per questo viene aperto un portale: chi ha filmato, chi ha fotografato, può caricare tutto. Ogni dettaglio può fare la differenza.

L’appello è chiaro quanto inquietante: non avvicinarsi. Potrebbe essere armato. Potrebbe colpire ancora.

Nel frattempo, l’inchiesta prende forma. La Procura generale di Berlino e l’Ufficio investigativo criminale assumono il controllo. L’ipotesi è quella di attentato. Non una semplice escalation di violenza, ma un atto con un movente più ampio, più strutturato. Eppure, anche qui, nulla è definitivo. Le versioni dei testimoni divergono. C’è chi parla di un solo aggressore, chi giura di averne visti più di uno.

È un mosaico incompleto, fatto di frammenti ancora da incastrare.

Fuori dalla Germania, arrivano le reazioni. La solidarietà si mescola alla preoccupazione. “L’Europa unita si schiera contro l’ombra del terrorismo”, scrive il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Parole che provano a dare un senso politico a quello che, sul terreno, resta prima di tutto un trauma umano.

Perché ciò che è accaduto a Berlino non è solo un fatto di cronaca. È una frattura. Un’irruzione violenta dentro uno spazio che, per sua natura, rivendica apertura, visibilità, diritti.

Ora la città aspetta. Aspetta un arresto, una verità, una ricostruzione che tenga insieme i pezzi. Nel frattempo, resta la memoria di quel pomeriggio interrotto. I colori del Pride, ancora sospesi tra gli alberi del Tiergarten, e quella linea sottile — improvvisa, brutale — che separa la festa dalla paura.

Carceri, la guerra delle parole: De Lucia lancia l’allarme, Nordio reagisce. Scontro aperto sul controllo degli istituti penitenziari

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Un botta e risposta durissimo, destinato ad alimentare il dibattito sulla sicurezza e sul sistema penitenziario italiano. Da una parte il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, che lancia un allarme senza mezzi termini: nelle carceri italiane il controllo dello Stato sarebbe sempre più fragile, mentre le organizzazioni criminali continuerebbero a esercitare un’influenza pericolosa. Dall’altra il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che respinge con forza le accuse e accusa il magistrato di aver generalizzato episodi specifici, arrivando a definire le sue parole “di una gravità inaudita”.

La frattura non riguarda soltanto una diversa lettura della situazione penitenziaria, ma investe il rapporto tra politica e magistratura, tra chi chiede interventi urgenti e chi rivendica il lavoro quotidiano delle istituzioni impegnate nella sicurezza.

De Lucia: “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”

L’allarme del procuratore capo di Palermo è arrivato durante un incontro sul racket del pizzo organizzato da Assostampa. Un intervento che ha subito acceso i riflettori sulle condizioni degli istituti penitenziari e sul rischio di infiltrazioni mafiose.

Secondo De Lucia, “le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. Una frase destinata a fare rumore, accompagnata da una spiegazione ancora più netta: gli istituti penitenziari, a suo giudizio, non esploderebbero soltanto perché le stesse organizzazioni criminali avrebbero interesse a mantenere un equilibrio apparente.

Il procuratore ha citato alcune indagini condotte anche dalla Procura di Palermo, dalle quali sarebbero emersi episodi inquietanti: acquisti di munizioni gestiti dall’interno degli istituti, ordini di danneggiamenti, intimidazioni e richieste estorsive partite dalle celle.

Un quadro che, secondo De Lucia, evidenzierebbe una capacità delle mafie di adattarsi anche all’interno del sistema carcerario, trasformando alcuni penitenziari in luoghi dove continuano a circolare ordini e strategie criminali.

Il ritorno della violenza mafiosa e l’allarme armi

Nel suo intervento il procuratore ha parlato anche della recrudescenza del fenomeno estorsivo a Palermo, soprattutto nelle periferie.

“Non ci sono parti di territorio ormai esenti dal fenomeno del racket”, ha spiegato, sottolineando come in alcune zone il pagamento del pizzo continui a essere percepito come una pratica quasi normale, radicata nel tempo.

Particolare attenzione è stata dedicata al quartiere San Lorenzo, dove secondo De Lucia si starebbe registrando un ritorno alla violenza mafiosa dopo una fase di apparente ridimensionamento del controllo criminale.

Il magistrato ha inoltre lanciato un allarme sulla disponibilità di armi da guerra: non soltanto kalashnikov, ma anche ordigni ad alto potenziale provenienti da vecchi e nuovi scenari di conflitto, compresi i circuiti internazionali legati alle guerre nei Balcani e al conflitto tra Russia e Ucraina.

Nordio replica: “Attacco ingiusto alla polizia penitenziaria”

La reazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio è stata immediata e altrettanto dura.

“È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso”, ha dichiarato il Guardasigilli, contestando soprattutto l’idea che il sistema penitenziario nazionale sia sfuggito alla gestione dello Stato.

Secondo Nordio, le parole del procuratore avrebbero rappresentato un’offesa nei confronti dell’intero corpo della polizia penitenziaria, “che svolge il proprio dovere con il rischio della vita”.

Il ministro ha precisato che eventuali criticità o episodi patologici non possono essere estesi automaticamente all’intero territorio nazionale, rivendicando il lavoro svolto dal governo e il confronto istituzionale con Procura nazionale antimafia, Consiglio superiore della magistratura e Associazione nazionale magistrati.

Una replica che però ha ulteriormente acceso la polemica, trasformando un confronto sulla sicurezza delle carceri in un nuovo terreno di scontro istituzionale.

L’Anm contro Nordio: “Reazione scomposta e inaccettabile”

A difesa del procuratore di Palermo è intervenuta l’Associazione nazionale magistrati, che ha definito l’intervento di De Lucia un “allarme importante che merita ascolto”.

Secondo l’Anm, il problema delle carceri italiane è sotto gli occhi di tutti: sovraffollamento, condizioni difficili per i detenuti e carichi di lavoro insostenibili per la polizia penitenziaria.

L’associazione ha accusato il ministro di non aver risposto nel merito delle questioni sollevate, scegliendo invece “un attacco scomposto e inaccettabile”.

“Il ministero ha il compito di risolvere i problemi del sistema penitenziario, non di attaccare chi combatte la criminalità”, ha sottolineato l’Anm, ribadendo la necessità di interventi immediati.

Addiopizzo: “Servivano chiarimenti, non attacchi”

Anche il comitato palermitano Addiopizzo ha criticato la reazione del ministro.

Secondo l’associazione antimafia, davanti a un quadro definito grave e preoccupante sarebbe stato necessario un chiarimento pubblico da parte del titolare della Giustizia, non uno scontro personale contro chi ha sollevato il problema.

Per Addiopizzo, le parole di De Lucia non rappresentano una polemica politica, ma il richiamo di chi opera quotidianamente sul fronte della lotta alla criminalità organizzata.

Il Pd: “Solidarietà a De Lucia, Nordio inadeguato al ruolo”

Sul fronte politico è intervenuto anche il Partito Democratico con Peppe Provenzano, componente della commissione Antimafia e della segreteria nazionale.

Provenzano ha espresso solidarietà al procuratore di Palermo, definendolo un magistrato di comprovata competenza ed equilibrio.

Secondo il deputato dem, le istituzioni dovrebbero ascoltare chi combatte ogni giorno contro le mafie e conosce direttamente le criticità del sistema carcerario.

“Il ministro della Giustizia avrebbe avuto il dovere di confrontarsi con queste valutazioni senza trasformare ogni rilievo in uno scontro istituzionale”, ha affermato Provenzano, accusando Nordio di aver risposto con “insulti inaccettabili”.

Una frattura che va oltre il caso Palermo

Lo scontro tra De Lucia e Nordio diventa così il simbolo di una questione più ampia: quale sia oggi il livello di controllo dello Stato dentro e fuori dalle carceri e quale risposta debbano dare le istituzioni davanti alla capacità delle mafie di adattarsi ai cambiamenti.

Al di là delle parole accese e delle contrapposizioni politiche, resta sul tavolo una domanda centrale: il sistema penitenziario italiano è davvero attrezzato per impedire che le organizzazioni criminali continuino a esercitare influenza anche dietro le sbarre?

La risposta, inevitabilmente, passa dai fatti: sicurezza, risorse, personale, intelligence e capacità dello Stato di non lasciare spazi vuoti alla criminalità organizzata.

Scontri in Val di Susa, M5S e Pd condannano la violenza: “Il dissenso è legittimo, gli attacchi no”

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La protesta No Tav torna al centro del dibattito politico dopo gli scontri avvenuti in Val di Susa davanti al cantiere della Torino-Lione. Gli episodi di tensione, con il ferimento di alcuni agenti delle forze dell’ordine, hanno provocato una reazione compatta da parte di diverse forze politiche: la condanna della violenza è netta, senza distinguo né giustificazioni.

Dal Movimento 5 Stelle arriva una presa di posizione che unisce solidarietà agli agenti coinvolti e una rinnovata critica all’opera ferroviaria. “Chi compie violenze non manifesta: delinque”, sottolineano in una nota congiunta i parlamentari pentastellati Chiara Appendino, Antonino Iaria ed Elisa Pirro, evidenziando come gli atti di violenza rischino di spostare il dibattito dal merito della questione infrastrutturale.

Secondo il M5S, infatti, gli scontri finiscono per offrire un vantaggio proprio ai sostenitori della Tav, perché distolgono l’attenzione dalle questioni economiche e ambientali legate al progetto. Al centro delle critiche ci sono i costi dell’opera, indicati in 14,7 miliardi di euro, e l’aumento del 127% rispetto alle stime iniziali richiamato dalla Corte dei conti europea.

“Un giorno di scontri serve a non parlare dei numeri”, affermano i parlamentari, rilanciando il tema della sostenibilità finanziaria della Torino-Lione e ricordando che, secondo la loro posizione, sul versante italiano non sarebbe ancora stato scavato un metro del tunnel di base con la fresa.

Per il Movimento, il momento attuale rappresenterebbe una fase decisiva per riaprire il confronto sull’opportunità dell’opera. In particolare, viene indicata come passaggio cruciale la tratta Avigliana-Orbassano: un segmento che, secondo i Cinque Stelle, potrebbe ancora essere fermato per destinare le risorse ad altri interventi, a partire dal potenziamento del trasporto pubblico locale in Val di Susa.

Sulla stessa linea di fermezza contro la violenza interviene anche il Partito democratico. Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale del Pd, parla di un “no netto” agli attacchi contro le forze dell’ordine e respinge qualsiasi tentativo di attenuazione.

“Non esiste un ‘sì, ma’. Esiste solo un no”, afferma Ruotolo, sottolineando che il dissenso politico e sociale rappresenta un diritto fondamentale, ma non può mai trasformarsi in aggressione. “Si passa dalla parte del torto quando si sceglie la violenza, quando ci si nasconde dietro un passamontagna, quando si attaccano donne e uomini in divisa”, aggiunge.

Il messaggio che arriva dal fronte politico è dunque duplice: da una parte la difesa del diritto a manifestare e a contestare una grande opera pubblica; dall’altra la linea invalicabile del rifiuto di qualsiasi forma di violenza.

La partita sulla Torino-Lione resta aperta sul piano politico e infrastrutturale, ma gli episodi di Val di Susa hanno riportato in primo piano un principio condiviso: il confronto sulle grandi opere può essere acceso e anche radicale, ma deve restare dentro i confini della legalità democratica.

Valle di Susa, la marcia No Tav sfocia negli scontri: assalto ai cantieri sotto lacrimogeni

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Doveva essere una marcia di protesta, si è trasformata in un pomeriggio di tensione e scontri. In Valle di Susa, la manifestazione No Tav ha vissuto momenti di forte conflitto quando alcune centinaia di attivisti dell’area più radicale hanno attaccato le forze dell’ordine schierate a difesa dei cantieri della Torino-Lione.

È accaduto nel primo pomeriggio, lungo il percorso che da Venaus conduce verso i siti considerati simbolo dell’opera. Qui, tra San Didero e Chiomonte, sono partiti lanci di pietre e bombe carta contro i reparti in assetto antisommossa. La risposta è stata immediata: lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti e impedire l’avanzata.

Gli scontri iniziali sono durati circa venti minuti, ma la tensione non si è mai davvero allentata. Mentre una parte del corteo proseguiva, gruppi di incappucciati e travisati hanno tentato di aggirare i blocchi e raggiungere il cantiere di Chiomonte. Alcuni sono stati fermati tra corsi d’acqua e strade secondarie, altri bloccati a Bruzolo, lungo la direttrice tra San Didero e Bussoleno.

Nel caos, sono state danneggiate anche alcune barriere di cemento. E mentre la situazione restava fluida, con nuovi momenti di nervosismo, la viabilità ha subito pesanti ripercussioni: chiusa per motivi di sicurezza l’autostrada A32 Torino-Bardonecchia tra Oulx e Susa Est.

La giornata era iniziata sotto stretta osservazione. Già prima della manifestazione, alla stazione di Bardonecchia, le forze dell’ordine avevano sequestrato fionde, razzi, petardi e altro materiale potenzialmente offensivo. Alla vigilia, il prefetto di Torino aveva disposto misure restrittive, mentre il questore aveva firmato 14 provvedimenti tra daspo urbani e fogli di via.

Secondo gli organizzatori, al corteo hanno partecipato circa ventimila persone. Ma è stata la presenza delle frange più oltranziste a segnare la giornata, riportando al centro della scena un conflitto che in Valle di Susa resta acceso da anni e che, ancora una volta, è esploso lungo le strade che portano ai cantieri.

Premio Bancarella, Pontremoli al centro della scena: Auge Università e il Burundi protagonisti di una cultura senza confini

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Pontremoli accende i riflettori sulla 74ª edizione del Premio Bancarella e lo fa con un respiro che va oltre i confini nazionali. Domenica sera, in Piazza della Repubblica, saranno sei i titoli a contendersi la storica “fascetta”, simbolo di un successo decretato dai librai e consacrato dal pubblico.

Ma accanto alla competizione letteraria, quest’anno emerge con forza un’altra direttrice: quella del dialogo tra cultura, accademia e diplomazia internazionale. Un ruolo centrale è svolto da Auge Università e dal Centro diplomatico di cultura del Burundi in Italia, protagonisti di una sinergia che arricchisce il profilo della manifestazione.

Il rettore di Auge Università, il professor avvocato Giuseppe Catapano, ha voluto sottolineare il valore dell’iniziativa, esprimendo un convinto plauso all’organizzazione. Un riconoscimento condiviso con l’ambasciatore del Burundi in Italia, S.E. Ernest Ndabashinze, e con il corpo diplomatico e accademico del Centro, rappresentato dal professor Fiume Giallo Imperatore, dal professor Luigi Ferraiuolo, dal dottor Piero Rispoli e dal dottor Eugenio Maisto. Un fronte compatto che testimonia come il Bancarella sia ormai anche un terreno di confronto internazionale, capace di unire istituzioni e culture diverse.

Le congratulazioni sono state rivolte all’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Pier Camillo Cocchi, e alla presidente del Premio, la scrittrice Aurora Tamigio, vincitrice dell’edizione 2024, che accompagna il Bancarella in questa nuova fase di apertura e consolidamento.

Sul fronte letterario, la corsa al premio si presenta ampia e sfaccettata. I sei finalisti selezionati dai librai raccontano mondi e sensibilità diverse: Lorenza Gentile con “La volta giusta” (Feltrinelli) firma una storia di rinascita e cambiamento; Gianlivio Fasciano, in “Mi chiamo Ruggine” (Castelvecchi), intreccia guerra e identità; Felicia Kingsley porta leggerezza e ritmo con “Scandalo a Hollywood” (Newton Compton). Spazio anche alle dinamiche familiari con “L’Anna che verrà” di Annalisa Menin (Giunti), mentre Roberta Recchia, con “Io che ti ho voluto così bene” (Rizzoli), esplora i legami affettivi più profondi. Paolo Ruffini, infine, chiude la sestina con “Io sono perfetto” (La Nave di Teseo), affrontando con sensibilità il tema della disabilità.

A fare da cornice alla finale, un programma fitto che trasforma la città in un palcoscenico culturale diffuso. Ospite d’onore sarà lo scrittore Franco Faggiani, mentre la conduzione della serata finale è affidata all’attrice e volto televisivo Chiara Buratti.

Dalla musica del Corpo bandistico di Bedonia alle presentazioni editoriali, passando per mostre e incontri con autori, Pontremoli vive un fine settimana all’insegna della cultura. Tra gli appuntamenti, la presentazione di “La leadership X tutti” di Gigi De Palo con Giancarlo Blangiardo, la mostra del maestro Matteo Nebuloni, e gli incontri con Silvia Dai Prà e Michelangelo Ferri, in un continuo dialogo tra arti e linguaggi.

La giornata conclusiva si apre con una serie di presentazioni a Palazzo Dosi Magnavacca, dove si alterneranno Ennio Stamile, Daniela Dawan, Fabio Pilato e Marisa Manzini, seguite dal Premio “Ius Arte Libri. Il ponte della legalità”, a sottolineare l’impegno civile della rassegna. Nel pomeriggio, spazio a Cristiano Ceresani e ancora a Franco Faggiani, prima del momento più atteso.

Alle 21, il “salotto degli autori” e la proclamazione del vincitore chiuderanno una manifestazione che si conferma non solo come celebrazione del libro, ma come crocevia di esperienze, relazioni e visioni. Con Auge Università e il Centro diplomatico di cultura del Burundi in prima linea, il Premio Bancarella rafforza così la propria vocazione: essere un luogo dove la cultura incontra il mondo.