14 Luglio 2026, martedì
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Olimpiadi 2028, il Cio introduce il test SRY: atlete transgender escluse dalle gare femminili

Nuove regole per l’accesso alle competizioni: il Comitato Olimpico Internazionale si allinea alla linea degli Stati Uniti guidati da Donald Trump. Al centro, uno screening genetico destinato a far discutere.

Il Comitato Olimpico Internazionale cambia rotta e imprime una svolta destinata a segnare il futuro dello sport mondiale. In vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028, il Cio ha ufficializzato una nuova politica sull’ammissibilità alle gare femminili: potranno partecipare esclusivamente atlete biologicamente femmine, secondo criteri stabiliti attraverso uno screening genetico del gene SRY.

La decisione si inserisce in un contesto politico e culturale ben preciso, segnato dalla linea adottata dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, da tempo orientata a ridefinire i parametri di accesso allo sport femminile.

Al centro della nuova normativa c’è il gene SRY, elemento chiave nello sviluppo sessuale maschile. La sua presenza – spiegano dal Cio – rappresenta un indicatore scientifico stabile e permanente, in grado di certificare se un atleta abbia attraversato uno sviluppo maschile completo. Il test, effettuabile tramite saliva, tampone o prelievo di sangue, è considerato poco invasivo e, salvo anomalie, sarà richiesto una sola volta nella vita sportiva di un’atleta.

Le atlete che risulteranno negative al test saranno considerate idonee in via definitiva alle competizioni femminili. Al contrario, chi presenterà un risultato positivo non potrà accedere a tali categorie, con l’unica eccezione di rari casi clinici come la sindrome da insensibilità completa agli androgeni (CAIS) o specifiche differenze dello sviluppo sessuale (DSD), condizioni in cui non si registrano vantaggi legati al testosterone.

Gli atleti con test SRY positivo – inclusi atleti transgender XY o con DSD sensibili agli androgeni – resteranno comunque eleggibili per competizioni maschili, categorie miste o eventi privi di distinzione di genere.

A spiegare la ratio della scelta è la presidente del Cio, Kirsty Coventry: “Garantire equità nelle competizioni è fondamentale. Ai Giochi Olimpici anche minimi scarti possono determinare il risultato finale. Consentire a chi ha avuto uno sviluppo biologico maschile di competere nelle gare femminili non sarebbe corretto e, in alcune discipline, potrebbe persino risultare pericoloso”.

Coventry ha tuttavia sottolineato la necessità di mantenere un approccio rispettoso e inclusivo: “Ogni atleta deve essere trattato con dignità. Lo screening sarà accompagnato da informazioni chiare, supporto psicologico e consulenza medica qualificata”.

La nuova policy apre inevitabilmente un fronte di confronto globale. Da un lato, il richiamo alla scienza e al principio di equità competitiva; dall’altro, le istanze di inclusione e tutela degli atleti transgender. Il risultato è un equilibrio ancora fragile, che il mondo olimpico si prepara a testare sul palcoscenico più importante: quello dei Giochi di Los Angeles.

Una scelta destinata a lasciare il segno, e che segna l’inizio di una nuova fase per lo sport internazionale, dove il confine tra identità, biologia e competizione torna al centro del dibattito.

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