14 Luglio 2026, martedì
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Taranto, dopo l’acciaio il futuro: dalla fabbrica ferita alla “Costa Rica italiana” serve una scelta coraggiosa

Tra rilancio industriale e riconversione ambientale, il destino dell’ex Ilva resta sospeso. Ma senza un vero progetto, un piano di fattibilità e una visione strategica la città rischia di restare prigioniera delle emergenze: la sfida è trasformare una crisi lunga decenni in un modello di sviluppo fondato su natura, turismo e nuova occupazione.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

L’incompetenza e l’inconcludenza politica peggiora di mese in mese la situazione di Taranto, una situazione in cui i danni prodotti dall’inquinamento industriale richiamano quelli ambientali lasciati dalle compagnie bananiere statunitensi in Costarica. Da quell’esperienza è possibile ripartire per dare a Taranto un Futuro di Sostenibilità occupazionale, economica e ambientale.

Ogni volta che si affronta l’argomento dell’acciaieria di Taranto tremano le vene dei polsi. Negli ultimi anni abbiamo assistito a interventi operati dalla magistratura che, immaginando di difendere ambiente e salute, hanno devastato l’occupazione, interventi della politica che, tentando di difendere l’occupazione, hanno devastato le casse dello Stato e l’ambiente.

In nessun caso abbiamo assistito a forme di Progettazione Industriale e Sociale, quanto piuttosto a interventi tampone destinati a fallire nel breve periodo.

Oggi anche l’eco di un possibile nuovo partenariato industriale a cui si accennava qualche settimana fa, partenaraito teso ad un rilancio delle attività produttive, si è spenta in un silenzio che assomiglia in modo preoccupante al vuoto pneumatico: un vuoto di idee, di proposte, di indicazioni.

Delle due l’una

La decisione di impronta “politica” deve definire se l’area di Taranto debba essere interpretata in termini di progettazione industriale o di conversione ambientale.

Nel primo caso la cantieristica militare, vissto l’appeal recentemente esercitato dall’industria bellica, potrebbe introdursi negli immensi spazi produttivi dell’acciaieria.

Si tratterebbe di rinnovare l’orentamento che alla città attribuiva il fascismo, un Grande Porto militare italiano che si affaccia sul Mar Ionio con annesse attività costruttive e di riparazione di corvette, fregate e sommergibili.

Ci vorrebbe un progetto (che non c’è), una valutazione di Costi e Benefici (che non c’è) e un’indicazione politica di carattere strategico (che non c’è).

Forse si dovrebbe partire da quello che si chiama Piano di Fattibilità (che non c’è) che includa i costi di Bonifica Ambientale (che non si sanno), le modalità di smaltimento dei residui potenzialmente tossici (ignote), i termini ricostruttivi post bonifica (vai a sapere).

Ci vorrebbe una cosa tipo il progetto di Trump per Gaza, con disegnini, video virtuali e miliardari disposti a partecipare, ma non c’è: perché i miliardari vogliono investire in cose che rendono e a Gaza hanno fiutato gli affari immobliari sostenuti dalla crescita vorticosa del fenomeno turistico

Allora, sostengo, forse conviene puntare su Real Estate & Tourism e una volta operata la Bonifica ambientale, che di suo impiegherà anni di lavoro (generando anni di occupazione) procedere rapidamente a definire l’area come la Costarica italiana, dove Natura e Ambiente incontaminati producono occupazione, lavoro e sostenibilità.

Dopo il diluvio

La Costarica era devastata dalle attività delle grandi compagnie bananiere (e ortofrutticole in generale) statunitensi e quando i veleni irrorati dagli aerei e dagli elicotteri al servizio delle bananiere americane, persino durante le ore di lavoro, sterminarono ciò che rimaneva delle colture originarie producendo gli stessi terrificanti danni ambientali riscontrati anche in Colombia e Guatemala, il governo giunse a patti con gli USA imponendo agli stessi di gestire la difesa dello Stato (Costarica non dispone di un esercito proprio) mentre lo Stato pensava a bonificare l’ambiente reintroducendo modelli di sostenibilità ambientale tali da definire oggi quella nazione come un Paradiso Naturale.

Costarica, da allora, è meta preferenziale di ricchi pensionati, di un turismo responsabile amante dell’esplorazione della natuta, con un elevato livello di residenzialità, in particolar modo nella regione del Guanacaste sul versante Pacifico.

Non si vede perché allora un territorio come quello tarantino, in forza dei Due Mari e del Mar Ionio e delle lunghissime spiagge che si spingono fino ai confini del Salento da un lato e della Basilicata dall’altro, non possa divenire Oasi Naturale a sostegno dell’Avio fauna migratoria e dello studio dei cambiamenti climatici marini.

Non si vede perché il territorio non possa ospitare residenze e alberghi e forme di intrattenimento per i turisti amanti della Naturalità e dell’Osservazione della Natura.

Non si vede perché un territorio destinato ad Oasi naturale non possa generare forme di turismo ad alto valore aggiunto, unendo il Lusso alla tradizione, i Comfort alla Sostenibilità, perché non sta scritto da nessuna parte che chi ama la natura debba stare in una capanna e annoiarsi tutte le sere sfogliando tristi cataloghi di uccelli.

Potrebbe stare in piedi un progetto del genere?

Sì, se la Regione fosse capace di produrre un Marketing adeguato a sostengo del turismo e della residenzialità.

Potrebbe generare occupazione e lavoro? Sì, a palate.

Potrebbe avere prospettive di futuro?

Sì, perché le prospettive del turismo della conservazione naturale e del turismo di lusso sono elevate e non si prevedono flessioni di sorta.

Ora la parola spetterebbe alla politica, se ci fosse una politica capace di scegliere, orientare e decidere.

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