La sicurezza torna al centro della scena americana, come fatto giudiziario e come asse politico. A meno di due mesi dalle elezioni che hanno riportato Donald Trump alla Casa Bianca, la giustizia federale ha inflitto l’ergastolo a Ryan Routh, l’uomo che tentò di assassinare il presidente appostandosi armato tra le siepi del suo campo da golf a West Palm Beach, in Florida. Un attentato fallito, ma carico di valore simbolico, che si è consumato nel momento più teso della campagna elettorale e che oggi diventa una delle immagini fondative del nuovo mandato.
Routh, 59 anni, è stato riconosciuto colpevole di cinque capi d’accusa, tra cui tentato omicidio del presidente degli Stati Uniti. Al processo aveva scelto di difendersi da solo; alla lettura della sentenza, pronunciata dal giudice distrettuale Aileen Cannon a Fort Pierce, ha tentato il suicidio in aula. Le indagini hanno ricostruito un progetto lucido e premeditato: nei mesi precedenti l’uomo aveva più volte scritto di voler uccidere Trump e aveva persino promesso una ricompensa di 150mila dollari a chi fosse riuscito nell’impresa. Quello della Florida è stato il secondo tentativo di attentato contro Trump dopo l’episodio di Butler, in Pennsylvania, confermando quanto la violenza politica sia ormai entrata nel lessico concreto della democrazia americana.
È in questo clima che si collocano anche le scelte dell’amministrazione sul fronte interno. Nelle stesse ore in cui si chiudeva il capitolo giudiziario dell’attentato, Trump ha ordinato il ritiro di circa 700 agenti dell’Ice da Minneapolis, dove da un mese era in corso una vasta operazione anti-immigrazione segnata da forti tensioni e dalla morte di due persone. Una decisione che non segna un cambio di linea, ma piuttosto una correzione tattica.
A chiarirlo è stato Tom Homan, nuovo ufficiale in capo dell’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione: nel Minnesota resteranno circa duemila agenti e la missione, ha assicurato, «non cambia». «Non ci stiamo arrendendo – ha detto – stiamo rendendo l’operazione più efficiente e intelligente». La riorganizzazione riguarderà la catena di comando e la distribuzione degli uomini, mentre la strategia di deportazione di massa resta uno dei pilastri della presidenza Trump.
Lo stesso presidente ha ammesso, in un’intervista, che da quanto accaduto a Minneapolis «forse si può imparare a usare un tocco un po’ più morbido», salvo ribadire che sull’immigrazione «bisogna comunque essere duri». Un linguaggio che riflette l’equilibrio fragile tra fermezza e controllo del consenso, in un Paese attraversato da profonde fratture sociali e politiche.
Dall’ergastolo per l’uomo che voleva ucciderlo alla rimodulazione delle operazioni dell’Ice, Trump costruisce così il racconto del suo nuovo mandato: un’America sotto assedio, alla quale rispondere con l’autorità dello Stato, senza arretrare sui principi, ma adattando la forma della forza al rischio di nuove esplosioni di conflitto.

