3 Aprile 2026, venerdì
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Cristina Mazzotti, l’ergastolo della memoria: due condanne per un delitto che ha segnato un’epoca

La sentenza della Corte d’assise di Como chiude uno dei capitoli più bui dei sequestri di ’ndrangheta al Nord: due condanne all’ergastolo per l’uccisione della giovane rapita nel 1975, prima donna vittima dei rapimenti mafiosi in Lombardia.

A quasi cinquant’anni dal sequestro e dall’omicidio di Cristina Mazzotti, la giustizia arriva, tardiva ma netta, nelle aule del tribunale di Como. La Corte d’assise ha condannato all’ergastolo Giuseppe Calabrò, 74 anni, detto “u’ duttiricchiu”, originario di San Luca, e Demetrio Latella, 71 anni, noto come “Luciano”, calabrese di nascita e residente nel Novarese, ritenuti colpevoli del concorso nell’omicidio volontario aggravato della giovane, rapita il 30 giugno 1975 a Eupilio, nel Comasco, e ritrovata morta il 1° settembre dello stesso anno nelle campagne di Galliate.

Cristina Mazzotti, figlia dell’imprenditore Elios, aveva solo 18 anni. Il suo nome è diventato simbolo di una stagione di violenza che segnò profondamente la Lombardia degli anni Settanta: fu la prima donna a cadere vittima dei sequestri di persona organizzati dalla ’ndrangheta al Nord, una strategia criminale che portò il metodo mafioso ben oltre i confini tradizionali della Calabria.

La sentenza ha riconosciuto la responsabilità penale di Calabrò e Latella per l’omicidio, mentre il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione è stato dichiarato estinto per prescrizione. Assolto invece il terzo imputato, Antonio Talia, 73 anni, di Africo, per non aver commesso il fatto. Ai due condannati è stata inoltre imposta una provvisionale di 600mila euro ciascuno in favore dei fratelli della vittima, Vittorio e Marina Mazzotti, costituitisi parte civile.

Il processo è stato reso possibile dalla riapertura dell’inchiesta da parte della Direzione distrettuale antimafia di Milano, grazie al lavoro della pm Cecilia Vassena, che ha ricostruito minuziosamente una vicenda rimasta a lungo sospesa tra silenzi, depistaggi e limiti tecnologici dell’epoca. Decisiva, in particolare, l’attribuzione di un’impronta digitale rinvenuta sulla carrozzeria della Mini su cui viaggiava Cristina la sera del rapimento: apparteneva a Demetrio Latella. Un dato che solo nel 2006 ha potuto essere certificato grazie al sistema Afis della polizia scientifica di Roma. A quel punto Latella ha ammesso il proprio coinvolgimento nel sequestro.

Durante la requisitoria, durata oltre sette ore, la pm Vassena ha restituito all’aula l’orrore della prigionia cui fu sottoposta la giovane. «Mi vengono i brividi a pensarci», ha detto il magistrato, descrivendo le condizioni “disumane” della detenzione: Cristina era rinchiusa in una buca scavata sotto il pavimento di un garage, uno spazio angusto in cui non poteva nemmeno stare in piedi e dove l’aria arrivava attraverso un tubo di pochi centimetri di diametro.

A rafforzare il quadro accusatorio sono state anche le testimonianze di due amici di Cristina, Emanuela Lovisari e Carlo Galli, che nel corso del dibattimento hanno riconosciuto senza esitazioni Giuseppe Calabrò come uno dei componenti del commando che materialmente mise in atto il rapimento.

In aula, accanto ai familiari della vittima assistiti dall’avvocato Antonio Repici, erano presenti anche gli studenti del liceo classico Carducci di Milano, la scuola frequentata da Cristina. Una presenza dal forte valore simbolico, che ha ricordato come quella storia non appartenga solo al passato giudiziario del Paese, ma continui a interrogare le coscienze delle nuove generazioni.

Con la sentenza di Como si chiude uno dei casi più emblematici dei sequestri di ’ndrangheta in Lombardia. Resta il peso di un tempo perduto, ma anche il segno di una giustizia che, pur dopo mezzo secolo, ha saputo dare un nome e una responsabilità a uno dei delitti più crudeli della storia criminale italiana.

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