8 Luglio 2026, mercoledì
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Dazi USA-UE, l’Europa alza la voce: “Sostenere oltre il 10% è insostenibile”

Giorgetti invoca un compromesso “senza cedere di un centimetro”. La Francia ricorda agli Stati Uniti quanto la loro economia dipenda dal vecchio continente. Trump minimizza: “Con l’Europa stiamo parlando, tutto andrà bene”

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Unione Europea tornano a occupare il centro del dibattito politico ed economico internazionale. Il nodo dei dazi, ancora irrisolto, minaccia di accentuare le frizioni tra le due sponde dell’Atlantico in un momento in cui le relazioni transatlantiche dovrebbero essere più solide che mai, alla luce delle sfide geopolitiche globali e del nuovo quadro economico mondiale.

In Italia, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha lanciato un monito chiaro e diretto: “È troppo importante arrivare a un ragionevole compromesso sui dazi”, ha dichiarato, sottolineando la necessità di negoziare con determinazione ma anche con realismo. “Bisogna negoziare senza stancarsi, senza cedere di nemmeno un centimetro”, ha affermato il ministro durante un incontro con la stampa. Secondo Giorgetti, spingersi oltre la soglia del 10% nei dazi doganali rischierebbe di diventare “insostenibile”, soprattutto per le economie europee già messe sotto pressione da inflazione, alti tassi di interesse e rallentamento della crescita.

Le preoccupazioni italiane sono condivise anche oltralpe. Il ministro francese per gli Affari europei e gli Affari esteri, Jean-Noël Barrot, ha ricordato dati fondamentali per comprendere l’interdipendenza economica tra Europa e Stati Uniti. “L’economia americana ha un bisogno vitale dell’economia europea per funzionare”, ha detto con fermezza, aggiungendo che le grandi aziende digitali statunitensi — in particolare i colossi del web — generano fino al 25% del loro fatturato proprio in Europa.

Barrot ha anche richiamato l’attenzione sul ruolo cruciale dell’Eurozona nel sostenere indirettamente l’economia americana: “L’Eurozona finanzia il deficit pubblico e l’economia americana per un ammontare pari a 3.000 miliardi di euro, al netto degli investimenti statunitensi in Europa”. Una cifra imponente che, secondo Parigi, dovrebbe indurre Washington a valutare con maggiore cautela l’impatto sistemico di politiche commerciali restrittive.

Sul versante statunitense, l’ex presidente Donald Trump — attualmente in corsa per la rielezione e protagonista di una campagna improntata a un marcato ritorno al protezionismo economico — ha gettato acqua sul fuoco, almeno nei toni. “Con l’Unione Europea stiamo discutendo”, ha dichiarato, “e penso che andrà bene”. Un’affermazione che non chiarisce del tutto la posizione americana, ma che suggerisce l’esistenza di un dialogo in corso, almeno a livello informale.

Nonostante il tono distensivo di Trump, le preoccupazioni europee restano alte. I margini per un compromesso sembrano tutt’altro che scontati, specialmente considerando che, negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno più volte ricorso a misure unilaterali in ambito commerciale, giustificate come protezione degli interessi nazionali. Le tariffe su acciaio e alluminio imposte durante la prima presidenza Trump, così come le minacce di dazi su automobili europee, sono ancora nella memoria di molti attori istituzionali a Bruxelles.

Il rischio attuale è che un’escalation tariffaria possa aggravare le già complesse relazioni economiche globali, rallentando la ripresa e indebolendo la cooperazione tra due aree economiche strettamente interconnesse. Un deterioramento dei rapporti commerciali UE-USA potrebbe avere impatti diretti sull’export europeo, in particolare nei settori dell’agroalimentare, dell’automotive, della moda e della tecnologia, comparti altamente esposti alle barriere tariffarie e alla volatilità del commercio globale.

In questo scenario, l’Europa appare determinata a mantenere la rotta del dialogo, ma senza rinunciare a una postura ferma. La linea tracciata da Giorgetti e Barrot è chiara: apertura al compromesso, ma senza rinunciare alla difesa degli interessi strategici del continente.

L’auspicio, almeno in questa fase, è che prevalga il pragmatismo. Perché una guerra commerciale transatlantica, oggi più che mai, è un lusso che né l’Europa né gli Stati Uniti possono permettersi.

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