A cura di Gilberto Borzini
Nel suo discorso di commiato presidenziale tenuto il 17 gennaio del 1961 il Presidente degli Stati Uniti Eisenhower, detto “Ike”, ammoniva il Paese relativamente alla possibile eccessiva crescita del potere in capo alla lobby delle armi qualora la tensione con l’Unione Sovietica avesse generato un’industria militare sproporzionata rispetto alla necessità.
In poche parole, in piena Guerra Fredda per il Repubblicano Eisenhower la deterrenza dell’arma nucleare era ampiamente sufficiente e un’eccessiva produzione di armamenti convenzionali avrebbe determinato un altrettanto eccessiva pressione dei costruttori di armi sulla politica federale.
Fu il suo successore, il Democratico J.F. Kennedy, preoccupato dalla prevalenza sovietica nella conquista dello spazio (Gagarin) e quindi nella missilistica, a sposare la strategia opposta, aprendo ad un’idea di risposte asimmetriche ad eventuali aggressioni, comunque, ovvero con ogni mezzo, manifestate da Mosca a danno degli USA o dei suoi alleati.
Da allora il peso delle lobby degli armamenti negli USA si è dimostrato sempre più rilevante, condizionando pesantemente la politica estera di Washington.
L’occhio del Generale
Eisenhower era un Generale, anzi “il” generale, che aveva coordinato lo sbarco alleato in Normandia. Da militare osservava che la tipologia di arma difensiva si definisce quando si conosce chi ci attacca e come intende attaccarci, non diversamente da quanto esprime oggi un altro generale italiano secondo cui è stupido spendere una cifra colossale di PIL in armamenti molteplici senza sapere di cosa si abbia effettivamente bisogno, verso quale aggressore e su quale terreno di scontro.
Eisenhower aveva quindi un pensiero strategico ed era circondato da consulenti che provenivano dal mondo della Diplomazia, dell’Economia e della Politica.
Più precisamente le intere strutture politiche occidentali erano composte da organici in larga prevalenza di natura politica.
Dalla Politica all’Economia
Fu con l’avvio della prima presidenza Bush (senior) che l’economia finanziaria scalzò la cultura politica dalle poltrone presidenziali degli USA definendo quella metamorfosi istituzionale che portò il magnate Berlusconi alla Presidenza del Consiglio italiano e successivamente alti esponenti della Finanza e del Capitale, da Mario Draghi al francese Macron (Banchiere e Consigliere del gruppo Rotschildt) al tedesco Mertz (Presidente del poliedrico gruppo di investimento finanziario Black Rock in Germania), a dimostrazione di come l’azione avviata negli anni ’60 dalle Lobbies era riuscita ad imporre propri personaggi non solo al fianco ma in sostituzione dei vertici politici.
La furia di Kallas, le e-mail di Ursula
La Metamorfosi di cui ho scritto nel paragrafo precedente illustra sommariamente ciò che è accaduto in Unione Europea al seguito delle trasformazioni intervenute negli USA e nel modello sistemico ed economico statunitense che l’Europa replica pedissequamente.
Per quanto ai cittadini europei venga sbandierata l’idea di una gestione “politica” della cosa pubblica, con tanto di elezioni, di parlamento e di consiglio europeo, le redini che governano l’apparato sono saldamente nelle mani delle Lobby di maggior peso, e ogni intervento a sostegno di questa o quell’altra Lobby altro non fa che incrementare il peso specifico esercitato dalla Lobby stessa sulle scelte, strategiche e tattiche, assunte dall’UE.
La pandemia Covid mostrò sotto traccia una pesante influenza espressa dalla Lobby Farmaceutica, in particolare dall’azienda Pfizer, nei confronti della Presidente Von der Leyen (l’inchiesta avviata dalla Procura di Bruxelles è tuttora in corso), mentre il successivo e attuale RearmEurope ha messo in moto una singolare aggressività di impronta russofobica in capo all’Alta Rappresentante per gli affari esteri, la baltica Kaja Kallas, che ogni giorno non perde l’occasione per affermare la necessità di acquistare (dagli Statunitensi) e produrre più armamenti (di qualsiasi tipo, ordine e grado) per poter difendere l’UE dall’inevitabile e prossima (sic?) aggressione russa.
Più Welfare, meno Warfare
Che una certa UE sia eterodiretta dagli interessi economici statunitensi non ha bisogno di particolari dimostrazioni. La Presidenza Trump, un business e non certo un politico, non solo utilizza il proprio ruolo per incassare, lui e famiglia, cifre sbalorditive ma sostiene a spada tratta gli interessi sia delle fabbriche di armi sia delle imprese Hi-tech statunitensi, imponendo all’Europa l’acquisto dei loro prodotti, l’utilizzo dei loro servizi, la non tassazione dei relativi fatturati e, dulcis in fundo, l’acquisto di GNL made in USA in luogo del Gas Russo.
L’imposizione è arrivata a fare accettare agli europei di investire il 5% del PIL di ogni singolo Stato in armamenti, con il rischio (o meglio la certezza) di far saltare le residue forme di assistenza sociale negli Stati aderenti all’iniziativa.
Eisenhower aveva perfettamente ragione e vedeva arrivare il pericolo da molto lontano: la Lobby degli armamenti che nei primi anni ’60 sgomitava è arrivata nei centri di comando e oggi spadroneggia imponendo la propria “decima” ai bilanci statali.
Se non fermiamo subito questo processo la “decima” sul PIL crescerà e lo farà facendo in modo che le armi acquistate vengano utilizzate e, utilizzate, debbano essere rimpiazzate e accresciute.
In questa logica ci stiamo giocando ogni possibilità di Welfare europeo, stiamo compromettendo l’idea di società europea che fu alla base della costruzione dell’UE, un continente basato sulla capacità produttiva e aggregativa, sulla solidarietà e sulla sussistenza, sul merito e sulla competenza, sulla fiscalità progressiva con cui ognuno partecipa alle esigenze collettive secondo le sue possibilità.
Elementi questi che, come ben sappiamo, vengono ormai scientemente e costantemente smantellati inseguendo una formula tecnoliberista, sul modello statunitense, dal futuro tanto incerto quanto, soprattutto, iniquo.
