5 Ottobre 2026, lunedì
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TeleMeloni, il doppio fallimento: politico ed editoriale

Dalla promessa di controllo alla perdita di credibilità: la crisi della Rai tra occupazione politica, calo degli ascolti e tensioni con l’Europa

“TeleMeloni” non sta fallendo soltanto sul piano democratico, ma anche su quello industriale ed editoriale. Un esito che, a distanza di mesi dall’insediamento del governo, appare sempre meno contestabile.

Fin dall’inizio, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha considerato la Rai come un territorio da presidiare politicamente. Le scelte operate su dirigenti, direttori e volti di punta non hanno seguito criteri di merito o visione strategica, ma logiche di appartenenza e fedeltà. L’obiettivo implicito era chiaro: trasformare il servizio pubblico in uno strumento di consenso e narrazione governativa.

Tuttavia, la realtà dei dati racconta un’altra storia. La Rai perde ascolti, smarrisce la propria identità e arretra sul piano competitivo. Rai3 viene superata da La7, Mediaset recupera terreno e torna davanti al servizio pubblico, mentre l’intero gruppo appare in difficoltà strutturale. Non si tratta di una crisi inevitabile o congiunturale, ma della conseguenza diretta di scelte politiche miopi e controproducenti.

In questo scenario si inserisce anche il caso Report e le polemiche che coinvolgono Sigfrido Ranucci. È evidente che sull’inchiesta in corso sarà la magistratura a esprimersi. Ma non si può ignorare il contesto: un clima politico in cui si tenta di delegittimare una delle poche trasmissioni capaci di fare autentico giornalismo d’inchiesta. Non a caso, Report rappresenta uno dei principali punti di forza residui di Rai3, sia in termini di credibilità sia di funzione pubblica.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità, destinato ad avere ripercussioni anche a livello europeo. L’Italia continua a non adeguarsi all’European Media Freedom Act: la riforma della governance Rai è ferma e le risposte fornite dal governo sono considerate insufficienti dalla Commissione europea, che si prepara a intervenire. Il rischio è quello di aprire un conflitto istituzionale su un tema cruciale come l’indipendenza del servizio pubblico.

Ma il problema è ancora più ampio. Da un lato, poche grandi piattaforme digitali private concentrano un potere crescente nella gestione dell’informazione; dall’altro, il servizio pubblico viene progressivamente trasformato in una televisione governativa. Il risultato è una contrazione evidente degli spazi di pluralismo. E quando si restringe il pluralismo informativo, si riduce inevitabilmente anche la qualità della democrazia.

È questo il vero nodo: non una semplice crisi aziendale, ma una questione sistemica che riguarda il futuro dell’informazione e, con essa, della vita democratica del Paese.

Se vuoi, posso adattarlo a uno stile più polemico, più neutrale oppure renderlo pronto per pubblicazione su giornale o blog.

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