A cura di Gilberto Borzini
LA RIFLESSIONE
Vi fu un tempo in cui un noto autore ironizzava sulle pubblicità delle automobili parlando dell’ “esaltatore di personalità, lato passeggero incluso” tra gli optional disponibili. Vale lo stesso discorso per i viaggi? E’ la “Gratificazione” e non la “Motivazione” l’elemento centrale? Il Viaggio è un Placebo psicologico?
Dubito seriamente che chi viaggia sia spinto da motivi di desiderio di arricchimento culturale o, per meglio dire, sono giunto alla conclusione per cui la percentuale di chi viaggia per conoscere sia inversamente proporzionale rispetto al numero dei viaggiatori: più aumentano i turisti e meno sete di cultura si trova.
In compenso il fenomeno del narcisismo compulsivo, del protagonismo instagrammabile è l’elemento più immediatamente percepibile.
Si viaggia per farlo sapere alla cerchia di conoscenze reali o virtuali.
Si viaggia per occupare il tempo liberato dal lavoro e che altrimenti non si saprebbe come occupare.
Si viaggia per percepirsi in un altrove meno frustrante rispetto alla quotidianità.
Si viaggia per poter criticare l’altrove che ci viene proposto.
Si viaggia per astrarsi dal tran tran e dagli assilli ordinari.
Si viaggia per regalarsi un premio, un riconoscimento alla resistenza rispetto al vivere quotidiano, così il viaggiare diviene una medaglia al valore per un sé sbiadito e sofferente, imprigionato nell’ovvietà, nel ripetersi delle azioni del ciclo catatonizzante del processo che avviene dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle17.
Si viaggia per illudersi di distrarsi e di divertirsi, imponendosi comunque di registrare in misura verificabile, veicolabile e comunicabile distrazioni e divertimenti veri o presunti o spacciati per tali.
Il Placebo psicologico
Per l’Autostima l’alterità del luogo è essenziale, riconoscendosi l’Autostima sottoesposta, quando non sottovalutata, nell’ordinarietà del vivere, nelle relazioni quotidiane, nelle pratiche.
Il Dove diviene allora strutturale rispetto al beneficio mentale, tanto più premiante per la gratificazione soggettiva quanto più apprezzato, non validabile in sé, in quanto “dove” ma correlato alla gratificazione procurata all’Autostima.
In una società centrata sul consumismo ipertrofico canalizzato alla soddisfazione nercisistica ogni consumo e ogni acquisto nella sostanza altro non è che un Placebo psicologico, definendo in ogni acquisto la ricerca del delicato equilibrio tra il desiderio dell’apparire e la possibilità di ottenere, elemento che meglio si manifesta nella costante ricerca dell’offerta, dell’affare, della convenienza e del saldo non intesi in termini grettamente economici ma in quanto elementi gratificanti per la “furbizia”, astuzia o capacità, applicata dall’acquirente nell’ottenere un immaginario upgrading del proprio stato di consumatore, della propria condizione urbana e ordinaria di acquirente.
Ma se ogni acquisto, al netto delle necessità fisiologiche comuni, definisce un Placebo psicologico gratificazionale per l’individuo è opportuno sottolineare come nell’ordinario l’individuo stesso si percepisca se non sconfitto non particolarmente stimabile o stimato.
Se si ha bisogno di continui interventi di supporto all’Autostima significa che l’Autostima stessa è compromessa e anche le formule ripetitive di gratificazione da tempo attuate, la palestra piuttosto che l’aperitivo serale, la pizzata in compagnia o la discoteca notturna, non raggiungono più l’obiettivo auspicato, non “esaltano” sufficientemente l’Autostima che per sostenersi domanda ancora maggiore investimento, non raramente interpretato nel viaggiare.
Overdose consumista
Il modello da tempo avviato all’interno del sistema economico in cui siamo immersi si definisce nel Consumo, al punto da aver ridotto l’intensità del termine “cittadino” a favore di quello di “consumatore”.
L’individuo è considerato dallo Stato per la sua capacità contributiva e alla società per la sua capacità di consumo, e su quelle due colonne si viene strutturando il riconoscimento altrui (stima) e proprio (autostima).
In questo ambito, quindi, il consumare è necessario tanto quanto il comunicare il proprio consumo, e come avviene in ogni situazione di pressione psicologica ecco che il semplice consumo delle soddisfazioni elementari non è sufficientemente appagante e i consumi vanno moltiplicati, estesi, accentuati fino a divenire compulsivi in un costante scambio riflesso tra consumo effettuato e appagamento psicologico, tra acquisto e gratificazione, personale o sociale che sia.
È in questo meccanismo che si individua la disponibilità all’indebitamento per viaggiare, la crescente domanda di rateizzazione, l’esplosione degli short-break: non si tratta di “Motivazione” bensì di “Gratificazione”, di appagamento dell’equilibrio soggettivo richiesto dall’Autostima di chi, per i più svariati motivi, ha perduto la percezione eroica di sé e affronta l’ordinarietà del vivere.
Vendere Gratificazioni
Se quanto scritto dispone di un minimo valore ecco che nell’Acquisto, nella tipologia di acquisto e nelle caratteristiche simboliche dell’acquisto, si definisce sia la forma del Disagio che la ricerca di Gratificazione implicita.
Banalmente: al Disagio dell’appetito rispondiamo con l’acquisto (gratificazione) di un tramezzino.
Al Disagio di una non sufficientemente celebrata femminilità molte donne rispondono con la gratificante esperienza dello shopping, all’interno della quale l’acquisto di scarpe e accessori ha valenza simbolica estrema.
Al Disagio dell’invecchiamento molti uomini reagiscono con la gratificazione definita dall’acquisto di una moto o di una spider.
Il processo degli acquisti gratificanti è comune e il viaggio è parte integrante, oggi emergente, di questo modello di consumo.
Ma il ragionamento vale per qualsiasi azione e attività commerciale: non si vendono prodotti o servizi, si vendono gratificazioni.
