12 Agosto 2026, mercoledì
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Mario Roggero in carcere, il caso che divide l’Italia: tra solidarietà politica e il confine invalicabile della legge

Il gioielliere di Grinzane Cavour si è costituito dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori. Salvini e il centrodestra chiedono la grazia, Crosetto parla di “ingiustizia”. Ma il dibattito riapre la domanda fondamentale: dove finisce la legittima difesa e dove inizia la vendetta privata?

A cura di Daniele Cappa

Mario Roggero ha varcato la soglia del carcere di Fossano. A 72 anni, il gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, si è costituito dopo che la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo davanti alla sua gioielleria nel 2021.

Una vicenda che, sin dall’inizio, ha acceso un dibattito profondamente divisivo: da una parte chi vede in Roggero un uomo esasperato, vittima di una violenza subita e simbolo di una categoria di cittadini spesso lasciati soli davanti alla criminalità; dall’altra chi sottolinea che lo Stato di diritto non può lasciare spazio alla giustizia privata e che anche di fronte a un’aggressione occorre rispettare limiti precisi nell’uso della forza.

La sentenza definitiva della Suprema Corte ha chiuso il percorso giudiziario, confermando la responsabilità penale del gioielliere per quei colpi di pistola esplosi dopo la rapina. Una decisione che però ha aperto immediatamente un nuovo fronte, questa volta politico.

Salvini: “Questa non è giustizia”

A schierarsi apertamente dalla parte di Roggero è stato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, che ha definito la condanna “non giustizia”.

“Conto che la giustizia sia giustizia con la ‘g’ maiuscola, non come quella che ieri ha mandato in galera un 72enne che per una vita ha lavorato e che si è difeso e ha difeso se stesso, sua moglie e sua figlia da dei rapinatori”, ha dichiarato Salvini.

Il ministro dei Trasporti ha inoltre annunciato il sostegno alla richiesta di grazia, auspicando che tutto il centrodestra si faccia promotore dell’iniziativa. Secondo Salvini, un uomo anziano, dopo una vita di lavoro, non dovrebbe trascorrere gli ultimi anni della propria esistenza in carcere per aver reagito a un’aggressione.

Una posizione che intercetta un sentimento diffuso in una parte dell’opinione pubblica: quello di chi considera spesso sproporzionato il rapporto tra la tutela dei cittadini e quella riservata ai criminali, soprattutto quando chi reagisce è una persona che ha subito una violenza.

Il centrodestra compatto sulla richiesta di grazia

La linea politica è stata rapidamente trasformata in un’iniziativa concreta. I capigruppo alla Camera e al Senato di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati, Civici d’Italia, Udc e Maie-Centro Popolare hanno avviato una raccolta firme tra i parlamentari per chiedere al Ministero della Giustizia di valutare la concessione della grazia.

In una nota congiunta, le forze della maggioranza hanno sostenuto che, “al di là degli aspetti di natura giuridica”, quanto accaduto meriti una risposta immediata affinché Roggero non debba affrontare una pena che, considerando l’età, rischierebbe di trasformarsi in una sorta di “ergastolo”.

Un’iniziativa che però ha sollevato anche numerose critiche, soprattutto da parte di chi ritiene pericoloso trasformare una vicenda giudiziaria complessa in uno strumento di consenso politico.

Crosetto: “È stata applicata la legge, ma per me non è giusto”

Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto sulla vicenda, affidando il proprio pensiero ai social.

“È stata applicata la legge? Probabilmente sì. È giusto? Per me no”, ha scritto.

Secondo Crosetto, il rispetto delle norme non dovrebbe impedire una valutazione complessiva dei fatti e delle circostanze umane. “La legge non è e non può essere sventolata per giustificare l’impossibilità di un magistrato di analizzare i fatti nella loro totalità”, ha affermato, aggiungendo che quanto accaduto a Roggero sarebbe “ingiusto, incomprensibile e difficile da accettare”.

Parole che hanno alimentato ulteriormente la discussione, perché pronunciate da un ministro della Repubblica e dunque inevitabilmente inserite in un contesto istituzionale, non soltanto politico.

Il difficile confine tra comprensione umana e rispetto delle regole

Il caso Roggero è uno di quei casi nei quali emozione e diritto entrano inevitabilmente in collisione. È comprensibile che un cittadino aggredito, rapinato e terrorizzato possa reagire spinto dalla paura, dalla rabbia e dal senso di impotenza. È umano provare empatia per chi vive un’esperienza traumatica, soprattutto quando si parla di persone che hanno costruito una vita di lavoro e vedono improvvisamente violato il proprio spazio di sicurezza.

Ma la realtà della legge non può essere modellata esclusivamente sul sentimento del momento, sul consenso popolare o sulla comprensibile indignazione. Il diritto nasce proprio per stabilire un limite quando l’istinto individuale rischia di sostituirsi alle regole comuni. La legittima difesa esiste, ma non coincide con il diritto di inseguire, punire o giustiziare chi ha commesso un reato.

Il punto centrale della vicenda non è stabilire se Roggero fosse una vittima dei rapinatori: lo era. Il punto è capire se, dopo che il pericolo immediato era cessato, la sua reazione abbia superato il confine consentito dalla legge. Ed è proprio su questo aspetto che i giudici hanno fondato la loro decisione.

Trasformare una sentenza definitiva in una battaglia politica, con esponenti di governo che dichiarano pubblicamente che una decisione della magistratura “non è giusta”, rischia però di confondere due piani diversi: quello umano e quello istituzionale. Un ministro della Repubblica, così come un leader politico, può certamente esprimere una valutazione personale, ma dovrebbe anche ricordare che governare significa difendere le regole dello Stato, anche quando risultano impopolari o emotivamente difficili da accettare.

La politica del consenso facile, quella che cavalca la rabbia e il desiderio di rivalsa, può essere efficace sul piano elettorale, ma rischia di indebolire il principio fondamentale su cui si regge una democrazia: nessuno, per quanto comprensibile possa essere la sua sofferenza, può diventare giudice e carnefice di qualcun altro.

Mario Roggero può suscitare compassione, può essere considerato da molti un uomo spinto oltre il limite dalla paura e dal dolore. Ma comprendere non significa necessariamente assolvere. E in uno Stato di diritto la differenza tra ciò che si vorrebbe fosse giusto e ciò che la legge stabilisce deve rimanere netta. Altrimenti il rischio è che ogni cittadino, convinto di avere una ragione valida, finisca per sostituirsi allo Stato. E questa, indipendentemente dalle simpatie o dalle appartenenze politiche, sarebbe una sconfitta per tutti.

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