8 Luglio 2026, mercoledì
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L’eroe tragico dentro di noi: archetipi, disagio e solitudini contemporanee

Dalla psicologia all’analisi junghiana, un viaggio tra miti interiori e crisi giovanile: quando il bisogno di essere “eroi” alimenta isolamento, autolesionismo e nuove forme di sofferenza esistenziale

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

L’Archetipo dell’Eroe fu parte integrante delle esistenze romantiche e si rileva ancora in diverse forme del Disagio psicologico. Potrebbe essere la chiave di lettura per arginare forme particolarmente invasive e socialmente diffuse del disagio?

Si usa affermare che la psicologia affronta le cause esogene del disagio operando sul versante razionale della relazione tra soggetto e mondo esterno, mentre l’analisi affronta le cause endogene dialogando con l’inconscio e le sue rappresentazioni archetipiche e mitologiche.

Le due proposte terapeutiche, quindi, sono strutturalmente diverse e persino divergenti e mentre la psicologia tende a rilevare vantaggi e svantaggi di atteggiamenti e comportamenti orientando il soggetto verso una integrazione sociale definita all’interno di parametri convenzionali, compito dell’analista è porsi all’interno del mondo archetipico e rappresentativo del soggetto e tentare, dall’interno della realtà inconscia, una diversa interpretazione dei modelli esistenti.

L’analisi non tende a pacificare il soggetto con la società bensì con se stesso.

L’Eroe è sempre tragico

Tra le forme del disagio esistenziale quella definibile come l’Archetipo dell’Eroe è forse la più ricorrente. L’Eroe, tanto nella formulazione arcaica e mitologica che in quella romantica, agisce compiendo imprese straordinarie ma termina necessariamente il suo tragitto con il sacrificio estremo o in altra forma drammatica: non esiste un Eroe che alla fine delle sue imprese muoia serenamente nel suo letto durante il sonno notturno. L’Eroe è per definizione figura tragica.

Quella forma eroica tradotta in archetipo esistenziale, in un modello di interpretazione dell’esistenza e del quotidiano, diviene un agire percepito come “eroico” dal soggetto ma come tale incompreso dal mondo esterno avviando così processi di disappartenenza, allontanamento, esclusione, seclusione non raramente in grado di evolvere in fenomeni di autolesionismo anche estremo.

SuperEroi e Nullità

Dovremmo allora iniziare a domandarci seriamente se esista, e come operi, una relazione tra la diffusione dei Super Eroi contemporanei e l’incremento del disagio giovanile

Secondo l’Istituto Mario Negri l’incremento del disagio mentale giovanile è un’emergenza strutturale aggravata dalla pandemia, con oltre 700.000 under 25 in Italia che soffrono di ansia e depressione. L’aumento dei casi, cresciuto del 20% fra il 2018 e il 2022, è alimentato da isolamento sociale e dalla pressione a essere sempre “performanti”, sempre più “eroici” secondo la mia prospettiva.

L’autolesionismo giovanile è in forte aumento. Si stima che il fenomeno interessi fino al 20-40% degli adolescenti, con un’incidenza raddoppiata negli ultimi anni. Colpisce prevalentemente nella fascia d’età tra i 12 e i 14 anni e riguarda in misura maggiore le ragazze.

Secondo l’ISTAT in Italia si registrano in media circa 3.900 suicidi all’anno. Sebbene il fenomeno riguardi prevalentemente gli uomini adulti, i dati Istat evidenziano una crescita preoccupante nella fascia più giovane. Tra i 15 e i 34 anni, si è osservato un aumento dei casi del 16% .

Le forme dell’isolamento giovanile sono note, a partire dalla sindrome di Hikikomori, e in questa chiave di lettura il disagio andrebbe affrontato nella logica dell’incapacità ad essere l’Eroe atteso, ovvero nel percepirsi sbagliati secondo modelli archetipici dell’Eroe.

Diversamente per il mondo adulto è proprio l’autorappresentazione inconscia dell’Eroe che, nella sua incomprensione sociale, definisce l’atto terminale suicidario come necessaria conclusione autodeterminata e non casuale della propria esistenza.

La Grotta e il Tunnel

Per consuetudine e tradizione siamo abituati all’idea platonica dell’esistenza “all’interno della grotta” ma abbiamo contrapposto a quella stessa idea un’interpretazione della vita reale come Luce, Giorno e positività, ovvero gli argomenti che Platone attribuiva all’esterno dela grotta.

La contraddizione è manifestamente necessaria ad un’interpretazione positiva e affermativa dell’esistenza in vita e attribuisce per conseguenza diretta e ovvia, i termini negativi e oscuri alla non vita, alla morte.

Così se per conoscere la Verità secondo Platone dobbiamo uscire dalla grotta e uscire alla luce, per le concezioni teologiche e filosofiche correnti il passaggio dalla grotta della vita all’esterno assume tutte le variabili negative e tragiche della morte, mentre il raggiungimento della conoscenza della Verità diviene fenomeno secondario e trascurabile.

In questa concezione insiste anche la consapevolezza del dolore fisico che accompagna il processo terminale dell’esistenza, forse non troppo diversamente (ma non ne abbiamo memoria) dal parallelo processo della nascita.

Per il soggetto affetto da Disagio l’esistenza è Tunnel e la luce si raggiunge uscendo dal tunnel, abbandonando l’esistenza: il mito della Caverna di Platone è quanto di più reale vi possa essere nel suo inconscio.

L’Eroe, quindi, non può non concludere la propria esistenza se non con un gesto eroico, eclatante e tragico affermando con quel gesto la sua totale autonomia nella definizione del proprio destino.

Ritorno a Jung

Se anche una piccola parte del ragionamento qui esposto assume valore, allora forse l’argomento del disagio deve essere affrontato più con le armi dell’analisi che non con gli strumenti della psicologia, strumenti che risultano parzialmente inadatti rispetto alla profondità del problema.

Dall’analisi delle rappresentazioni oniriche, ovvero dalle modellazioni dell’inconscio, affrontabili con le classiche tecniche freudiane alla ridefinizione dei processi archetipici di impronta junghiana la riscoperta della figura dell’Eroe e delle sue contraddittorie inferenze psicologiche potrebbe assumere utile valenza nell’affrontare una dinamica sempre più rilevante, tanto rilevante da potersi definire fenomeno sociale. Inevitabilmente, quindi, l’analista deve accompagnare il soggetto come Virgilio accompagnò Dante attraverso il tunnel dell’Inferno per poi lasciarlo libero di accedere al proprio personale Parad.

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