2 Luglio 2026, giovedì
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Europa, il rischio ignorato: il crollo della Russia e lo spettro di un caos continentale

Tra riarmo europeo, tensioni con Mosca e spinte autonomiste in Siberia, cresce il pericolo di una destabilizzazione dagli effetti imprevedibili: migrazioni di massa, conflitti e nuovi equilibri politici che potrebbero ridefinire l’intera Eurasia.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Il livore, più che l’inimicizia, che alcuni governi manifestano nei confronti della Russia è noto a tutti e talmente evidente da non meritare un approfondimento.

Ciò che preoccupa, però, in questa fase di “riarmamento europeo” che potrebbe portarci ad un conflitto continentale causando il richiamo alle armi di tutti gli arruolabili, tra i 20 e i 45 anni (e già questo dovrebbe farci seriamente riflettere se valga la pena giocare con fuoco o meno, è l’evidente sottovalutazione degli effetti che produrrebbe il crollo del centralismo moscovita nel “pianeta Russia”.

Siberia autonoma

L’immenso territorio siberiano, fonte primaria di energia, da anni reclama maggiore autonomia politica rispetto a Mosca. Il concetto di Siberia ai Siberiani, con il fiume di denaro derivante dalle vendite di Gas, Petrolio e risorse minerarie concentrato in mani siberiane, è un sogno che dura dalla caduta dell’URSS, quando alcune repubbliche sovietiche riuscirono ad affrancarsi dal centralismo moscovita (Azerbaijan, Uzbekistan e altre).

Senza Siberia, e senza le ricchezze siberiane, Mosca crollerebbe in venti minuti non disponendo più di alcun adeguato processo produttivo interno capace di generare economia.

Il rischio di trasformare il Pianeta Russia in uno Stato caucasico di impianto agrario, non troppo diverso da quello che attualmente è la Bielorussia o l’Ucraina dal punto di vista delle competenze economiche, scatenerebbe la violenza di Mosca verso i Paesi ostili, ma se vogliamo risparmiarci l’ipotesi peggiore, allora rimane quella di una nuova ondata migratoria composta da milioni di russi e bielorussi che fuggono da uno Stato crollato e immiserito, in default economico e finanziario, privo di proiezioni economiche credibili.

Cosa è peggio per l’UE?

Occorre allora domandarsi quali effetti producono le azioni e, nello specifico, se manifestare aggressività armata nei conronti della Russia definisca tra le opzioni quella di dover fare fronte, in caso di vittoria, ad un’immensa ondata migratoria a cui non sapremmo come dare risposta.

Non valutiamo neppure cosa potrebbe accadere in caso di sconfitta perché parlare di apocalisse non è il caso, ma se non prendiamo in considerazione il fatto che dall’altra parte del continente asiatico potrebbe esserci chi sostenga un’autonomia siberiana rispetto al rapporto politicamente condizionante con la Russia di Putin, o peggio ancora ad un Russia in frantumi, non abbiamo capito la reale portata della questione.

Sulla base di queste poche, semplici osservazioni le posizioni aggressive manifestate dai Paesi Baltici rappresentati dalla signora Kaja Kallas si definiscono per quello che sono: sterili isterismi capaci di trascinare l’intera Eurasia nel marasma bellico.

Come disse qualcuno  ”non sanno quello che fanno”, ma non sono sicuro che debbano essere perdonati per la loro ignoranza.

E la destra divenne pacifista

Gli isterismi baltici e le manie di riscossa tedesche e polacche, gente che non si è dimenticata le batoste subite nella seconda guerra mondiale e durante il sovietismo russo, offrono alle destre europee la possibilità, inimmaginabile fino a pochi mesi fa e politicamente impagabile, di ergersi a difensori della Pace e delle istanze pacifiste fino a ieri dominio incontrastato della sinistra politica.

Così le destre europee diverrebbero in un solo colpo Pacifiste, capaci di schierarsi a fianco dei Lavoratori europei maltrattati dalle scelte comunitarie e vittime del globalismo sostenuto dalla sinistra post blairiana e clintoniana, Paladine dei diritti dei cittadini contro quel mondo del Grande Capitale, bancario e finanziario, che li opprime.

Un regalo in grado di affermare un lunghissimo periodo di prosperità politica sostenuta da unconsenso praticamente plebiscitario.

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