3 Luglio 2026, venerdì
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Copertino, omicidio Tomeo: tre arresti. Il vero bersaglio era un altro

Svolta nelle indagini sull’agguato davanti a “The Club”: la vittima uccisa per errore. Alla base del delitto minacce estorsive e l’intervento di un boss della Sacra Corona Unita

Non era lui il bersaglio. Stefano Tomeo, 42 anni, è stato ucciso per errore, finito al centro di una spedizione punitiva orchestrata in un contesto di criminalità mafiosa. A distanza di mesi dall’agguato dell’11 aprile scorso, i Carabinieri del Comando Provinciale di Lecce, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia, hanno dato esecuzione a tre ordinanze di custodia cautelare in carcere, ricostruendo nei dettagli genesi, movente e dinamica di un delitto maturato tra intimidazioni, vendette e relazioni pericolose.

L’operazione, scattata alle prime luci dell’alba con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia”, dei militari della Compagnia di Gallipoli e delle unità cinofile, ha portato all’arresto di tre persone ritenute gravemente indiziate, a vario titolo, di omicidio e tentato omicidio aggravati dalla premeditazione e dal metodo mafioso. Contestualmente sono scattate anche denunce per tentata estorsione e favoreggiamento.

Il fatto di sangue si consuma in pochi istanti, in pieno centro, davanti al circolo ricreativo “The Club”. Tomeo arriva a bordo di un’auto guidata da un amico 56enne. Scende, percorre pochi passi, poi lo sparo: un colpo al petto che non gli lascia scampo. Subito dopo, altri due proiettili vengono esplosi contro l’auto, nel tentativo di colpire il conducente, vero obiettivo dell’agguato, che riesce però a salvarsi. Una scena fulminea, sotto gli occhi di numerosi presenti.

Le indagini, avviate nell’immediatezza, si sono sviluppate in un clima di forte omertà. Decisivo il lavoro certosino degli investigatori del Nucleo Investigativo e della Compagnia di Gallipoli: intercettazioni, analisi dei tabulati, accertamenti tecnici e soprattutto una minuziosa raccolta di immagini dai sistemi di videosorveglianza pubblici e privati. Telecamere cercate porta a porta, lungo le strade percorse dall’autore dell’agguato, hanno permesso di ricostruire movimenti, tempi e fuga, avvenuta a velocità sostenuta e senza alcun rispetto delle regole.

Ma è il movente a segnare la svolta. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il vero destinatario della condanna a morte era il 56enne sopravvissuto. L’uomo, denunciato per tentata estorsione, avrebbe perseguitato per mesi un infermiere 53enne, suo ex inquilino, pretendendo il pagamento di presunti debiti per utenze e accompagnando le richieste con minacce sempre più esplicite, fino a evocare la morte.

Una pressione divenuta insostenibile. L’infermiere, invece di rivolgersi alle forze dell’ordine, avrebbe scelto un’altra strada: chiedere aiuto a un 61enne, figura storica della Sacra Corona Unita, ritenuto capace di “risolvere” la questione con il peso della propria reputazione criminale. Da qui prende forma il piano.

La mattina dell’11 aprile i protagonisti si muovono come in un copione già scritto. Un incontro preliminare nei pressi del circolo, un rapido summit per definire gli ultimi dettagli, poi la chiamata che attira la vittima designata sul posto. Il 61enne si arma e si apposta lungo il percorso. Con lui, a fare da raccordo tra i partecipanti, un 49enne, figura chiave nella fase organizzativa.

Quando l’auto arriva, scatta l’agguato. Ma qualcosa va storto: a scendere per primo è Tomeo, che diventa, suo malgrado, la vittima. Un solo colpo, letale. Poi i tentativi falliti di colpire il vero obiettivo.

Gli investigatori parlano di un’azione tipicamente mafiosa: pianificata, eseguita in luogo pubblico, con freddezza e con una chiara funzione punitiva e dimostrativa. A rafforzare questo quadro è il profilo dell’esecutore materiale: il 61enne arrestato, già condannato all’ergastolo nel maxi processo alla Sacra Corona Unita, all’epoca ritenuto tra gli uomini del clan De Tommasi nella sanguinosa faida con il gruppo Tornese. Al momento dell’omicidio si trovava ai domiciliari.

Colpisce anche il contesto: il killer agisce a volto scoperto, utilizzando la propria auto, senza preoccuparsi di nascondersi. Un comportamento che, secondo gli inquirenti, riflette la sicurezza di muoversi in un ambiente segnato da assoggettamento e silenzio. Un silenzio che si manifesta subito dopo gli spari: nonostante le richieste disperate di aiuto, nessuno chiama tempestivamente i soccorsi. E nelle ore successive emergono testimonianze reticenti, quando non apertamente fuorvianti.

L’indagine si allarga così anche ai comportamenti collaterali. Il 56enne sopravvissuto viene denunciato per la tentata estorsione all’origine della vicenda. Accusati di favoreggiamento anche il gestore del circolo e un giovane del posto, ritenuti responsabili di aver ostacolato la ricostruzione dei fatti.

Un quadro complesso, che restituisce l’immagine di un territorio ancora segnato dalla capacità intimidatoria della criminalità organizzata. E che conferma, allo stesso tempo, la tenacia investigativa degli inquirenti: un lavoro paziente, costruito tassello dopo tassello, che ha trasformato un delitto consumato nel silenzio in una verità giudiziaria articolata e documentata.

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