3 Luglio 2026, venerdì
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Strage di Altavilla, ergastolo per i tre imputati

La Corte d’Assise di Palermo riconosce la piena capacità di intendere e volere: condannati il padre, Giovanni Barreca, e i complici Sabrina Fina e Massimo Carandente. Un delirio mistico sfociato in torture e omicidi

Tre ergastoli per una delle vicende più agghiaccianti degli ultimi anni. La Corte d’Assise di Palermo ha condannato al carcere a vita Giovanni Barreca, muratore di Altavilla Milicia, e i suoi complici Sabrina Fina e Massimo Carandente, ritenuti responsabili della strage familiare avvenuta nel febbraio 2024. Le vittime furono la moglie dell’uomo, Antonella Salamone, e i due figli Kevin, 16 anni, ed Emanuel, appena 5.

Dopo oltre dieci ore di camera di consiglio, i giudici hanno stabilito la piena imputabilità dei tre, respingendo di fatto la richiesta della procura che per Barreca aveva invocato una condanna a 30 anni riconoscendo una seminfermità mentale. Per Fina e Carandente era già stato chiesto l’ergastolo. La sentenza dispone inoltre l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il risarcimento ai familiari delle vittime, quantificato in diverse centinaia di migliaia di euro.

Una vicenda che affonda le sue radici in un delirio mistico degenerato in violenza estrema. L’11 febbraio 2024 furono i carabinieri a entrare nella villetta degli orrori, dopo una telefonata che resta impressa per la sua freddezza: «Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi». Pochi istanti, poi l’indicazione del luogo: Casteldaccia.

All’arrivo, i militari si trovarono davanti una scena raccapricciante: i corpi senza vita dei due ragazzi a terra, la figlia maggiore Miriam, allora 17enne, seduta sul letto, sotto shock. Il cadavere della madre fu ritrovato solo ore dopo, parzialmente carbonizzato e occultato sotto un cumulo di terra a poca distanza dall’abitazione.

Il processo ha ricostruito un’escalation di violenze consumate nell’arco di giorni, all’interno della casa trasformata in teatro di un presunto rito di “liberazione dal demonio”. Barreca, ossessionato da credenze religiose estreme e già avvicinatosi a una comunità evangelica, aveva incontrato i due complici proprio in quell’ambiente. Insieme, convinti che la moglie e il figlio più piccolo fossero posseduti, diedero vita a una spirale di torture e preghiere.

Determinanti, in fase investigativa, le dichiarazioni della figlia Miriam, processata separatamente davanti al tribunale per i minorenni. In primo grado era stata condannata a 12 anni e 8 mesi per concorso nei delitti, ma in appello è stata assolta perché ritenuta incapace di intendere e di volere.

Il suo racconto ha delineato un quadro di brutalità sistematica. La madre sarebbe stata la prima vittima, sottoposta a sevizie per ore prima di morire il 9 febbraio. «La torturavano a turno», ha riferito la giovane, descrivendo colpi, ustioni e violenze ripetute. Dopo la morte, il corpo fu dato alle fiamme nel tentativo di occultarne le tracce.

La furia omicida non si fermò. Emanuel, il più piccolo, e poi Kevin furono uccisi nei giorni successivi, strangolati con delle catene. Le autopsie hanno confermato una sequenza di atrocità coerente con le testimonianze, restituendo l’immagine di un’esecuzione lucida e prolungata.

Una tragedia familiare trasformata in rito collettivo, dove fede deviata e fanatismo hanno aperto la strada a una violenza senza limiti. La sentenza di Palermo chiude il primo capitolo giudiziario, ma lascia aperte domande profonde su come un contesto domestico possa precipitare in un abisso così estremo.

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