16 Agosto 2026, domenica
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Bordighera, l’orrore dietro le mura di casa: insulti, botte e silenzi sulla morte della piccola Beatrice

Messaggi choc del compagno della madre alla sorella di 9 anni: “Non la lanci dalla finestra?”. La bimba sarebbe rimasta agonizzante per tre giorni. La madre piange davanti al gip, lui tace. Sotto accusa anche l’inerzia dei familiari.

A Perinaldo, piccolo centro dell’entroterra ligure sospeso tra silenzi e uliveti, la tragedia della piccola Beatrice — appena due anni — assume contorni sempre più cupi e disturbanti. Non è soltanto una storia di violenza domestica, ma il racconto di un sistema familiare imploso, dove l’infanzia si è trasformata in responsabilità precoce e solitudine.

Secondo quanto emerge dagli atti dell’inchiesta, la gestione quotidiana della casa e delle due bambine più piccole non era affidata agli adulti, bensì alla figlia maggiore di Emanuela Aliello: nove anni appena, già investita di un ruolo che nessun bambino dovrebbe conoscere. Una condizione di abbandono funzionale che fa da sfondo a un contesto segnato, secondo gli investigatori, da degrado, abuso di alcol e droga e violenze reiterate.

Le prove raccolte delineano uno scenario agghiacciante. Non solo le immagini della piccola Beatrice, con il volto tumefatto e segnato da ecchimosi persistenti, ma anche i messaggi che Emanuel Iannuzzi — compagno della madre — avrebbe inviato proprio alla bambina più grande. Parole che, se confermate, restituiscono una dimensione di crudeltà disarmante: “Che faccia da c… ha tua sorella. Non la lanci dalla finestra?”, e ancora: “Sta pezza di m… Speriamo che si sveglia tra sei mesi”. Frasi che non sembrano sfoghi isolati, ma il riflesso di un clima quotidiano di disprezzo e violenza.

Mercoledì scorso, davanti al giudice per le indagini preliminari Massimiliano Botti, i due indagati hanno scelto strade difensive opposte. Emanuela Aliello ha parlato a lungo, per oltre un’ora, visibilmente scossa e in lacrime davanti alle fotografie mostrate dagli inquirenti. Assistita dai suoi legali, ha respinto ogni accusa: “Non ho mai toccato le mie bambine”, ha dichiarato, sostenendo di non aver mai assistito a violenze da parte di altri.

Silenzio, invece, da parte di Emanuel Iannuzzi. L’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere, limitandosi a dichiararsi “sconvolto”. Una scelta, spiegano i suoi avvocati, legata alla mancata visione completa degli atti.

Ma l’inchiesta non si ferma ai due principali indagati. Sotto la lente della Procura di Imperia, guidata dalla pm Veronica Meglio, finisce anche l’ambiente familiare allargato. Secondo l’accusa, nessuno — né la madre né altri parenti, in particolare i nonni materni — avrebbe attivato i soccorsi, nonostante i segni delle violenze fossero evidenti. Un’omissione che pesa come un macigno.

Ancora più sconvolgente è la ricostruzione degli ultimi giorni di vita della bambina. Beatrice, secondo gli investigatori, sarebbe rimasta agonizzante per almeno 72 ore. Tre giorni in cui, ipotizzano gli inquirenti, un intervento tempestivo avrebbe potuto salvarle la vita. Tre giorni trascorsi nel silenzio.

Le immagini sequestrate nell’abitazione raccontano più di qualsiasi parola: una copertina rossa che avvolge il corpo ormai senza vita nella culla, accanto a un peluche. E poi i dettagli delle ferite: lividi diffusi, ciocche di capelli strappate, segni di una sofferenza protratta nel tempo.

“Per più di un mese Beatrice ha sempre avuto il volto deturpato da vistose ed estese ecchimosi”, si legge negli atti. Un dolore sotto gli occhi di tutti — o forse di nessuno.

Nel cuore di questa vicenda resta una domanda che attraversa le carte giudiziarie e scuote l’opinione pubblica: com’è stato possibile non vedere, non intervenire, non salvare?

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