Cinque giorni dopo l’alba di sangue che ha sconvolto la città vecchia di Taranto, il cerchio investigativo si chiude. La polizia ha fermato anche il sesto presunto componente della baby gang ritenuta responsabile dell’omicidio di Sako Bakari, il 35enne bracciante agricolo originario del Mali ucciso a coltellate il 9 maggio scorso.
Si tratta di un 22enne residente nel centro storico, il secondo maggiorenne del gruppo. Il provvedimento è stato eseguito dagli uomini della Squadra Mobile su disposizione della procuratrice Eugenia Pontassuglia e della sostituta Paola Ranieri. Il suo nome, in realtà, compariva già nei primi atti dell’inchiesta: descritto come “il sesto individuo seduto ai tavolini del bar”, sarebbe intervenuto durante il pestaggio colpendo la vittima con un pugno.
Con quest’ultimo fermo, salgono a sei gli indagati per omicidio aggravato dai futili motivi. Nei giorni scorsi erano già finiti sotto accusa un 20enne e quattro minorenni. Per il primo è fissato l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Gabriele Antonaci, mentre i quattro minori compariranno il giorno successivo davanti al gip Paola Morelli.
Intanto, dagli interrogatori emergono dettagli sempre più inquietanti. Un ragazzo di appena 15 anni avrebbe ammesso di essere stato lui a impugnare il coltello e a sferrare i fendenti all’addome di Bakari, colpi risultati fatali. Una confessione che imprime una svolta decisiva alle indagini, ma che apre interrogativi profondi sul contesto in cui è maturata la violenza.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il 35enne sarebbe stato intercettato mentre percorreva in bicicletta le strade della città vecchia, nei pressi di piazza Fontana. Inseguito dal gruppo, avrebbe tentato di trovare riparo all’interno di un bar. Un rifugio durato pochi istanti: qualcuno gli avrebbe intimato di uscire. È all’esterno del locale che si sarebbe consumata la furia del branco, culminata nelle tre coltellate mortali.
Alla scena avrebbe assistito anche una giovane donna, al momento non indagata.
L’inchiesta, ora, appare delineare con maggiore chiarezza ruoli e responsabilità. Resta però lo sgomento per una vicenda che intreccia marginalità, giovanissima età degli aggressori e una violenza brutale, esplosa senza apparente motivo e costata la vita a un uomo che cercava semplicemente di sottrarsi al suo destino.
