28 Luglio 2026, martedì
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Europa in frantumi, Italia in affanno: il giorno del silenzio e dei conti da pagare

Tra leader indeboliti, strategie divergenti e tensioni economiche crescenti, il quadro continentale si incrina mentre il governo italiano paga il prezzo delle proprie scelte

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

A Parigi volano stracci pesanti, talmente pesanti che, per tutta la giornata di un venerdì 17 degno della sua fama, è calato un silenzio stampa quasi irreale su clima, contenuti e materia del contendere tra i vertici – usque tandem? – della politica continentale.

Apicali e traballanti

Emmanuel Macron appare oggi come uno dei presidenti più fragili della storia recente della Quinta Repubblica: così inviso a una parte crescente dell’opinione pubblica da essere ormai ignorato persino dai contestatori. E quando l’avversario smette di nominarti, il segnale politico è inequivocabile.

Nel Regno Unito, Keir Starmer (qui evocato come “Palmer”) è a sua volta indebolito, trascinato nei riflessi di uno scandalo, quello legato a Jeffrey Epstein, che continua ad allargare la sua ombra sulla politica anglosassone.

Pedro Sánchez si sfila dal gioco: Madrid persegue una traiettoria autonoma, coltiva rapporti con Cina e mantiene un atteggiamento prudente, se non attendista, sul dossier ucraino.

Nel cuore dell’Europa, Friedrich Merz e Ursula von der Leyen sembrano rincorrere una visione a tratti pangermanica, mentre Kaja Kallas spinge per un ritorno a logiche di potenza che evocano antiche geometrie continentali.

E poi c’è Giorgia Meloni: accusata di aver concesso credito politico a Donald Trump, rischia ora di trovarsi impigliata nelle stesse corde che aveva contribuito a tendere.

Il fascino del “maschio alfa”

La parabola politica di Meloni viene letta da molti come un rapporto sbilanciato: prima l’avvicinamento a Trump, poi il progressivo isolamento. Un copione noto, in cui il cosiddetto “maschio alfa” prende ciò che serve e poi si ritrae, lasciando dietro di sé un vuoto politico.

In termini meno metaforici: una scelta strategica rivelatasi fragile, i cui effetti oggi gravano sull’intero sistema Paese.

I conti e l’oste

I segnali economici sono tutt’altro che rassicuranti. L’industria rallenta, con dinamiche che sfiorano la recessione tecnica. Il debito pubblico continua a pesare in modo significativo, mentre l’export risente dei dazi statunitensi, riducendo i margini di manovra per le imprese.

Sul fronte interno, cresce la pressione: aumentano le ore di cassa integrazione e dal mondo industriale arrivano segnali espliciti di preoccupazione. Confindustria lancia moniti chiari, mentre Confcommercio insiste su ricette tradizionali – come il taglio delle tasse – che appaiono insufficienti di fronte alla trasformazione strutturale del commercio, travolto dall’e-commerce.

Le altre associazioni di categoria si muovono con cautela, più impegnate a sopravvivere che a proporre soluzioni. Intanto, i tagli a sanità e istruzione avanzano in modo silenzioso ma costante, alimentando il timore di una progressiva privatizzazione dei servizi essenziali.

E poi c’è l’energia: senza un piano chiaro, con costi elevati e prospettive incerte. I rincari dei carburanti spingono trasportatori e pescatori verso uno sciopero prolungato, evocando scenari di tensione già visti nella storia.

Nel mirino finisce Matteo Salvini, chiamato a rispondere di un settore in crescente difficoltà.

Di ponte in ponte

Se altrove non va meglio, all’Italia viene imputata una responsabilità specifica: aver indebolito la già fragile coesione europea inseguendo un ruolo di “pontiere” tra Stati Uniti e Unione Europea, rivelatosi però più teorico che reale.

L’asse con Viktor Orbán e le posizioni percepite come troppo vicine a Trump hanno contribuito a isolare Roma nel contesto comunitario.

E mentre il ponte transatlantico resta incompiuto, il dibattito interno si infiamma sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina: simbolo, per i critici, di una priorità discutibile in un Paese alle prese con difficoltà strutturali.

L’abbandono

Nel frattempo, Trump persegue i propri interessi strategici, anche in sinergia con Benjamin Netanyahu, in uno scenario internazionale sempre più conflittuale.

Meloni, privata di sponde solide, appare oggi più isolata: sia in Europa sia nel consenso interno, che mostra segnali di progressivo raffreddamento. Le promesse elettorali disattese e le difficoltà nella gestione delle crisi alimentano una delusione crescente.

Il recente segnale referendario viene interpretato come un primo, significativo campanello d’allarme.

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