La guerra in Iran sarebbe alle battute finali, almeno secondo Donald Trump. “La considero molto vicina alla fine”, ha dichiarato il presidente americano in un’intervista a Fox, mentre il Pentagono rivendica il completamento del blocco strategico dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il traffico energetico globale.
Ma la narrazione di una de-escalation imminente si accompagna a una nuova escalation politica e diplomatica, con Trump che torna ad attaccare alleati e leader religiosi, segnando un clima internazionale tutt’altro che distensivo.
Doppio fronte: Meloni e Vaticano nel mirino
Dopo aver espresso “shock” per la presunta mancanza di supporto italiano, il presidente americano ha rivolto nuove critiche a Giorgia Meloni, accusata di non aver sostenuto adeguatamente la linea statunitense nel conflitto.
Ancora più duro l’affondo contro Papa Leone XIV: “Qualcuno gli dica che l’Iran ha ucciso 42 mila innocenti”, ha dichiarato Trump, rilanciando poi il messaggio sui social. Un attacco diretto che riapre una frattura tra Casa Bianca e Vaticano, già emersa nei mesi precedenti su dossier umanitari e geopolitici.
Negoziati sì, ma con condizioni rigide
Sul piano diplomatico, Washington non arretra. Il vicepresidente JD Vance ha ribadito una linea non negoziabile: “L’Iran non deve avere il nucleare”.
Una posizione che trova sponda nelle parole di Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che invita a non illudersi: senza controlli stringenti, ogni accordo sarebbe solo “un’illusione”.
Grossi insiste sulla necessità di un sistema di verifiche capillare, con ispettori sul campo, per monitorare un programma nucleare iraniano definito “ambizioso e ampio”.
Il nodo nucleare: numeri e rischi
Le cifre diffuse dall’AIEA alimentano le preoccupazioni: Teheran disporrebbe di circa 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, un livello tecnicamente vicino alla soglia del 90% necessaria per la produzione di armi nucleari.
Una quantità che, secondo le stime, potrebbe consentire la realizzazione fino a dieci testate. Un dato che mantiene altissima la tensione, anche mentre si parla di possibile fine del conflitto armato.
Mosca si muove, l’Europa si prepara
Nel vuoto geopolitico che potrebbe aprirsi, la Russia prova a inserirsi: Mosca si dice pronta a compensare eventuali carenze energetiche in Medio Oriente, rafforzando il proprio ruolo strategico nella regione.
Parallelamente, secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, l’Europa starebbe lavorando a un piano di emergenza per la NATO. L’ipotesi — finora confinata ai dossier riservati — è quella di una progressiva “europeizzazione” dell’Alleanza, nel caso in cui Trump decidesse di ridurre o ritirare il sostegno statunitense.
Un cambio di paradigma che trasformerebbe profondamente gli equilibri della sicurezza occidentale, spostando il baricentro da Washington a Bruxelles.
Fine della guerra o nuova fase?
L’ottimismo dichiarato dalla Casa Bianca sulla conclusione del conflitto contrasta con uno scenario internazionale ancora carico di incognite.
Tra tensioni politiche, sfide nucleari e ridefinizione degli equilibri globali, la “fine” evocata da Trump rischia di essere meno un punto di arrivo e più l’inizio di una nuova, complessa fase geopolitica.
