29 Aprile 2026, mercoledì
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Dalla rete dei fiancheggiatori ai patrimoni illeciti: sequestri per 500 mila euro al presunto sodale di Messina Denaro

Operazione del ROS tra Lombardia e Lazio: nel mirino un uomo già condannato per mafia. Avrebbe sostenuto per anni la latitanza del boss, prestando identità e strumenti finanziari

Nuovo colpo alla rete di protezione che per anni ha garantito copertura e operatività a Matteo Messina Denaro. Nelle province di Milano, Brescia e Roma, i Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS), con il supporto dei Comandi Provinciali territoriali, hanno eseguito un provvedimento di sequestro di prevenzione emesso dal Tribunale di Trapani – Sezione Misure di Prevenzione. Nel mirino un patrimonio stimato in circa 500 mila euro, riconducibile a Massimo Gentile, classe 1972, attualmente detenuto dopo una condanna a dieci anni per associazione mafiosa.

Il sequestro ha riguardato un’abitazione, un’autovettura, conti deposito e polizze assicurative, ritenuti frutto di disponibilità economiche non compatibili con i redditi dichiarati. Secondo gli inquirenti, Gentile sarebbe stato uno dei tasselli della rete di supporto che ha consentito al boss trapanese di sottrarsi alla cattura per decenni.

L’operazione rappresenta un ulteriore sviluppo dell’indagine denominata “Il Tramonto”, un filone investigativo che non si è limitato alla cattura del capomafia – avvenuta nel gennaio 2023 – ma ha puntato a ricostruire e smantellare l’intero sistema di complicità che ne ha sostenuto la latitanza. Un lavoro di lunga durata, che ha progressivamente illuminato una rete silenziosa, fatta di appoggi logistici, coperture identitarie e sostegni economici.

Le indagini patrimoniali, avviate nel settembre 2024, hanno delineato un quadro ritenuto dagli investigatori particolarmente significativo sotto due profili. Da un lato, la “abituale e qualificata pericolosità sociale” dell’indagato: Gentile avrebbe messo a disposizione del boss la propria identità per consentirgli di muoversi e operare indisturbato, utilizzandola per acquistare mezzi di trasporto, stipulare polizze assicurative e compiere operazioni bancarie. Un ruolo, dunque, non marginale ma funzionale alla quotidiana gestione della latitanza.

Dall’altro lato, gli accertamenti hanno evidenziato una marcata sproporzione tra i redditi ufficialmente dichiarati e il tenore di vita del nucleo familiare. Una discrepanza che, secondo gli investigatori, trova spiegazione nell’impiego di risorse di origine illecita, utilizzate per l’acquisto dei beni ora sottoposti a vincolo.

Il sequestro si inserisce in una strategia più ampia che mira a colpire non solo le persone, ma anche i patrimoni riconducibili agli ambienti mafiosi. Un approccio che negli ultimi anni ha assunto un ruolo centrale nel contrasto alle organizzazioni criminali, privandole delle risorse economiche che ne garantiscono sopravvivenza e capacità operativa.

Nel complesso, l’attività del ROS volta a smantellare la rete relazionale di Messina Denaro ha già portato all’arresto di 16 favoreggiatori. Contestualmente, sono stati sequestrati beni mobili e immobili per un valore complessivo che si aggira attorno ai 500 mila euro.

Un risultato che conferma come, anche dopo la morte del boss, l’azione investigativa prosegua senza sosta, con l’obiettivo di fare piena luce su un sistema di connivenze che per anni ha garantito protezione a uno dei latitanti più ricercati d’Europa.

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