Nel pieno della corsa globale all’intelligenza artificiale, il mercato azionario inizia a riscoprire un protagonista rimasto a lungo nell’ombra: la cosiddetta “old economy”. Non un ritorno nostalgico, ma un riequilibrio che potrebbe ridefinire le strategie degli investitori nei prossimi anni.
A tracciare questa traiettoria è Kurt Feuerman, Chief Investment Officer Select US Equity Portfolios di AllianceBernstein, secondo cui la dispersione estrema delle valutazioni — alimentata negli ultimi anni dal dominio delle big tech — mostra oggi i primi segnali di normalizzazione. In questo contesto, tornano sotto i riflettori società tradizionali spesso trascurate, ma dotate di fondamentali robusti: flussi di cassa stabili, posizionamento competitivo difendibile e modelli di business meno esposti alle turbolenze dell’innovazione tecnologica.
Il ritorno dei settori dimenticati
Beni di prima necessità, materiali ed energia guidano questa rinnovata attenzione. Titoli selezionati in questi comparti hanno recentemente mostrato un’accelerazione, pur mantenendo valutazioni più contenute rispetto ai colossi tecnologici. Un elemento che li rende particolarmente interessanti in una fase economica incerta.
Storicamente, queste aziende hanno dimostrato una maggiore tenuta nei cicli economici deboli. E oggi, tra tensioni geopolitiche e volatilità delle materie prime — con il petrolio in prima linea — questa resilienza torna a essere un fattore chiave. In altre parole, mentre il mondo guarda all’innovazione, i mercati riscoprono il valore della stabilità.
Il peso crescente dell’intelligenza artificiale
Questo non significa che il tema tecnologico perda centralità. Al contrario, l’intelligenza artificiale resta il motore principale delle aspettative di crescita. Tuttavia, il modo in cui viene finanziata e sviluppata sta cambiando gli equilibri interni al settore.
I cosiddetti hyperscaler — i giganti del cloud e delle infrastrutture digitali — stanno riversando risorse enormi nello sviluppo dell’IA: data center, reti energetiche, capacità di calcolo. Investimenti colossali che, se da un lato alimentano l’innovazione, dall’altro comprimono i flussi di cassa liberi e sollevano interrogativi sulla reale redditività futura di questi asset.
Per sostenere questo sforzo, molte aziende stanno ricorrendo non solo alla liquidità interna, ma anche ai mercati obbligazionari e al credito privato. Una scelta che introduce nuovi elementi di rischio e che contribuisce a raffreddare, almeno in parte, l’entusiasmo degli investitori.
Crescono i dubbi sul tech
L’enorme quantità di capitale destinata all’intelligenza artificiale potrebbe inoltre intensificare la concorrenza tra le stesse società tecnologiche, erodendo margini e vantaggi competitivi. Parallelamente, la diffusione dell’IA rischia di destabilizzare l’intero ecosistema digitale, mettendo sotto pressione software house e aziende innovative di ogni dimensione.
In questo scenario, prende forma una rotazione degli investimenti: da un lato, titoli tecnologici gravati da aspettative sempre più difficili da soddisfare; dall’altro, aziende tradizionali che, pur crescendo a ritmi più moderati, offrono maggiore visibilità sui ricavi e valutazioni più sostenibili.
La “rivincita dei dinosauri”
Non a caso, gli analisti di Goldman Sachs parlano apertamente di “rivincita dei dinosauri”: un ritorno di forza dei titoli industriali e tradizionali rispetto ai giganti della Silicon Valley.
Secondo Feuerman, queste aziende potrebbero beneficiare di un’espansione dei multipli, sostenuta da flussi di cassa elevati e da una crescita meno spettacolare ma più prevedibile. In particolare, le società con marchi consolidati e presenza globale appaiono meglio posizionate per capitalizzare questa fase.
Quando l’IA rafforza la tradizione
Il paradosso è che proprio l’intelligenza artificiale — spesso vista come una minaccia per i modelli tradizionali — potrebbe diventare un alleato decisivo per la loro evoluzione.
Settori come industria, energia, materiali e finanza sono tra i principali candidati a beneficiare dell’adozione dell’IA, grazie a miglioramenti di produttività, ottimizzazione dei processi e nuove fonti di ricavo. Inoltre, il boom degli investimenti in beni strumentali legati alla transizione tecnologica rappresenta un’opportunità concreta per queste aziende, finora rimaste ai margini del grande racconto dell’innovazione.
In definitiva, mentre i riflettori restano puntati sulle promesse dell’intelligenza artificiale, il mercato sembra iniziare a premiare anche chi, lontano dal clamore, continua a costruire valore su basi solide. Una dinamica che potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione per l’equity globale, meno concentrata e più equilibrata.
