Un ambulatorio pubblico trasformato, di fatto, in una corsia preferenziale per prestazioni private fuori controllo. È questo il quadro che emerge dall’operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (Nas) di Lecce, che nelle prime ore della mattinata hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di un dirigente medico e di un’infermiera.
Il provvedimento, disposto dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce, ipotizza a carico dei due indagati un articolato sistema di reati: concorso in peculato, falso ideologico aggravato, accesso abusivo a sistema informatico e truffa aggravata ai danni del Servizio sanitario nazionale.
Il sistema parallelo delle visite
Al centro dell’inchiesta, coordinata su scala nazionale e avviata nel 2025 dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute di Roma, c’è il monitoraggio delle attività libero-professionali intramurarie (A.L.P.I.), ossia quelle prestazioni che i medici possono legittimamente svolgere a pagamento all’interno delle strutture pubbliche, ma secondo regole rigorose e tracciate.
Secondo gli investigatori, tali regole sarebbero state sistematicamente aggirate. Il medico e l’infermiera avrebbero infatti creato un circuito parallelo di prestazioni sanitarie a pagamento, utilizzando locali, strumenti e risorse di una Asl pugliese senza passare dai canali ufficiali di prenotazione del Centro unico (C.U.P.).
Un meccanismo che, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, consentiva di incassare direttamente i compensi dai pazienti, sottraendoli alla contabilità pubblica e ai controlli previsti. Non solo: il dirigente medico avrebbe continuato a percepire anche le indennità di esclusività previste dal contratto, incompatibili con attività esterne non autorizzate.
Il danno economico e sociale
Il giro d’affari ricostruito dagli inquirenti ammonterebbe ad almeno 52 mila euro nel periodo preso in esame, ma il dato economico rappresenta solo una parte del problema.
L’impatto più grave riguarda infatti il funzionamento del sistema sanitario: l’esistenza di un canale “privilegiato” avrebbe contribuito ad alterare le liste d’attesa, penalizzando i cittadini che seguono le procedure regolari e alimentando disuguaglianze nell’accesso alle cure.
Un danno duplice, dunque: alle casse pubbliche e al principio di equità che dovrebbe garantire il Servizio sanitario nazionale.
Le indagini e il contesto
L’operazione si inserisce in una più ampia strategia dell’Arma dei Carabinieri volta a contrastare le distorsioni nella gestione della sanità pubblica, con particolare attenzione proprio alle attività intramoenia, spesso terreno sensibile per possibili abusi.
L’indagine leccese rappresenta uno dei filoni emersi dal monitoraggio nazionale avviato nel 2025, segno di un fenomeno che, pur non generalizzato, continua a richiedere vigilanza costante.
La fase giudiziaria
Come previsto dalla legge, il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Le accuse dovranno essere vagliate nel corso dell’iter processuale e la responsabilità degli indagati potrà essere definitivamente accertata solo con una sentenza irrevocabile di condanna.
Nel frattempo, resta l’immagine di una sanità vulnerabile a pratiche opache, dove il confine tra pubblico e privato può diventare terreno di abuso, con conseguenze dirette sulla fiducia dei cittadini e sull’effettività del diritto alla salute.
