C’è un nome italiano che, almeno per ora, sta riscrivendo gli equilibri nel campo dell’intelligenza artificiale applicata al lavoro: Ipazia. Una realtà ancora snella nei numeri, ma capace di imporsi su colossi globali nella prova più concreta che conta oggi: risolvere problemi reali.
A certificarlo è il benchmark WorkArena++, uno dei test più avanzati per valutare l’efficacia dei modelli linguistici in contesti operativi complessi. Qui Ipazia ha conquistato il primo posto nello scenario L1 con un punteggio del 90,3%, lasciandosi alle spalle giganti come Gemini-3 Flash di Google (86,1%), GPT-5 di OpenAI (79,1%) e Claude-4-Sonnet di Anthropic (63,3%).
Non si tratta di un esercizio accademico. Il test misura la capacità delle intelligenze artificiali di muoversi dentro processi aziendali concreti: navigare cataloghi prodotti, effettuare ordini, interrogare database eterogenei, compilare moduli complessi. In altre parole, simulare il lavoro quotidiano di un ufficio moderno.
Il risultato ottenuto da Ipazia non nasce da un cambio radicale dei modelli di base, ma da un diverso approccio al loro utilizzo. “Non abbiamo cambiato i modelli, li abbiamo resi più intelligenti nel modo in cui li usiamo”, spiegano dall’azienda. È una filosofia che punta meno sulla potenza bruta e più sull’orchestrazione.
Al centro di questa strategia c’è lo sviluppo degli “agenti AI”: una struttura che funziona come un team virtuale di specialisti. Il sistema scompone un problema complesso in una serie di sotto-attività, assegnandole a moduli dedicati che lavorano in parallelo o in sequenza. Il risultato è una maggiore capacità di ragionamento e, soprattutto, una prevedibilità operativa che rende l’adozione dell’AI più sostenibile per le imprese, sia in termini di costi sia di tempi.
Ipazia nasce nel 2021 a Milano da un’intuizione di Giorgio Alverà, manager con un passato in Goldman Sachs, e si sviluppa rapidamente grazie a un team altamente qualificato: 18 professionisti, sette dottorati di ricerca e competenze maturate in istituzioni come MIT, Microsoft e Fondazione Bruno Kessler.
Nonostante le dimensioni contenute, la startup ha già guadagnato una visibilità internazionale significativa. Nel 2024 è stata l’unica realtà italiana tra i 15 firmatari della Dichiarazione del G7 sull’intelligenza artificiale, condividendo il tavolo con giganti come Amazon e Meta.
Ma il dato più rilevante è forse un altro: la tecnologia di Ipazia è già operativa. Dalla finanza al recruiting, fino al settore del cosiddetto “gioco responsabile”, le sue soluzioni sono utilizzate in contesti dove affidabilità e precisione non sono opzionali.
Il sorpasso sui big americani, dunque, non è solo simbolico. Segna piuttosto un cambio di paradigma: nell’era dell’intelligenza artificiale, non sempre vince chi ha il modello più grande, ma chi sa usarlo meglio. E, almeno in questo round, l’Italia è davanti.
