La tensione nel Golfo Persico entra in una nuova fase, più ampia e pericolosa. La rappresaglia iraniana non si limita più a obiettivi circoscritti, ma si estende ormai a un’intera area strategica, coinvolgendo Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti in una spirale di attacchi che colpisce al cuore il sistema energetico globale.
Nella notte, i cieli di Riad si sono illuminati per l’intercettazione di un missile balistico. I detriti sono precipitati su un quartiere residenziale della capitale saudita, provocando quattro feriti e danni contenuti, ma riaccendendo la percezione di vulnerabilità anche nelle aree urbane finora rimaste relativamente protette. Un episodio simbolico di un conflitto che si sta progressivamente avvicinando ai centri civili.
Sul piano economico, le conseguenze sono immediate e tangibili. I mercati reagiscono con nervosismo: il prezzo del gas registra un balzo del 25% nelle prime ore della giornata, mentre il petrolio torna a correre, sospinto dal timore di interruzioni nelle forniture e, soprattutto, dalla minaccia — sempre più concreta — di un blocco dello stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico mondiale.
In questo scenario, l’Arabia Saudita sembra pronta a compiere un passo che potrebbe cambiare gli equilibri del conflitto. Il ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan, ha aperto esplicitamente alla possibilità di un intervento militare diretto, sottolineando che Riad si riserva il diritto di agire “con ogni mezzo necessario” per fermare gli attacchi. Una dichiarazione che lascia intravedere un possibile allineamento operativo con Stati Uniti e Israele, finora mantenuto su un piano più cauto.
Intanto, la strategia iraniana appare sempre più focalizzata sulle infrastrutture energetiche. In Kuwait, un drone ha colpito una delle principali raffinerie del Paese, nel complesso di Mina al-Ahmadi, provocando un incendio rapidamente contenuto. Nessuna vittima, ma l’impatto sulla produzione resta una variabile critica in un momento in cui ogni riduzione dell’offerta può amplificare le tensioni sui mercati.
Anche gli Emirati Arabi Uniti restano sotto pressione. Ad Abu Dhabi, due missili diretti verso impianti strategici — tra cui il sito gasifero di Habshan e il giacimento petrolifero di Bab — sono stati intercettati, ma i detriti hanno causato danni lievi. Le autorità hanno comunque disposto la sospensione precauzionale delle attività negli impianti di gas, segnale della crescente fragilità operativa della regione.
Poche ore prima, l’offensiva aveva colpito il Qatar, con un attacco al giacimento di Ras Laffan, uno dei più importanti hub mondiali per il gas naturale liquefatto. Un bersaglio altamente simbolico e strategico, che conferma la volontà di Teheran di esercitare pressione indiretta sull’Occidente, colpendo i nodi vitali della catena energetica globale.
Il quadro che emerge è quello di un conflitto sempre meno contenuto e sempre più sistemico, in cui la dimensione militare si intreccia con quella economica. Il Golfo diventa così il baricentro di una crisi che non riguarda più solo gli equilibri regionali, ma l’intera stabilità dei mercati internazionali. E mentre le capitali della regione rafforzano le difese e valutano le prossime mosse, il rischio di un’escalation su larga scala appare, oggi, più concreto che mai.
