Il traffico navale nello Stretto di Hormuz, una delle arterie più cruciali del commercio energetico mondiale, si è praticamente fermato. In un contesto di crescente escalation militare in Medio Oriente, quello che fino a pochi giorni fa era uno dei corridoi marittimi più trafficati del pianeta appare oggi quasi deserto.
Secondo il Joint Marine Information Center, nelle ultime 24 ore sono stati osservati soltanto due passaggi commerciali nello stretto che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Si tratterebbe di navi cargo e non di petroliere, un dettaglio che rende ancora più evidente la paralisi del flusso energetico globale.
Nel frattempo, circa mille imbarcazioni restano bloccate nell’area, sospese in una sorta di limbo operativo mentre gli armatori attendono sviluppi sul piano della sicurezza. Il valore complessivo delle navi ferme supera i 25 miliardi di dollari, secondo le stime della Lloyd’s Market Association di Londra. Circa la metà di queste trasporta petrolio o gas naturale liquefatto, confermando quanto il blocco stia colpendo direttamente il cuore del sistema energetico internazionale.
Il collo di bottiglia dell’energia globale
Il peso strategico dello Stretto di Hormuz è difficilmente sopravvalutabile. Da questo passaggio largo poche decine di chilometri transita infatti circa un quinto dell’offerta mondiale di petrolio e di gas naturale liquefatto. Qualsiasi interruzione, anche temporanea, si riflette immediatamente sui mercati energetici, sulle rotte marittime e sui costi di approvvigionamento.
Non a caso l’industria marittima internazionale ha già classificato l’area — comprese le acque tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman — come “zona di operazioni belliche”. Una definizione che implica premi assicurativi più alti, maggiori rischi operativi e la possibilità concreta che molti armatori decidano di sospendere temporaneamente i transiti.
L’Italia e il nodo delle esportazioni
Anche Roma osserva con crescente preoccupazione gli sviluppi della crisi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato apertamente di possibili contraccolpi sull’economia italiana, soprattutto per le imprese esportatrici.
Il governo starebbe già valutando strumenti di sostegno per attenuare eventuali perdite.
«Per le imprese italiane che esportano e che possono avere dei danni stiamo lavorando a dei pacchetti», ha spiegato il vicepremier. Tajani ha ricordato un dato chiave per comprendere la vulnerabilità del sistema logistico nazionale: circa il 40% del traffico commerciale marittimo italiano passa attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso, rotte direttamente collegate alla stabilità dell’area mediorientale.
Un eventuale prolungamento del blocco di Hormuz, quindi, potrebbe avere effetti a catena sulle filiere industriali, sui tempi di consegna e sui costi di trasporto delle merci.
Pechino cerca un corridoio con Teheran
Se l’Europa studia contromisure economiche, la Cina sta tentando una via diplomatica per evitare il peggio. Secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, Pechino avrebbe avviato colloqui con il governo iraniano per garantire il passaggio sicuro delle navi che trasportano greggio e gas naturale liquefatto dal Qatar.
La mossa non sorprende: a seconda delle stime, circa il 45% del petrolio importato dalla Cina attraversa proprio lo Stretto di Hormuz. Una vulnerabilità energetica che spinge il governo cinese a cercare ogni possibile garanzia per mantenere aperta la rotta.
I dati di tracciamento navale mostrerebbero già i primi segnali di questa strategia. Una nave denominata “Iron Maiden”, ad esempio, avrebbe attraversato lo stretto nelle ultime ore dopo aver modificato la propria identificazione indicando un proprietario cinese, circostanza che alcuni osservatori interpretano come un tentativo di ridurre i rischi di intercettazione.
Il rischio di un effetto domino
Stati Uniti, Europa e Cina condividono un obiettivo immediato: riaprire al più presto la navigazione nello stretto. Un blocco prolungato avrebbe infatti conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.
Oltre al petrolio, attraverso Hormuz transitano ogni giorno milioni di barili di greggio e una quota decisiva delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto. Se il traffico restasse paralizzato a lungo, i mercati energetici potrebbero subire nuovi shock, con inevitabili ricadute su inflazione, costi industriali e prezzi dell’energia.
Per ora, nello stretto più strategico del pianeta, il silenzio delle rotte marittime racconta meglio di qualsiasi analisi la tensione geopolitica del momento. E il mondo resta in attesa che quel corridoio torni a respirare.
