La geografia strategica degli Stati Uniti potrebbe essere sul punto di cambiare indirizzo. Non necessariamente con una grande cerimonia, una fanfara e il classico cambio della guardia, ma attraverso una redistribuzione delle forze militari che rischia di avere conseguenze molto concrete anche sull’Europa.
A mettere sul tavolo l’ipotesi è Pete Hegseth, segretario alla Guerra degli Stati Uniti, secondo il quale una parte delle forze americane attualmente schierate sul continente europeo potrebbe essere trasferita nell’emisfero occidentale. La ragione è altrettanto concreta: l’amministrazione di Donald Trump sta aumentando la pressione contro i cartelli della droga dell’America Latina e considera il contrasto al narcotraffico una priorità di sicurezza nazionale.
Il risultato è una nuova equazione strategica. Da una parte Washington chiede agli alleati della Nato di assumersi una quota maggiore della responsabilità per la difesa convenzionale dell’Europa. Dall’altra aumenta il dispositivo militare nelle Americhe, dove la lotta ai cartelli viene ormai affrontata con un linguaggio e strumenti sempre più simili a quelli di un conflitto armato.
L’Europa deve fare di più
Hegseth ha collegato l’eventuale trasferimento di capacità militari dall’Europa alla necessità di una maggiore condivisione degli oneri all’interno della Nato. Il Pentagono sta conducendo una revisione della presenza militare statunitense in Europa, destinata a concludersi a dicembre, con l’obiettivo di ridefinire il contributo americano e lasciare agli alleati europei una parte più consistente delle responsabilità nella difesa convenzionale.
È una linea che si inserisce nella più ampia richiesta dell’amministrazione Trump agli alleati: spendere di più, organizzarsi meglio e soprattutto ridurre la dipendenza dalle capacità statunitensi.
Il messaggio, insomma, è piuttosto difficile da fraintendere. Washington non sta annunciando l’abbandono dell’Europa, ma sta chiedendo agli europei di essere maggiormente responsabili della propria sicurezza. Nel frattempo, alcune delle risorse militari americane potrebbero essere utili altrove.
E quell’altrove si trova sempre più a sud.
La nuova frontiera è il narcotraffico
L’amministrazione americana ha intensificato le operazioni contro i cartelli latinoamericani, che Washington considera organizzazioni terroristiche. L’obiettivo dichiarato è colpire le strutture del narcotraffico direttamente nei territori e nelle aree marittime utilizzate per il traffico di droga.
Negli ultimi mesi la pressione militare è cresciuta in particolare nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Dal settembre scorso, secondo i dati citati dall’amministrazione statunitense, le forze americane hanno condotto almeno 70 attacchi contro imbarcazioni sospettate di essere coinvolte nel traffico di stupefacenti. Il bilancio indicato da Washington è di 234 persone uccise, definite dall’amministrazione «narcoterroristi».
Una terminologia che non è soltanto semantica. Definire i cartelli come organizzazioni terroristiche amplia infatti il quadro politico e strategico nel quale Washington colloca la lotta al narcotraffico, trasformandola da problema principalmente criminale in una questione di sicurezza nazionale.
E quando entra in scena il Pentagono, il confine tra operazione antidroga e operazione militare diventa inevitabilmente più sottile.
Ecuador, Panama e gli altri alleati
La nuova strategia americana passa anche dalla cooperazione con i governi della regione. Hegseth ha indicato in particolare Ecuador, Honduras, Guatemala e Panama come Paesi con i quali si stanno aprendo nuove possibilità di collaborazione.
Il caso dell’Ecuador è particolarmente significativo. La scorsa settimana circa 50 militari e agenti statunitensi hanno partecipato a operazioni terrestri contro presunti trafficanti. Un coinvolgimento che conferma come la strategia americana non si limiti più all’interdizione in mare, ma punti anche a sostenere le operazioni sul terreno.
La mappa della presenza militare americana, quindi, potrebbe gradualmente cambiare forma. Meno concentrazione automatica sul teatro europeo, maggiore attenzione al continente americano. Non è ancora una rivoluzione strategica, ma è certamente un segnale.
Hegseth lo ha riassunto con una formula destinata a pesare: gli Stati Uniti, ha detto, sono «in guerra» con i cartelli. Se questa definizione diventa la cornice operativa della politica americana, è logico attendersi che anche il dispositivo militare venga adeguato.
Il messaggio all’Europa è altrettanto importante
La questione, però, non riguarda soltanto i cartelli della droga. Dietro il possibile spostamento di alcune capacità militari c’è anche una partita tutta europea.
Per decenni la presenza americana ha rappresentato uno dei pilastri della sicurezza del continente. Ora Washington sta chiedendo agli alleati di assumersi una parte maggiore del peso della difesa. Se una quota delle risorse statunitensi verrà effettivamente trasferita verso l’emisfero occidentale, gli europei dovranno confrontarsi con una domanda che per molto tempo è rimasta sullo sfondo: quanta sicurezza sono realmente in grado di garantire senza contare, come riflesso automatico, sulla presenza americana?
È questa la parte più delicata della strategia di Hegseth. La guerra ai cartelli può occupare le prime pagine, ma la redistribuzione delle forze americane contiene un messaggio molto più ampio.
Washington sta rivalutando dove servono i propri soldati, le proprie navi e le proprie capacità operative. E mentre il Pentagono guarda verso i Caraibi e l’America Latina, l’Europa è chiamata a guardare dentro casa.
Perché il punto non è soltanto quanti militari americani partiranno dall’Europa. Il punto è cosa saranno chiamati a fare, e soprattutto cosa resterà agli europei da fare quando una parte del dispositivo americano deciderà di cambiare continente.
