5 Agosto 2026, mercoledì
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Cuore compromesso e box hi-tech “sconosciuti”: il caso Monaldi si allarga

Sette medici indagati per la morte del piccolo Domenico Caliendo. Nella relazione della Regione Campania spunta la presenza di tre dispositivi Paragonix disponibili ma – secondo l’equipe – ignorati. La madre: «Credo ancora nella sanità italiana»

C’erano tre box di ultima generazione per il trasporto degli organi, ma chi doveva usarli sostiene di non saperlo. È questo il nuovo, inquietante tassello che emerge nell’inchiesta sulla morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni e tre mesi deceduto lo scorso 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre.

Il cuore che avrebbe dovuto salvargli la vita – partito da Bolzano – sarebbe arrivato già compromesso prima ancora di entrare in sala operatoria. Un organo vitale, ma fragile, che richiede protocolli rigidissimi di conservazione e trasporto. Proprio su questo segmento della catena si concentra oggi l’attenzione della Procura di Napoli, che ha iscritto nel registro degli indagati sette medici.

I dispositivi “fantasma”

La novità è contenuta in una relazione di 295 pagine trasmessa dalla Regione Campania al Ministero della Salute, con la documentazione fornita dai vertici dell’Azienda ospedaliera. Nel dossier si attesta che al Monaldi, già a dicembre scorso, erano disponibili tre dispositivi “Paragonix”: contenitori tecnologicamente avanzati progettati per il trasporto e la conservazione degli organi da trapianto, capaci di monitorare costantemente temperatura e parametri critici.

Eppure l’equipe che si occupò del prelievo del cuore destinato a Domenico avrebbe dichiarato di non essere a conoscenza della disponibilità di quei dispositivi.

Un cortocircuito informativo che, se confermato, aprirebbe interrogativi non solo sulle responsabilità individuali ma anche sull’organizzazione interna, sui flussi di comunicazione e sulla governance clinica della struttura. Perché in una rete trapiantologica ogni anello è decisivo: il fallimento di uno solo può compromettere l’esito dell’intero percorso.

Un’indagine che si allarga

L’inchiesta, coordinata dalla Procura partenopea, non si limita al singolo episodio. Gli accertamenti si stanno estendendo alla struttura e al modus operandi dell’equipe medica in casi analoghi. In particolare, gli inquirenti avrebbero acceso i riflettori su due precedenti trapianti: uno eseguito nel 2021 e un altro in epoca ancora anteriore.

Al momento si tratta di approfondimenti investigativi affidati alla VI sezione Lavoro e colpe professionali, con l’obiettivo di verificare eventuali criticità sistemiche nella gestione dei trapianti e nelle procedure di conservazione degli organi.

Il punto non è solo stabilire se il cuore destinato a Domenico fosse già danneggiato durante il trasporto, ma comprendere se vi siano state omissioni, sottovalutazioni o falle strutturali nella filiera sanitaria.

Il dolore e la fiducia

Mentre le carte giudiziarie si accumulano e il quadro si fa più complesso, la voce che più colpisce è quella della madre, Patrizia Mercolino. Intervenendo all’iniziativa “Sicura”, organizzata dal centro commerciale Vulcano Buono in collaborazione con l’Esercito Italiano, scuole, istituzioni e federazioni sportive, la donna ha scelto parole che sorprendono per compostezza e determinazione.

«Io ci credo ancora, e credo anche nella sanità italiana», ha detto davanti al pubblico. «Vorrei fare in modo che non ci si dimenticasse della storia di Domenico e che non ricapiti più a nessun bambino quello che è capitato a lui. Nessun’altra famiglia deve soffrire come la mia».

Non una crociata, ma un progetto: la creazione di una fondazione dedicata ai bambini vittime di malasanità e a quelli in attesa di trapianto. «Mio figlio aveva bisogno di un trapianto al cuore. Ho aperto un comitato di raccolta fondi per raggiungere 30mila euro e poter avviare la fondazione. Spero che mi aiuterete e che non dimenticherete Domenico».

Oltre il singolo caso

La morte di un bambino dopo un trapianto è una ferita che interroga l’intero sistema. In gioco non c’è soltanto l’accertamento delle responsabilità penali – che spetta alla magistratura – ma la credibilità di una rete trapiantologica che, in Italia, rappresenta da anni un’eccellenza riconosciuta.

Se davvero dispositivi di ultima generazione erano disponibili ma non utilizzati per mancanza di comunicazione interna, la questione si sposta dal piano dell’errore individuale a quello dell’organizzazione. E diventa inevitabile chiedersi quali protocolli regolino l’impiego di tecnologie così cruciali, come vengano condivise le informazioni tra reparti e chi sia responsabile della loro effettiva operatività.

Per Domenico, il tempo delle domande è già troppo tardi. Per il sistema sanitario, invece, è il momento delle risposte.

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