30 Aprile 2026, giovedì
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Turismo sostenibile, il grande equivoco: economia, finanziamenti e privatizzazioni mascherate

Dalla lezione dell’architetto Francesco Genovese al paradosso dei Cammini e delle ciclovie: quando la sostenibilità diventa leva finanziaria più che modello economico.

A cura di Gilberto Borzini

Finanziamenti ingenti e costi di manutenzione elevati affermano la non Sostenibilità economica dei cammini e di altri progetti in salsa green che definiscono la Bufala del Turismo Sostenibile.

L’architetto Francesco Genovese, creatore di Punta Ala, alzò lo sguardo e mi domandò: «Sostenibile per chi?», trascinando l’intero gruppo di lavoro sulla sostenibilità, che allora presiedevo, in approfondimenti serrati e non privi di conflitto.

Fu chiaro fin da subito – persino per un Laboratorio Didattico Ambientale fortemente orientato alla sostenibilità come Pra Catinat, gestito dalla Regione Piemonte – che il turismo è poco sostenibile in sé: più produce economia e più tende a deformare l’offerta originaria, riducendo – quando non compromettendo – proprio quel valore primario, la sostenibilità, su cui si era costruita la proposta iniziale.

Il paradosso è evidente: all’aumentare della domanda, si attenua l’originalità dell’offerta. Un fenomeno non distante da quanto accade a certi prodotti vinicoli artigianali quando diventano industriali e finiscono sugli scaffali della grande distribuzione.

Molti hanno compreso che il concetto stesso di sostenibilità offre opportunità economiche significative, non tanto in termini di efficienza gestionale, quanto per l’accesso a linee di finanziamento dedicate. Da qui nascono progetti di riqualificazione di borghi abbandonati o tracciati, percorsi e cammini generosamente finanziati dall’ente pubblico che, nella pratica, producono perdite d’esercizio con la regolarità di un rubinetto che perde.

Affascinati dal successo del Cammino di Santiago, decine di amministratori locali hanno immaginato di “santiaghizzare” i propri territori, recuperando antichi tratturi, sentieri e percorsi per alpeggi. Interventi che hanno certamente il merito di contrastare decenni di abbandono, ma che spesso disattendono le aspettative turistiche.

Il Cammino di Santiago è un percorso secolare che promette l’indulgenza plenaria a chi lo completa e che ha potuto contare su una potente narrazione – tra racconti, romanzi e film – oltre che sul sostegno di comunità locali, dalla Catalogna ai Paesi Baschi, desiderose di rafforzare la propria autonomia economica. Lungo il tracciato si è sviluppato un sistema strutturato di trasporti, ristorazione, accoglienza e merchandising: un modello di industria diffusa difficilmente replicabile altrove.

Diversamente, cammini come la Via Francigena – che attraversa il territorio in cui risiedo – coinvolgono, quando va bene, circa 20 mila camminatori all’anno lungo un percorso di 1.700 chilometri: poco più di una dozzina per chilometro su base annua.

È vero che le medie aritmetiche non fanno economia, ma il dato appare indicativo rispetto agli investimenti sostenuti.

Secondo informazioni pubbliche, la manutenzione della Via Francigena richiede investimenti costanti: la Regione Toscana ha stanziato 360.000 euro per il triennio 2018-2020, oltre 24.000 euro per l’area senese nel 2024, mentre per il Giubileo 2025 sono stati investiti oltre 22 milioni di euro per infrastrutture, segnaletica e messa in sicurezza del percorso.

Altri cammini a vocazione più territoriale presentano performance economiche ancora più fragili, trasformandosi per molte amministrazioni in capitoli di spesa strutturalmente deficitari. Lo stesso vale per alcuni progetti di recupero di borghi abbandonati, talvolta più vicini alla valorizzazione immobiliare che a un reale piano di sviluppo autosostenibile.

Alcune amministrazioni – come la Regione Lombardia, con cui ebbi occasione di confrontarmi – hanno progressivamente abbandonato il termine “sostenibilità”, approdando al concetto di “turista responsabile”: un modello che affida al comportamento individuale la tutela di territori troppo onerosi per essere mantenuti esclusivamente dall’ente pubblico.

“Te la finanzio io la sostenibilità”

Per i più ingenui la questione si ferma qui; i più avveduti sanno invece che la sostenibilità dispone di ampi strumenti di finanziamento pubblico. Il Fondo per il Turismo Sostenibile, presso il Ministero del Turismo, ha stanziato 25 milioni di euro per il triennio 2023-2025, cui si aggiungono numerosi bandi europei, con contributi tra i 30 e i 200 mila euro per progetto, fino al 50% dei costi ammissibili.

E le ciclovie?

Il progetto VenTo, la ciclovia di 680 chilometri da Torino a Venezia lungo il Po, prevede costi stimati intorno ai 350.000 euro per chilometro. La Regione Lombardia ha stanziato oltre 13,4 milioni di euro per i tratti di propria competenza, mentre ulteriori 2,5 milioni coprono 73 chilometri tra Pavia e Lodi, con fondi PNRR e regionali.

Intorno a questi progetti nascono società dedicate, spesso con il coinvolgimento di fondazioni bancarie locali; si costituiscono cooperative per la gestione e la manutenzione; si strutturano filiere che intercettano consenso politico e opportunità economiche. Talvolta si partecipa a iniziative strutturalmente in perdita, ma utili per compensazioni fiscali o per accedere a ulteriori contributi.

Da qui il sospetto che, dietro il principio dichiarato della sostenibilità, si sviluppi un livello ulteriore in cui si intrecciano opportunismo politico, logiche clientelari e gestione degli appalti, anche su aree acquisite dall’ente pubblico in nome dell’interesse collettivo.

Non è questione di malizia personale, ma di analisi dei meccanismi: a fronte di costi elevati e ricavi modesti, raramente si discute di equilibrio economico. Eppure ogni imprenditore assennato partirebbe proprio da una rigorosa analisi di fattibilità.

Tutela del territorio o turismo?

In una lettura più equilibrata, le forme di cosiddetto turismo sostenibile possono essere considerate strumenti di tutela del territorio che cercano di generare economie integrative a copertura dei costi di gestione. È una scelta legittima.

Resta tuttavia una domanda: perché non mantenere questi interventi all’interno degli assessorati competenti, attribuendo invece gestione e manutenzione a società di diritto privato costituite ad hoc?

È questo processo di “privatizzazione” di una funzione pubblica a suscitare perplessità. Le privatizzazioni promosse in ambito europeo hanno spesso prodotto concentrazioni di potere economico senza benefici proporzionati per i cittadini. Se il paradigma si trasferisce anche alla gestione del territorio in nome della sostenibilità, il dubbio diventa più che legittimo.

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