La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di dichiarare illegittime le misure tariffarie varate dall’ex presidente Donald Trump riaccende lo scontro politico anche in Italia. Non solo per le conseguenze economiche che quei dazi hanno avuto sul commercio internazionale, ma per il significato politico che l’opposizione attribuisce alla pronuncia dei giudici americani: un limite imposto al potere esecutivo, nel nome della legalità costituzionale.
Ad accendere la miccia è la deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, che sui social parla senza mezzi termini di “umiliazione del servilismo italiano ed europeo”. Secondo l’ex sindaca di Torino, la sentenza dimostrerebbe che i dazi erano illegali e che, mentre negli Stati Uniti la magistratura li smontava pezzo per pezzo, in Europa e in Italia si sarebbe scelta una linea di acquiescenza.
Appendino punta il dito contro la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accusata di aver “accettato supinamente” le misure, e contro il governo guidato da Giorgia Meloni, reo – a suo dire – di aver presentato l’impatto dei dazi come una possibile opportunità per il sistema produttivo italiano, nonostante il colpo inferto al Made in Italy.
Nel mirino finisce anche la promessa di uno “scudo” da 25 miliardi a sostegno delle imprese colpite. “Dove sono?”, domanda polemicamente la parlamentare M5S, evocando con sarcasmo la trasmissione Chi l’ha visto? per cercarli.
Sulla stessa linea la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che interpreta la decisione della Corte come una riaffermazione del principio di separazione dei poteri. “Applicando la Costituzione – afferma – la Corte Suprema ha dimostrato che ogni potere incontra un limite”.
Per Schlein, le politiche commerciali di Trump non solo hanno prodotto effetti distorsivi a livello globale, ma hanno inciso negativamente anche sull’economia italiana. Da qui la domanda politica rivolta direttamente alla presidente del Consiglio: nella consueta comunicazione serale da Palazzo Chigi, Meloni difenderà i giudici americani o l’ex presidente statunitense, con il quale ha più volte rivendicato sintonia politica?
“La subalternità del governo a Trump la paga a caro prezzo l’Italia”, attacca la leader dem, legando la questione giuridica a quella economica e occupazionale.
A rafforzare il fronte del Pd interviene anche l’europarlamentare e componente della segreteria nazionale Alessandro Zan. Nella sua lettura, la bocciatura dei dazi rappresenta “una buona notizia per la democrazia”: quando il potere esagera, esistono contropoteri in grado di far rispettare la legge.
Zan richiama esplicitamente il concetto di Stato di diritto, definendolo “il cuore delle democrazie liberali” e non un dettaglio tecnico. E rilancia la provocazione politica: Meloni continuerà a difendere Trump o inizierà a evocare “toghe rosse” anche negli Stati Uniti?
Un riferimento polemico che mira a mettere in evidenza l’ambivalenza, secondo l’opposizione, dell’atteggiamento del governo verso le decisioni della magistratura quando queste incidono su figure politiche affini.
Il nodo politico ed economico
Al di là delle schermaglie verbali, la decisione della Corte Suprema riapre una questione più ampia: la gestione delle tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa e la strategia italiana di fronte a misure protezionistiche che hanno inciso su settori chiave dell’export, dall’agroalimentare alla manifattura.
Per l’opposizione, la sentenza rappresenta la prova che una linea più assertiva sarebbe stata possibile. Per il governo, che finora ha difeso un approccio pragmatico nei rapporti con Washington, il tema si intreccia con la necessità di mantenere solidi i rapporti transatlantici in una fase geopolitica delicata.
Il confronto politico è destinato a proseguire nei prossimi giorni, con un interrogativo che resta al centro del dibattito: nella partita dei dazi e delle relazioni con gli Stati Uniti, Palazzo Chigi ha scelto la strada del realismo diplomatico o quella della subordinazione politica?
