4 Aprile 2026, sabato
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Ucraina, il giorno 1457: spiragli diplomatici a Ginevra, ma la notte è ancora di droni e missili

Zelensky giudica “positivo” il trilaterale con Usa e Russia e chiede che il negoziato torni in Europa. Intanto sul campo prosegue la guerra dei cieli: 29 velivoli russi intercettati da Kiev, Mosca rivendica l’abbattimento di 113 droni.

Al giorno 1457 dall’inizio dell’invasione su larga scala, la guerra tra Russia e Ucraina continua a muoversi su un doppio binario: diplomazia e combattimenti. Se a Ginevra si intravede un cauto spiraglio di dialogo, sui cieli del fronte orientale la notte resta segnata dal ronzio dei droni e dalle esplosioni delle difese antiaeree.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito “positivo” il trilaterale che si è svolto a Ginevra tra delegazioni di Kiev, Stati Uniti e Russia. Un aggettivo misurato, che non parla di svolta ma segnala almeno la riapertura di un canale diretto, in una fase in cui la guerra sembrava essersi cristallizzata in una logorante guerra di posizione.

Zelensky ha voluto ringraziare pubblicamente gli Emirati Arabi Uniti per aver ospitato i primi round di colloqui, riconoscendone il ruolo di mediazione. Ma il messaggio politico è stato altrettanto chiaro: «Se la guerra è in Europa, dobbiamo trovare un posto in Europa» per portare avanti il negoziato. Un’affermazione che va oltre la geografia e tocca il cuore della strategia ucraina: riportare il dossier all’interno di un perimetro politico europeo, sottraendolo a dinamiche troppo distanti dal teatro bellico e riaffermando il coinvolgimento diretto dei partner continentali.

La scelta di Ginevra – tradizionale crocevia diplomatico – rappresenta già un segnale di riequilibrio. Ma il percorso resta in salita. Le posizioni di partenza sono distanti: Kiev insiste sull’integrità territoriale e sulle garanzie di sicurezza a lungo termine; Mosca continua a rivendicare il controllo delle aree occupate e pretende un nuovo assetto strategico nell’Europa orientale. In mezzo, Washington gioca un ruolo decisivo, sia come principale fornitore di aiuti militari all’Ucraina sia come interlocutore imprescindibile per qualsiasi architettura di sicurezza futura.

Mentre la diplomazia cerca un varco, il fronte racconta una realtà ben diversa. Nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio, le difese aeree ucraine hanno intercettato 29 dei 37 droni lanciati dalle forze russe contro obiettivi sul territorio nazionale. Un dato che conferma l’intensità della campagna aerea di Mosca, sempre più basata su attacchi combinati e sull’uso massiccio di velivoli senza pilota per colpire infrastrutture energetiche, logistiche e militari.

Dal Cremlino arriva una versione speculare: secondo Mosca, sarebbero stati addirittura 113 i droni abbattuti nella stessa finestra temporale. Numeri che testimoniano un’escalation tecnologica e quantitativa nella guerra dei cieli, dove il drone è ormai arma centrale, capace di saturare le difese e logorare l’avversario a costi relativamente contenuti.

La dimensione notturna del conflitto è diventata la nuova normalità. Le città ucraine vivono tra allarmi antiaerei e blackout intermittenti; sul lato russo, le regioni di confine e alcune aree interne denunciano sempre più frequentemente incursioni e tentativi di sabotaggio. La linea del fronte, pur con variazioni limitate sul piano territoriale, resta incandescente.

Così, mentre nelle sale ovattate della diplomazia si parla di “passi positivi”, sul terreno il conflitto continua a macinare uomini, risorse e tempo. Il giorno 1457 si chiude senza una svolta decisiva, ma con un dato evidente: la guerra non è congelata. È una guerra che combatte di notte e negozia di giorno, sospesa tra la ricerca di un compromesso e la determinazione – da entrambe le parti – a non cedere terreno prima di aver consolidato le proprie posizioni.

La distanza tra i tavoli di Ginevra e i cieli solcati dai droni resta, per ora, la misura più fedele di questo conflitto.

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