Il cielo del Medio Oriente torna a incendiarsi, mentre la diplomazia arretra e lascia spazio al linguaggio delle armi. Tra raid aerei, attacchi missilistici e operazioni con droni, il conflitto che attraversa Iran, Israele e i Paesi del Golfo entra in una fase di escalation che appare ormai fuori controllo.
Nelle ultime ore, un attacco con droni ha colpito un deposito di carburante presso l’aeroporto nazionale del Kuwait, provocando un vasto incendio e alimentando il timore di un allargamento regionale del conflitto. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno intensificato le operazioni militari utilizzando bombardieri strategici B-52 contro obiettivi ritenuti sensibili nel territorio iraniano.
A Washington cresce l’attesa per il discorso alla nazione annunciato dal presidente Donald Trump, previsto nella notte italiana. Nelle ore precedenti, il capo della Casa Bianca ha delineato uno scenario tutt’altro che rassicurante, stimando una durata del conflitto di «due o tre settimane» e lasciando intendere che l’impegno militare statunitense resterà significativo almeno nel breve periodo.
Sul piano politico, si registrano frizioni anche all’interno del fronte occidentale. La Casa Bianca ha infatti avvertito che, una volta terminata la guerra, sarà necessario «riesaminare» il rapporto con la NATO, segnale di tensioni crescenti tra Washington e gli alleati.
Intanto, dopo una pausa di circa 21 ore, l’Iran ha ripreso a lanciare missili contro Israele: almeno quattro ordigni hanno colpito il centro del Paese, causando una ventina di feriti e riportando la popolazione sotto la minaccia diretta degli attacchi.
In questo contesto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scelto una mossa inusuale: una lettera aperta rivolta direttamente ai cittadini statunitensi. Un testo che mescola toni concilianti e accuse politiche, nel tentativo di scavalcare i governi e parlare all’opinione pubblica americana.
«Non nutriamo alcuna ostilità verso il popolo degli Stati Uniti», scrive Pezeshkian, per poi porre una domanda destinata a far discutere: Washington sta davvero perseguendo il principio dell’“America first” o sta agendo come «strumento» di Israele?
Il presidente iraniano spinge oltre la critica, suggerendo che Israele stia trascinando gli Stati Uniti in una guerra destinata a consumare «l’ultimo soldato americano e l’ultimo dollaro del contribuente», trasferendo sull’intera regione il peso di quelli che definisce «interessi illegittimi».
A rafforzare il clima di tensione contribuiscono anche le valutazioni dell’intelligence americana: secondo fonti degli 007, Teheran non sarebbe al momento disposta ad aprire negoziati seri per una cessazione delle ostilità, rendendo di fatto impraticabile qualsiasi soluzione diplomatica nel breve termine.
Sul terreno, intanto, il conflitto continua a produrre vittime e a colpire figure di primo piano. L’ex ministro degli Esteri iraniano Kamal Kharazi è rimasto gravemente ferito dopo che la sua abitazione a Teheran è stata centrata da un raid aereo attribuito a Israele e Stati Uniti. Nell’attacco ha perso la vita la moglie. Kharazi, figura storica della diplomazia iraniana e già consigliere della Guida suprema Ali Khamenei, rappresenta uno dei bersagli più simbolici colpiti in questa fase del conflitto.
Il quadro si completa con ulteriori segnali di instabilità regionale: gli Emirati Arabi Uniti hanno vietato l’ingresso ai cittadini iraniani, mentre a Baghdad è scattata la caccia alla freelance americana Shelly Kittleson, rapita in circostanze ancora poco chiare.
Con i canali diplomatici paralizzati e le operazioni militari in pieno svolgimento, il Medio Oriente si trova così sospeso tra una guerra destinata ad allargarsi e un negoziato che, al momento, nessuno sembra davvero in grado — o disposto — a riaprire.
