La presenza in Italia di agenti dell’ICE, la polizia federale statunitense per l’immigrazione, in relazione ai grandi eventi internazionali legati a Milano-Cortina, diventa un nuovo terreno di scontro politico e istituzionale. A sollevare il caso è Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che in una nota accusa il governo di opacità e di una gestione quantomeno ambigua di un tema che tocca direttamente la sovranità dello Stato.
Il punto di partenza, per l’esponente pentastellata, è rappresentato dai fatti emersi nelle ultime ore: una presenza di agenti ICE sul territorio italiano inizialmente smentita dall’esecutivo e successivamente confermata dagli sviluppi operativi. «Ieri il governo negava, oggi gli agenti sono arrivati. È una vicenda gravissima», afferma Appendino, chiamando in causa direttamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «La domanda è semplice: Piantedosi è ancora il responsabile della sicurezza interna della Repubblica italiana o abbiamo deciso di delegarla agli Stati Uniti?».
Sul piano istituzionale, la deputata M5S sottolinea come le risposte fornite finora dall’esecutivo siano rimaste vaghe e prive di elementi sostanziali. Non è stato chiarito, secondo Appendino, il perimetro giuridico della presenza americana, né il quadro delle competenze operative: «Per quale motivo la polizia anti-immigrazione statunitense dovrebbe operare in Italia? Quali sono le regole di ingaggio? Quali i limiti d’azione? O il governo non è in grado di dirlo?».
Interrogativi che, nel ragionamento dell’ex sindaca di Torino, assumono un peso politico preciso perché si inseriscono in una più ampia dinamica di rapporti con Washington. «Dopo aver subito in silenzio la politica dei dazi e aver accettato l’imposizione di una spesa miliardaria in armamenti – osserva – oggi assistiamo a un ulteriore arretramento, che riguarda direttamente la sicurezza interna». Un passaggio che, segna un precedente delicato nella gestione dei poteri dello Stato.
Appendino rivendica inoltre il ruolo delle forze dell’ordine italiane, richiamando un principio di competenza e responsabilità istituzionale: «L’Italia dispone di apparati di sicurezza qualificati e pienamente legittimati. Non esiste alcuna necessità di importare agenti stranieri che rispondono a catene di comando esterne e a logiche che non coincidono con il nostro ordinamento democratico».
Il riferimento è anche simbolico e valoriale. «Non vogliamo agenti incappucciati nelle nostre strade: in una democrazia chi rappresenta lo Stato deve essere riconoscibile, assumersi una responsabilità pubblica e rispondere a regole chiare», afferma la deputata, evocando il modello operativo dell’ICE come un paradigma controverso, segnato – a suo dire – da una «vergognosa scia di sangue».
La conclusione è politica e istituzionale insieme: «Quando uno Stato rinuncia al controllo della propria sicurezza, smette di essere pienamente sovrano e diventa esecutore di decisioni altrui». Una presa di posizione destinata a riaprire il dibattito parlamentare sulla cooperazione con apparati di sicurezza stranieri e sulla trasparenza delle scelte del governo, proprio mentre il Paese si prepara ad affrontare appuntamenti internazionali che richiederebbero, secondo l’opposizione, chiarezza, responsabilità e piena titolarità delle decisioni da parte delle istituzioni italiane.
