8 Luglio 2026, mercoledì
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Amore, proprietà e violenza: perché il matrimonio è destinato a scomparire

Quando il vincolo coniugale diventa terreno di conflitto: fedeltà, possesso e declassificazione del maschio nell’era dell’iperconsumo

PROVOCAZIONE E RIFLESSIONE

A cura di Gilberto Borzini

In Sonata a Kreutzer Tolstoj sembra fare l’occhiolino al marito tradito che, in una lunghissima notte trascorsa in treno, motiva le ragioni del proprio delitto: le più che argomentate giustificazioni di un uxoricidio ai danni di una moglie alla quale aveva dato tutto, comprese le lezioni di musica che finiranno per avviarla al tradimento.

Lo stesso autore, profondamente cristiano ortodosso, racconta la storia di Anna Karenina, che al comprensivo e pazientissimo consorte Karenin fa infine perdere la pazienza a causa della lunga e tormentata passione per il giovane Vronskij.
Karenin non uccide, ma Karenina muore, stritolata dal rimorso e soprattutto da una locomotiva, in un finale nel quale l’ortodosso Tolstoj sembra vedere la mano della Provvidenza e della Coscienza agire in combutta per la Nemesi.

L’uxoricidio, da millenni, si è dimostrato un modo relativamente rapido per risolvere controversie domestiche che, seguendo le procedure legali, sarebbero risultate interminabili, tanto che per decenni la normativa ha finito per agevolare la prassi, stabilendo che il “delitto d’onore” fosse meno delittuoso di altri e, in quanto tale, meno punibile rispetto a qualsiasi altro omicidio.
All’epoca la formula matrimoniale «finché morte non vi separi» veniva presa alla lettera.

Sul concetto di fedeltà

Il matrimonio è un contratto e, come tale, regola diritti, obblighi e doveri tra le parti.
In quanto “contratto”, è un’istituzione che si avvalora davanti a un ufficiale e a testimoni e può essere sciolta solo mediante un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

Il matrimonio nasce come forma normativa tesa ad affermare, costruire, conservare e trasmettere un patrimonio attraverso l’asse ereditario riconosciuto: in passato riservato al primogenito maschio, oggi suddiviso in quote determinate in virtù delle norme vigenti.
In quanto tale, esso afferma anche forme di “proprietà” cogestite, prima fra tutte la potestà sui figli, beneficiari primari dell’asse ereditario, ovvero del patrimonio.

Capisco che leggere il matrimonio nella sua modalità più cinica, quella economica, trascurando elementi aulici come amore e passione possa sembrare riduttivo; tuttavia questa dimensione è essenziale per comprendere lo sviluppo delle dinamiche coniugali.

Il Codice civile prevede ancora, tra gli obblighi matrimoniali, il concetto di fedeltà – necessario a garantire la certezza dell’asse ereditario – così come permane, seppur implicitamente, il concetto morale di “consenso al consumo dei rapporti matrimoniali”. Consenso che, se negato, spingerebbe la ricerca di soddisfazione del desiderio verso un pericoloso altrove, generando peraltro discendenze illegittime comunque tese a rivendicare una quota del patrimonio.

Al centro del contratto matrimoniale si trova dunque l’indissolubilità del patrimonio, non l’amore.

Quando la passione iniziale si trasforma, come inevitabile, in consuetudine, nella società contemporanea non è difficile distrarsi, cercare nuove motivazioni ed esperienze. Contestualmente, cercando altrove la soddisfazione del desiderio, si smette di offrirla al partner, mandando in crisi l’intero castello matrimoniale.
E da qui nascono i pasticci.

Forse si dovrebbe ripensare il matrimonio trasformandolo da contratto a tempo indeterminato in uno a tempo determinato, quadriennale e rinnovabile; oppure eliminare la clausola di fedeltà dagli obblighi coniugali, rendendo la libera scelta della fedeltà elemento fondante del rapporto, anziché un vincolo normativo che finisce per apparire come una catena poco sopportabile.

Ma tutto ciò non basta a spiegare l’aumento della violenza.

Maschio declassificato e ansia da prestazione

È in corso una declassificazione del maschio. Un’operazione brutale nei tempi e nei modi che lo retrocede dal ruolo storico di pater familias a “genitore X”, da portatore esclusivo di risorse a semplice condivisore, da amministratore unico a consigliere nel CDA domestico.
Questo arretramento di potere definisce anche la sua “sostituibilità” qualora non risponda più alle aspettative della coniuge.

Avendo perso centralità e unicità contributiva, il maschio ha perso potere e privilegi, diventando – quando superato nei fatti o nelle capacità – oggetto criticabile e sostituibile.
L’ansia da prestazione maschile, non solo sul piano sessuale ma soprattutto su quello economico e sociale, è per molti divenuta intollerabile.

Abbandono e tradimento

La maggior parte dei casi riportati dall’opinione pubblica riguarda reazioni violente davanti alla prospettiva dell’abbandono, spesso conseguente a un tradimento che apre nuove prospettive a chi lo compie, tradendo quella fedeltà di cui si è detto.

La richiesta di separazione manifesta così, per l’uomo, due elementi concomitanti: un tradimento vissuto più o meno consapevolmente e una retrocessione valoriale percepita come definitiva.
Se il tradimento può talvolta essere sopportato – si pensi a Karenin, marito di Anna Karenina, che lo indossa con eleganza come un palco ornamentale – ben altra cosa è la svalutazione sociale, che per molti risulta inaccettabile.

Nel linguaggio comune si dice “mio marito”, “mia moglie”: quel possessivo porta con sé un peso psichico enorme.
“Mio” e “mia” significano appartenenza, possesso, estensione del sé psicologico che comprende casa, oggetti, affetti. La volontà di separazione priva l’escluso di un’ampia porzione della propria estensione psichica.
Una vera amputazione psicologica, alla quale taluni reagiscono con una violenza fisicamente determinata.

Perché le donne abbandonano?

Oltre il 75% delle separazioni è intentato dalle mogli.
È lecito chiedersi se i mariti diventino improvvisamente inetti, monotoni e difettosi, o se piuttosto siano le mogli a modificare nel tempo aspettative, bisogni e desideri di soddisfazione.

Il matrimonio produce davvero un rimbecillimento maschile di massa o le cause del collasso vanno cercate altrove, nelle crescenti e diversificate aspirazioni femminili?
Esistono certamente casi limite di violenza domestica da cui si fugge per sopravvivere, ma la casistica giudiziaria li indica come minoritari.

Prevalgono invece narrazioni di delusione, in cui il coniuge viene dipinto come un selvaggio, un marajà a capo di un harem, incapace di ascolto e comprensione, brutale nei modi e sottrattore di attenzioni e risorse.
E tali narrazioni trovano spesso magistrati attenti alle ragioni femminili e sordi a quelle maschili, pronti a concedere casa coniugale e assegno di mantenimento, ignorando cause profonde, frustrazioni, isterie verbali domestiche, rifiuti reiterati, insulti gratuiti e mortificanti, talvolta espressi anche in pubblico.

Uxoricidio o femminicidio?

Le parole sono pietre. La sostituzione del termine uxoricidio con femminicidio non descrive più il dramma coniugale, ma introduce una narrazione politica: il maschio come belva patriarcale e la donna come vittima sacrificale.
Così il linguaggio allontana i generi e accresce la conflittualità, anziché cercare integrazione.

In questo lessico si riconosce uno schema politico preciso che mira alla marginalizzazione del maschio adulto, scarso consumatore rispetto a donne e apparato LGBTQ, grandi motori del consumo.
In un’economia in cui solo il consumo legittima l’esistenza sociale, chi consuma meno viene espulso ai margini.

Che fare?

Può sembrare paradossale, ma per ridurre gli uxoricidi l’unica soluzione è eliminare il matrimonio; e per ridurre la violenza di genere, abbattere il valore sociale e psicologico della relazione affettiva.

Nelle società degli scimpanzé, gerarchiche e competitive, la violenza è endemica; in quelle dei bonobo, dove la sessualità è libera e non proprietaria, è praticamente assente.
Forse dovremmo imparare dal mondo animale.

Rileggendo Bauman e la sua modernità liquida, la società sembra avviarsi verso un modello non gerarchico, fluido, poliamoroso, privo di fondamenti proprietari, fondato sulla transitorietà delle relazioni.
Potrebbe essere davvero una “bella, nuova società”?

La Società Ludica

È la Società Ludica, erede della modernità liquida baumaniana, descritta nel saggio Società e Sessualità.
Una società in cui produzione e servizi sono affidati alle macchine e all’Intelligenza Artificiale e che si regge sull’iperconsumo necessario a mantenere il sistema economico.

In questo modello ogni ostacolo al consumo viene rimosso e si promuovono stili di vita ad alto tasso emozionale e di spesa: turismo di massa, fast fashion, gaming, social scrolling compulsivo, sessualità polimorfa.
In tale contesto, il modello familiare e coniugale tradizionale diventa antitetico e destinato all’estinzione.

Il matrimonio, come base della famiglia nucleare, è destinato a scomparire.

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