La memoria non è una fotografia che scolorisce con il tempo, né una liturgia da calendario da celebrare una volta l’anno. È una luce accesa nel buio: rischiara gli angoli, riduce la paura, permette di orientarsi quando la storia torna a farsi labirinto. Oggi, Giorno della Memoria, quella luce illumina la frattura più profonda dell’umanità contemporanea: la Shoah, il male assoluto.
Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Dachau, Belzec. Nomi che non sono solo luoghi, ma ferite aperte. La “soluzione finale” non fu un’astrazione, bensì un sistema industriale di annientamento che travolse sei milioni di ebrei e, insieme a loro, sinti e rom, omosessuali, dissidenti politici, resistenti, donne e uomini colpevoli soltanto di esistere fuori dal perimetro imposto dal nazi-fascismo. Un male che generava altro male: fame, ricatto, delazione, violenza normalizzata, indifferenza resa abitudine.
Eppure, a tenere insieme i frammenti della storia, a ricordarci che Caino non può vincere per sempre su Abele, sono stati e sono i sopravvissuti. Edith Bruck, Sami Modiano, Liliana Segre: testimoni diventati maestri. Con la voce, fragile e potentissima insieme, ci porgono un filo per uscire dal labirinto. Un filo di responsabilità, più che di consolazione. E ne abbiamo un bisogno disperato in questo tempo spezzato, in cui guerre, disuguaglianze, uso della tecnica per piegare le coscienze, rimettono in discussione il valore stesso della vita, dei diritti umani, della libertà dei popoli, delle donne e dei bambini.
Per questo la Giornata della Memoria non può esaurirsi nella commozione o nella gratitudine, per quanto sincere. Deve interrogare il presente. Ci siamo mobilitati per il pogrom del 7 ottobre, per l’Ucraina aggredita, per il genocidio a Gaza, per le ragazze afghane private del futuro, per le stragi dimenticate in Sudan. Continueremo a farlo, abbracciando il grido delle donne iraniane: “Donna, vita, libertà”. Ma anche Minneapolis, con l’uccisione di George Floyd, ha incrinato simbolicamente l’Occidente, mostrando quanto fragile sia la linea che separa lo Stato di diritto dall’abuso di potere.
In questo quadro, non può passare sotto silenzio il tentativo, più o meno esplicito, dell’attuale esecutivo di minimizzare la storia, di svuotarla di significato, di rilegittimare in punta di piedi il fascismo. Un’operazione che contraddice lo spirito e la lettera della Costituzione italiana, nata dalla Resistenza e dal rifiuto radicale di ogni totalitarismo. La memoria non è neutra: o difende la democrazia, o viene piegata per indebolirla. Per questo non c’è spazio per l’indulgenza verso chi tollera o protegge violenze e nostalgie autoritarie, né per chi vorrebbe normalizzare ciò che la storia ha già condannato.
Lo ha ricordato con parole nette Chiara Appendino: «La Giornata della Memoria non è un rito da calendario, è una responsabilità che ci riguarda. Ricordare significa riconoscere dove porta l’odio quando diventa sistema e divide il mondo tra “noi” e “loro”. La memoria serve se ci aiuta a scegliere di stare dalla parte dei diritti e della dignità umana. Sempre». Perché l’orrore non esplode all’improvviso: cresce nel silenzio, nell’assuefazione, nella banalizzazione del male.
Oggi, 27 gennaio, la memoria illumina la storia e scalda ciò che ancora chiamiamo utopia: un’alleanza per l’umanità. Non un’illusione ingenua, ma una scelta quotidiana. Ricordare la Shoah non è un atto politico, è un atto umano. E forse è proprio questo il suo insegnamento più radicale: la memoria vale solo se diventa coscienza, e la coscienza, senza azione, resta incompiuta.
