Le proteste in Iran entrano in una fase di ulteriore escalation. A Teheran migliaia di manifestanti sono tornati a riversarsi nelle strade nonostante il blackout di Internet imposto dalle autorità, un tentativo evidente di limitare la circolazione di immagini, informazioni e coordinamento tra i dimostranti. La capitale resta il cuore simbolico della mobilitazione, ma il prezzo più alto, in termini di vite umane, si sta pagando lontano dai riflettori.
Secondo quanto riferisce la Human Rights Activists News Agency (Hrana), agenzia statunitense che monitora le violazioni dei diritti umani nel Paese, il bilancio delle vittime legate alle proteste è salito ad almeno 65 morti. La maggior parte dei decessi non si è verificata a Teheran, bensì nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars, segno di una repressione particolarmente dura nelle aree periferiche della Repubblica islamica.
Parallelamente cresce il numero degli arresti. Hrana riferisce che le forze di sicurezza hanno fermato almeno 2.311 persone, nel tentativo di soffocare un movimento che, anziché affievolirsi, sembra estendersi a macchia d’olio nelle principali città iraniane. Le testimonianze raccolte parlano di interventi violenti, cariche e arresti indiscriminati, mentre il controllo sull’informazione resta una delle armi principali utilizzate dal potere.
Con le comunicazioni limitate e il bilancio umano in aumento, la crisi iraniana appare sempre più profonda: una sfida aperta tra una popolazione in rivolta e uno Stato deciso a mantenere l’ordine con ogni mezzo.
