A cura di Daniele Cappa
È morto di paura. Il cuore non ha retto ai boati esplosi a pochi passi dal canile rifugio del Comune di Firenze. Nero, cane di circa dodici anni recuperato dalla strada e ospite da tempo della struttura comunale “Il Parco degli Animali”, è l’ennesima vittima silenziosa di una pratica tanto diffusa quanto sottovalutata: l’esplosione incontrollata di botti e petardi, anche in contesti dove dovrebbero essere rigidamente vietati.
A rendere nota la vicenda è stato lo stesso canile, sede anche dell’Ufficio per i Diritti degli Animali, con un post pubblicato su Facebook che non nasconde dolore e rabbia. «Siamo devastati – scrivono gli operatori –. Nel tardo pomeriggio di domenica sono state esplose nei dintorni del nostro canile delle vere e proprie bombe. Nero era da sempre terrorizzato dai tuoni, dai boati, dagli scoppi. Il suo cuore non ha retto allo spavento». Il cane è stato trovato senza vita nel suo box il lunedì mattina, al rientro del personale.
Una morte che non può essere liquidata come una tragica fatalità. Nero non è morto “per caso”, ma come conseguenza diretta di comportamenti reiterati, tollerati e raramente sanzionati. Firenze, come molte altre città italiane, è attraversata da un groviglio di delibere comunali, ordinanze temporanee e richiami al buon senso che, sulla carta, limitano o vietano l’uso di fuochi d’artificio e botti. Nella pratica, però, il quadro è contraddittorio: norme che si sovrappongono, controlli sporadici, responsabilità frammentate tra uffici e forze di vigilanza, con il risultato di rendere i divieti poco credibili e facilmente eludibili.
Questa ambiguità normativa alimenta una convinzione diffusa: quella dell’impunità. Chi fa esplodere petardi nei quartieri, nei parchi o addirittura in prossimità di strutture sensibili come canili e rifugi per animali, si sente al riparo da conseguenze. Una percezione che, negli anni, ha contribuito a radicare una vera e propria forma mentis collettiva, difficile da scardinare, in cui il divertimento di pochi prevale sul benessere di molti — umani e non.
A ciò si aggiunge un’ignoranza ancora largamente diffusa sugli effetti devastanti dei botti sugli animali da affezione e sulla fauna selvatica. Non si tratta solo di spavento: per cani e gatti i rumori improvvisi possono provocare tachicardia, crisi respiratorie, fughe incontrollate, incidenti stradali e, nei casi più gravi, come quello di Nero, arresti cardiaci fatali. Per gli animali selvatici, l’impatto è altrettanto drammatico: disorientamento, abbandono dei nidi, collisioni, morte.
La scomparsa di Nero diventa così il simbolo di una responsabilità collettiva mancata. Un monito che chiama in causa istituzioni, amministrazioni e cittadini. Perché senza regole chiare, applicate con coerenza e accompagnate da una reale opera di informazione e sensibilizzazione, il divieto resta solo un atto formale. E le vittime continuano a non avere voce.
Nero non farà notizia a lungo. Ma la sua morte pone una domanda che non può più essere ignorata: quanto ancora dovranno pagare gli animali il prezzo dell’indifferenza e dell’assenza di controlli e di educazione?
