8 Marzo 2026, domenica
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L’Italia in corteo: la sfida di Landini al governo e la spinta del Paese reale per cambiare rotta

Dallo sciopero generale convocato dalla Cgil emergono una partecipazione imponente e una frattura politica che si allarga. A Firenze il cuore della mobilitazione: Landini guida il corteo e accusa l’esecutivo di ignorare il disagio sociale. La maggioranza respinge le critiche e parla di isolamento sindacale.

A Firenze, nel giorno dello sciopero generale proclamato dalla Cgil contro la legge di bilancio, lo sguardo del Paese sembra convergere su piazza Santa Maria Novella. Da lì prende avvio un corteo che, nella folta rappresentanza di lavoratori, pensionati, studenti e cittadini comuni, vuole restituire una fotografia nitida del clima sociale italiano. Secondo il sindacato, oltre mezzo milione di persone ha animato le più di cinquanta manifestazioni organizzate in tutta Italia; a Firenze se ne contano circa centomila, una fiumana che attraversa il centro storico fino a piazza del Carmine, dove Maurizio Landini chiuderà la giornata con un comizio molto atteso.

Il segretario generale della Cgil cammina in testa al corteo. Parla di un Paese stanco, di salari consumati dall’inflazione, di famiglie in affanno. Ai microfoni dichiara che la piazza non chiede visibilità, ma cambiamenti concreti: modifiche alle politiche economiche, maggiori investimenti sul lavoro, una fiscalità più equa. È, dice, il grido del Paese reale. Quello che non si riconosce nelle scelte dell’esecutivo e che, secondo Landini, oggi mostra di rappresentare la vera maggioranza sociale.

Il colpo d’occhio della partenza è eloquente. Ad aprire la lunga marcia una banda musicale, poi lo striscione della Cgil Toscana sorretto dal segretario regionale Rossano Rossi e da quello fiorentino Bernardo Marasco. Accanto ai sindacalisti sfilano esponenti della politica locale come il segretario regionale del Partito Democratico Emiliano Fossi e la sindaca di Firenze Sara Funaro. Tra le bandiere rosse del sindacato si mescolano quelle della pace e quelle palestinesi, un mosaico che testimonia come il malcontento sociale si intrecci, sempre più spesso, con istanze civili e internazionali.

Per la Cgil l’adesione media nazionale allo sciopero si attesta intorno al 68 per cento: numeri consistenti, che il sindacato utilizza per rivendicare la legittimità della protesta. La nota diffusa nel pomeriggio parla di una partecipazione diffusa e trasversale, un arco che va dai lavoratori dei servizi pubblici a quelli del settore privato, fino ai pensionati che, più di altri, si sentono penalizzati dalla manovra.

Quando Landini prende la parola dal palco allestito in piazza del Carmine, il tono è quello di una sfida aperta. Attacca l’impostazione della legge di bilancio, giudicata ingiusta perché, a suo dire, continua a pesare sui redditi medio-bassi senza intervenire su profitti e grandi patrimoni. Denuncia una “logica folle” che spinge gli Stati a incrementare la spesa militare mentre taglia risorse a welfare, servizi e politiche per il lavoro. E insiste: il lavoro deve essere un luogo di diritti, non di sfruttamento. Il messaggio è chiaro: lo sciopero non è un punto d’arrivo, ma l’inizio di una mobilitazione destinata a proseguire.

La maggioranza di governo reagisce con durezza. Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, parla di un risultato che dimostrerebbe l’isolamento della Cgil. Per la deputata, scioperare in un momento in cui l’occupazione registra livelli molto alti è difficile da comprendere. Rivendica inoltre le misure contenute nella manovra, dai fondi stanziati per adeguare le pensioni alle politiche per i giovani, sottolineando un aumento delle risorse rispetto agli anni precedenti. E attribuisce ai governi passati, in particolare al Pd e al M5S, la responsabilità del debito prodotto dal superbonus.

La contrapposizione politica si fa evidente quando Montaruli accusa l’opposizione di inseguire se stessa più che le questioni del Paese, mentre il governo – sostiene – concentrerebbe i propri sforzi nell’alleggerire famiglie e imprese con i risparmi generati dal decreto energia. È uno scambio a distanza che lascia intuire quanto la manovra economica sia diventata terreno di scontro identitario prima ancora che tecnico.

La giornata di protesta si chiude con un bilancio di grandi numeri e di grandi distanze. Da un lato il sindacato e la sua piazza, convinti di rappresentare la voce di un’Italia che fatica a vedere una prospettiva. Dall’altro il governo, che respinge le accuse e rivendica la solidità delle proprie scelte economiche. Tra questi due poli, un Paese che continua a misurarsi con la complessità del presente, sospeso tra rivendicazioni sociali, narrazioni politiche e la ricerca di un equilibrio che sembra sempre più difficile da raggiungere.

Lo sciopero generale, oggi, non è soltanto una mobilitazione: è la fotografia di una frattura profonda. E racconta di un’Italia che, al di là delle appartenenze politiche, continua a cercare risposte all’altezza degli interrogativi che l’attraversano.

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