29 Giugno 2026, lunedì
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Narges Mohammadi di nuovo in manette: la Nobel per la Pace arrestata a Mashhad durante una commemorazione

La 53enne attivista iraniana, in congedo sanitario dal carcere di Evin e già condannata a oltre tredici anni di detenzione, è stata fermata insieme ad altri difensori dei diritti umani mentre partecipava al rito funebre per l’avvocato Khosrow Alikordi. Crescono i timori per la sua sicurezza in un Paese dove la repressione civile non conosce tregua.

La mano della repressione si è chiusa ancora una volta su Narges Mohammadi. La vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2023, figura simbolo della battaglia per i diritti civili in Iran, è stata arrestata a Mashhad nel corso di una cerimonia commemorativa in onore dell’avvocato per i diritti umani Khosrow Alikordi, morto di recente in circostanze che hanno scosso l’opinione pubblica nazionale. A darne notizia sono organizzazioni locali per i diritti umani, citate da Iran International.

Mohammadi, 53 anni, sta scontando una condanna complessiva a 13 anni e nove mesi per presunte violazioni della sicurezza nazionale. Da mesi era in congedo sanitario dal famigerato carcere di Evin, a Teheran, dove aveva più volte denunciato condizioni di detenzione durissime. Aveva anche dichiarato, senza mezzi termini, che non sarebbe rientrata volontariamente in prigione: un gesto consapevole di disobbedienza civile che aveva posto la sua figura al centro di un confronto aperto con le autorità della Repubblica islamica.

Secondo la Fondazione Narges Mohammadi, l’arresto è avvenuto mentre l’attivista partecipava alla cerimonia del settimo giorno di lutto per Alikordi, appuntamento tradizionale nel calendario funerario iraniano e occasione che ha visto riunirsi numerosi esponenti della società civile. Le forze di sicurezza e la polizia sono intervenute direttamente durante l’evento, fermando – oltre a Mohammadi – anche attivisti di primo piano come Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi, Alieh Motalebzadeh e altri ancora. Una retata mirata, eseguita in un contesto pubblico e altamente simbolico.

Non è la prima volta che Mohammadi denuncia di essere oggetto di pressioni e minacce. Ad agosto, in un’intervista alla rivista tedesca Der Spiegel, aveva raccontato che agenti dell’intelligence le avevano rivolto minacce di morte, esplicite e indirette. Una situazione definita allora “gravissima” anche dal presidente del Comitato norvegese per il Nobel, che aveva parlato di rischio concreto per la sua incolumità fisica.

Negli ultimi mesi l’attivista aveva inoltre accusato le autorità iraniane di aver intensificato la stretta sulla società civile dopo il cessate il fuoco di giugno con Israele, sostenendo che arresti, intimidazioni e procedimenti giudiziari contro giornalisti, difensori dei diritti umani e critici del governo fossero aumentati in modo significativo.

Le organizzazioni internazionali per i diritti umani confermano da tempo la gravità del quadro in Iran, che continua a essere considerato uno dei Paesi più ostili alla libertà di espressione e alle attività civiche indipendenti. Detenzioni arbitrarie, processi lampo e condanne severe restano strumenti ricorrenti nelle mani dello Stato.

L’arresto di Narges Mohammadi, figura divenuta simbolo globale della resistenza pacifica, segna un nuovo capitolo di tensione in un contesto già segnato da repressioni sistematiche. E rilancia l’allarme internazionale sulla sorte di una donna che, nonostante condanne, minacce e isolamento, non ha mai smesso di sfidare apertamente la macchina del controllo statale.

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