3 Luglio 2026, venerdì
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Giustizia dopo ottantun anni: il Tribunale di Trieste riconosce il massacro della Valle del But come crimine contro l’umanità

Ai familiari di quattordici vittime dell’eccidio nazifascista del 21 luglio 1944 assegnato un risarcimento complessivo di 2,8 milioni di euro. Una sentenza che riporta alla luce uno dei capitoli più bui della guerra in Carnia.

Fu una mattina d’estate, il 21 luglio 1944, quando la Valle del But, nel cuore della Carnia, venne inghiottita da una violenza cieca e sistematica. Cinquantadue persone furono rastrellate, fucilate senza processo e infine gettate nel torrente che attraversa quella valle alpina. Un massacro consumato in poche ore dai reparti nazifascisti in risposta alle attività partigiane nella zona: un episodio a lungo ricordato dalle comunità locali come una ferita mai rimarginata e rimasto però per decenni ai margini della giustizia.

Ottantun anni dopo, una sentenza contribuisce a restituire almeno una parte di ciò che fu negato per generazioni. Il Tribunale di Trieste ha riconosciuto il carattere di crimine di guerra e contro l’umanità dell’eccidio, stabilendo per i familiari e gli eredi di quattordici vittime un risarcimento totale pari a 2,8 milioni di euro. Una decisione che non cancella l’orrore né colma il vuoto lasciato da quelle vite spezzate, ma che segna un punto fermo nella ricostruzione giudiziaria e morale di quella tragedia.

La pronuncia è frutto di un percorso lungo e complesso, alimentato dalla determinazione dei discendenti delle vittime e sostenuto dal lavoro di storici e giuristi che negli ultimi anni hanno riportato all’attenzione pubblica i numerosi eccidi avvenuti tra il Friuli e il Veneto negli ultimi mesi della guerra. Nel caso della Valle del But, le testimonianze raccolte nel dopoguerra e i documenti militari ritrovati negli archivi hanno consentito di ricostruire con precisione la dinamica della rappresaglia, il coinvolgimento diretto delle truppe tedesche e la collaborazione dei reparti fascisti locali.

Il Tribunale ha riconosciuto non solo l’efferatezza della strage, ma la sua natura sistematica e intenzionale, elementi che configurano i presupposti dei crimini contro l’umanità. Un passaggio che restituisce alla vicenda la sua reale dimensione storica: non un episodio isolato, ma parte di una strategia di terrore volta a colpire la popolazione civile per fiaccare la Resistenza.

Per i familiari, molti dei quali non hanno mai conosciuto i loro parenti se non attraverso fotografie sbiadite o ricordi tramandati, la decisione rappresenta un riconoscimento atteso e a lungo negato. È anche l’occasione per rilanciare un dibattito mai sopito sul rapporto tra memoria, giustizia e responsabilità, soprattutto in un territorio che ha pagato un prezzo altissimo durante l’occupazione nazifascista.

Il risarcimento stabilito dal Tribunale non pretende di chiudere una storia che appartiene alla comunità molto più che alle aule giudiziarie. Ma apre uno spazio nuovo: quello della giustizia possibile, anche a distanza di generazioni. Un gesto che, pur tardivo, contribuisce a restituire dignità alle vittime e a riaffermare un principio essenziale del diritto e della memoria collettiva: i crimini contro l’umanità non si cancellano con il tempo, e il dovere di riconoscerli non conosce prescrizione.

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