L’Europa parla chiaro, ma Roma resta in silenzio. La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, che conferma la direttiva sull’obbligo per gli Stati membri di garantire un salario minimo adeguato, è un segnale potente in favore della giustizia sociale. Tuttavia, mentre Bruxelles rilancia il principio di un’equa retribuzione come fondamento del modello sociale europeo, il governo Meloni continua a non muovere un passo.
A dirlo con forza è Alessandro Zan, deputato del Partito Democratico, che commenta così la pronuncia della Corte: “La sentenza lancia un messaggio inequivocabile: ogni lavoratrice e ogni lavoratore ha diritto a un salario dignitoso. Mentre l’Europa avanza, il governo italiano resta immobile, ostaggio di pregiudizi e interessi di parte”.
Zan ricorda come il tema non riguardi più una minoranza, ma una vera emergenza sociale: in Italia oltre quattro milioni di persone vivono in condizione di povertà pur avendo un lavoro. “Rifiutarsi di introdurre un salario minimo non significa difendere la libertà d’impresa, ma i privilegi. Meloni può ripetere tutti gli slogan che vuole – afferma il deputato dem – ma chi si oppone a un salario dignitoso si schiera contro la dignità stessa del lavoro”.
La posizione del Partito Democratico si inserisce in un dibattito che attraversa ormai tutta l’Unione. Dopo l’approvazione della direttiva europea, la gran parte dei Paesi membri ha avviato percorsi legislativi o rafforzato la contrattazione collettiva per garantire un livello minimo di tutela. L’Italia, invece, resta tra gli ultimi grandi Paesi a non avere una norma sul salario minimo, nonostante i ripetuti appelli delle istituzioni europee e delle forze sindacali.
Ma le critiche del PD al governo non si fermano al tema del lavoro. Sul fronte economico-industriale, è Antonio Misiani, responsabile economia del partito, a puntare il dito contro il ministro delle Imprese Adolfo Urso e il piano “Transizione 5.0”. “Il trionfalismo del ministro è surreale – attacca Misiani –. Parliamo di un piano gestito in modo pasticciato e contraddittorio, che riflette tutta l’approssimazione con cui l’esecutivo affronta la politica industriale”.
L’ex viceministro dell’Economia ricostruisce una sequenza di errori: “Transizione 5.0 era nato con obiettivi giusti – favorire la digitalizzazione e la decarbonizzazione delle imprese – ma è stato reso operativo con mesi di ritardo e con regole talmente complicate da paralizzarne l’avvio. Solo dopo la semplificazione le domande hanno cominciato a crescere, ma ormai era tardi: la scadenza del PNRR era alle porte e il definanziamento della misura inevitabile”.
Il caos, secondo Misiani, è proseguito con la sospensione improvvisa delle domande, seguita da una riapertura decisa senza pianificazione. “Ora, con le risorse di Transizione 5.0 spostate altrove, serviranno centinaia di milioni di euro aggiuntivi per coprire le richieste rimaste sospese. Altro che successo: è il manifesto dell’improvvisazione”.
Per il PD, la lezione è chiara: servono politiche economiche stabili e lungimiranti, non annunci e correzioni continue. “L’Italia – conclude Misiani – ha bisogno di una strategia industriale seria, fondata su risorse certe e tempi chiari. Solo così si può accompagnare davvero la trasformazione del Paese”.
Sul lavoro come sull’impresa, insomma, il partito di Elly Schlein denuncia un doppio immobilismo del governo: quello ideologico, che tiene lontano il salario minimo, e quello gestionale, che frena la modernizzazione del sistema produttivo. Due facce della stessa medaglia, quella di un’Italia che rischia di restare indietro mentre l’Europa corre.
