26 Luglio 2026, domenica
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Ex Ilva, il piano per la de-carbonizzazione rallenta: fino a dicembre 5.700 dipendenti in cassa integrazione

Al tavolo con i sindacati, il ministro Adolfo Urso annuncia l’estensione della Cigs e conferma che dal 1° gennaio saranno 6.000 i lavoratori coinvolti. Le parti sociali denunciano una crisi senza precedenti e chiedono un intervento deciso dello Stato.

La transizione verde dell’ex Ilva di Taranto, simbolo di un’Italia industriale che cerca di reinventarsi, procede tra promesse di rilancio e una realtà sempre più difficile per migliaia di lavoratori. Al termine del tavolo con i sindacati, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato che “fino a fine dicembre il ricorso alla cassa integrazione guadagni straordinaria sarà esteso da 4.550 a circa 5.700 unità, con integrazione del reddito”.

Una misura temporanea, legata alla rimodulazione delle attività produttive in vista dei lavori necessari alla de-carbonizzazione dello stabilimento, ma che fotografa una situazione di crescente fragilità. “Dal 1° gennaio – ha spiegato Urso – il fermo degli impianti per l’avvio dei cantieri di riconversione comporterà il ricorso alla Cigs per circa 6.000 lavoratori”.

Secondo i dati forniti dalle organizzazioni sindacali, lo stabilimento di Taranto conta attualmente 7.938 dipendenti: 5.371 operai, 1.704 quadri e 863 equiparati. Numeri che rendono evidente la portata dell’impatto sociale della crisi, con quasi tre quarti della forza lavoro destinata, a breve, a un periodo di sospensione forzata.

Il quadro, del resto, è drammatico. “Oggi abbiamo un solo altoforno operativo. La situazione è molto critica per noi”, ha denunciato il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, prima dell’incontro con il governo. “Non vediamo un piano industriale e ci attendiamo che ci venga spiegato. Non c’è un piano di ripartenza: serve chiarezza e serve un ruolo forte dello Stato”.

Uliano ha ribadito che la de-carbonizzazione, obiettivo dichiarato e condiviso, non può essere perseguita senza una strategia di rilancio produttivo e senza risorse certe. “Per dare concretezza a un piano industriale che parli davvero di rilancio e di transizione ecologica, è necessario che lo Stato sia protagonista, insieme ai partner privati. Ma oggi la situazione sta peggiorando di settimana in settimana. A fine anno – ha avvertito – le risorse finanziarie per alimentare gli impianti rischiano di esaurirsi. Aspettiamo risposte dal governo, poi valuteremo le nostre azioni”.

Il ministro Urso ha confermato l’impegno dell’esecutivo nel sostenere la riconversione dello stabilimento, che rientra nel più ampio piano nazionale di de-carbonizzazione dell’industria pesante. Tuttavia, le incertezze restano. I tempi per la piena riattivazione degli impianti dipenderanno dall’avanzamento dei lavori e dall’effettiva disponibilità dei fondi, mentre i sindacati chiedono garanzie concrete non solo per l’occupazione, ma anche per la continuità produttiva.

La vertenza dell’ex Ilva, oggi sotto il controllo pubblico tramite Acciaierie d’Italia, resta così un banco di prova cruciale per la politica industriale italiana. Da un lato la necessità di ridurre le emissioni e adeguarsi ai parametri europei; dall’altro la sopravvivenza di migliaia di famiglie e di un intero territorio che da decenni vive di acciaio.

A Taranto, il futuro si gioca tra la speranza di un nuovo modello produttivo sostenibile e la paura di un lento declino. La de-carbonizzazione è l’obiettivo, ma per i lavoratori il presente resta una cassa integrazione che si allunga di mese in mese, in attesa che il “piano verde” diventi finalmente realtà.

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