1 Aprile 2026, mercoledì
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Tensione a Gaza, Hamas annuncia la restituzione del corpo del tenente Goldin: “Ma i nostri miliziani non si arrenderanno”

L’ala militare del movimento islamista fa sapere che il corpo dell’ufficiale israeliano Hadar Goldin, ucciso nel 2014, sarà consegnato oggi a Israele. Dietro il gesto, secondo fonti locali, una complessa trattativa che riguarda i combattenti ancora intrappolati nei tunnel di Rafah.

Dalla Striscia di Gaza arriva un annuncio che riapre una ferita mai rimarginata nella memoria israeliana. Hamas ha comunicato che oggi, alle 14 ora locale (le 13 in Italia), consegnerà alle autorità israeliane il corpo di Hadar Goldin, il tenente dell’esercito israeliano ucciso durante la guerra del 2014. Lo riferiscono i principali media israeliani, citando fonti interne al movimento islamista.

Il gesto, altamente simbolico e dal forte valore politico, arriva in un momento di rinnovata tensione, mentre a Rafah – nel sud della Striscia – si consuma un drammatico stallo. Lì, circa 150 miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam, ala militare di Hamas, risultano ancora bloccati in una rete di tunnel ora sotto il controllo delle forze israeliane.

La dichiarazione delle Brigate al-Qassam: “Mai resa al nemico”

In un messaggio diffuso attraverso i media locali e ripreso dal Times of Israel, le Brigate al-Qassam hanno ribadito la loro posizione: “Nel nostro lessico non esiste il principio della resa o della consegna al nemico. I mediatori devono trovare una soluzione che garantisca la continuazione del cessate il fuoco”.

Parole che suonano come una sfida, ma anche come un messaggio indirizzato indirettamente ai negoziatori internazionali impegnati a mantenere viva la fragile tregua. Secondo fonti vicine al dossier, il ritardo nella restituzione del corpo di Goldin sarebbe legato proprio alle trattative per ottenere il passaggio in sicurezza dei miliziani intrappolati verso aree della Striscia non presidiate dall’esercito israeliano.

Un corpo simbolo di una guerra mai davvero finita

Hadar Goldin, tenente dell’Idf e membro di una famiglia molto conosciuta in Israele, era rimasto ucciso durante uno degli scontri più duri della guerra del 2014, nel quartiere di Rafah. Il suo corpo non era mai stato restituito, diventando negli anni uno dei simboli del dolore collettivo israeliano e del tema irrisolto dei dispersi di guerra.

Il recupero, annunciato da Hamas come avvenuto ieri, è un gesto che potrebbe teoricamente aprire a una finestra di dialogo, ma che nella pratica rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro diplomatico. Da parte israeliana, il Ministero della Difesa non ha ancora confermato ufficialmente l’avvenuta consegna, mantenendo il massimo riserbo fino al verificarsi del fatto.

Tra politica e strategia: il peso di Rafah

Rafah, oggi epicentro della tensione, resta una delle aree più sensibili della Striscia. Qui l’esercito israeliano ha concentrato la sua pressione militare nelle ultime settimane, mirando a smantellare le ultime infrastrutture sotterranee di Hamas. Proprio in questa zona, secondo le ricostruzioni, si troverebbero i tunnel dove i miliziani del movimento islamista sono rimasti intrappolati, isolati dalle vie di fuga e circondati dalle forze dell’Idf.

Il controllo dei tunnel è una delle priorità strategiche di Israele: non solo per impedire nuovi attacchi, ma anche per tagliare i canali logistici che alimentano l’organizzazione armata. Hamas, invece, vede in questi cunicoli l’ultima linea di resistenza e un elemento di forza nella negoziazione politica.

Il fragile equilibrio del cessate il fuoco

Mentre le trattative sotterranee – politiche e letterali – proseguono, resta sospeso anche il destino del cessate il fuoco. Le Brigate al-Qassam hanno legato la restituzione del corpo e la sorte dei miliziani a una condizione chiara: la continuità della tregua. Un modo per tenere aperto il canale del negoziato e, allo stesso tempo, rivendicare il controllo sulla propria narrativa.

Per Israele, invece, il gesto potrebbe rappresentare un banco di prova sulla reale volontà di Hamas di mantenere il dialogo. Ogni sviluppo sarà valutato con cautela, anche alla luce del valore che la società israeliana attribuisce al recupero dei propri soldati caduti, considerato un dovere nazionale e morale.

Un gesto tra diplomazia e propaganda

La promessa di Hamas di restituire il corpo di Goldin non è solo un atto umanitario: è anche una mossa di grande peso politico, capace di influenzare i fragili equilibri del conflitto. Restituire un corpo significa riaprire un canale di contatto, ma anche dimostrare di avere ancora potere contrattuale sul terreno.

Dietro la dichiarazione ufficiale si muove infatti un negoziato complesso, in cui ogni azione – dal rilascio di un corpo al passaggio di un convoglio – diventa parte di un linguaggio diplomatico tradotto in termini di forza e controllo.

A Gaza il silenzio è teso. Mentre le autorità israeliane attendono la conferma della consegna, i mediatori internazionali – tra cui Egitto e Qatar – cercano di evitare che la situazione degeneri. Oggi, quando l’orologio segnerà le 14, gli occhi del Medio Oriente saranno puntati sul confine di Rafah: lì dove la guerra, la politica e la memoria di un soldato caduto si intrecciano in una delle pagine più complesse del conflitto israelo-palestinese.

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