29 Giugno 2026, lunedì
HomeItaliaPoliticaIl caso Almasri scuote la politica italiana: la Libia arresta l’uomo rimpatriato...

Il caso Almasri scuote la politica italiana: la Libia arresta l’uomo rimpatriato dal governo Meloni nonostante il mandato internazionale

Tripoli ferma Almasri per torture e omicidio. L’esponente del Pd Alessandro Zan attacca l’esecutivo: “Il governo che rimpatria un ricercato e ora prende lezioni di giustizia dalla Libia. Serve assumersi le proprie responsabilità.”

La notizia dell’arresto in Libia di Almasri, accusato di torture e omicidio, ha riaperto un caso che tocca direttamente la politica italiana e le sue relazioni internazionali. L’uomo, rimpatriato a Tripoli lo scorso gennaio con un volo di Stato su decisione del governo guidato da Giorgia Meloni, era destinatario di un mandato di cattura emesso dalla Corte penale internazionale. Una scelta che all’epoca aveva sollevato polemiche e interrogativi sulla linea dell’esecutivo in materia di diritti umani e cooperazione giudiziaria.

Ora, a distanza di mesi, la vicenda torna a infiammare il dibattito. Le autorità libiche hanno infatti arrestato Almasri con accuse gravissime, parlando apertamente di responsabilità dirette in episodi di tortura e omicidio. Un paradosso che non è passato inosservato sul fronte politico italiano, dove l’opposizione ha colto l’occasione per denunciare quella che considera una ferita aperta nella credibilità internazionale del Paese.

“Lo stesso uomo che il governo Meloni ha rimpatriato ignorando il mandato della Corte penale internazionale è stato ora arrestato in Libia per crimini atroci. Il governo italiano che prende lezioni di giustizia dalla Libia: che vergogna”, ha dichiarato Alessandro Zan, membro della segreteria nazionale del Partito Democratico ed eurodeputato. Le sue parole sono un atto d’accusa diretto contro Palazzo Chigi e i ministri coinvolti nella decisione di gennaio. “Invece di accanirsi per difendere l’indifendibile, si fermino e si assumano le loro responsabilità”, ha aggiunto Zan.

Il caso Almasri era esploso quando l’Italia aveva disposto il rimpatrio dell’uomo verso la Libia, nonostante le richieste di sospensione avanzate da organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani. Secondo queste ultime, l’uomo rischiava torture o trattamenti disumani una volta rientrato nel suo Paese d’origine. La scelta del governo di procedere comunque con l’espulsione era stata giustificata come atto dovuto in materia di sicurezza nazionale, ma aveva alimentato forti tensioni diplomatiche e accuse di violazione del diritto internazionale.

L’arresto di Almasri da parte delle stesse autorità libiche oggi ribalta i ruoli e rilancia interrogativi politici e morali. Se la Libia, Paese spesso criticato per le sue violazioni dei diritti fondamentali, ha ritenuto di doverlo fermare e incriminare per crimini gravi, che cosa significa questo per l’Italia che, pochi mesi prima, aveva scelto di rimandarlo indietro ignorando un mandato della giustizia internazionale?

Le opposizioni chiedono ora chiarezza, mentre dal governo non sono ancora arrivate reazioni ufficiali. Sullo sfondo, resta la questione più ampia del rapporto tra la politica migratoria italiana e il rispetto delle norme internazionali. Il caso Almasri rischia di diventare un simbolo scomodo di una gestione che, tra sicurezza e diritti, continua a camminare su un equilibrio fragile.

In un momento in cui Roma punta a rafforzare la propria immagine sullo scenario internazionale, la vicenda apre una ferita profonda nella narrazione di un Paese che vuole presentarsi come garante di legalità e rispetto delle regole. E mentre la giustizia libica prende in mano un caso che l’Italia aveva liquidato con un rimpatrio contestato, resta la domanda che attraversa oggi il dibattito politico: chi, davvero, ha sbagliato?

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti