16 Agosto 2026, domenica
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Medio Oriente, il fronte si allarga: l’Iran mette una taglia sui soldati Usa. Il Papa: «Fermare le violenze in Cisgiordania»

Teheran annuncia una ricompensa di 30mila dollari per chi catturerà o ucciderà un militare americano, mentre Axios racconta di un tentativo riservato di Washington di aprire un canale diretto con i Pasdaran. In Terra Santa, l’appello di Leone XIV per la popolazione palestinese e la visita del cardinale Pizzaballa a Taybeh. In Libano, Israele minaccia nuovi attacchi dopo il venir meno della tregua.

Il conflitto mediorientale torna a salire di tensione lungo più direttrici contemporaneamente. Dall’Iran al Libano, passando per la Cisgiordania, le dichiarazioni e le iniziative delle parti delineano uno scenario nel quale i margini della diplomazia appaiono sempre più fragili, mentre il rischio di nuove escalation resta concreto.

A Teheran, il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha annunciato una ricompensa di 30mila dollari per chiunque, tra le forze iraniane, riesca a catturare o uccidere un militare statunitense. L’annuncio, rilanciato dall’agenzia Fars, rappresenta un ulteriore elemento di esasperazione dello scontro tra Iran e Stati Uniti e porta il confronto sul terreno delle minacce dirette contro il personale militare americano.

Il messaggio arriva mentre emergono nuovi dettagli sui tentativi, rimasti finora dietro le quinte, di mantenere aperto un possibile canale negoziale tra Washington e Teheran.

Secondo quanto riferisce Axios, a metà maggio, proprio nei giorni più delicati dei negoziati per arrivare a una conclusione del conflitto, l’amministrazione americana avrebbe valutato una strada diplomatica non convenzionale: aggirare i normali canali ufficiali per cercare un contatto diretto con la leadership dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), uno dei centri di potere più influenti della Repubblica islamica.

A favorire il possibile contatto sarebbe stato, secondo la ricostruzione, Nechirvan Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno. Un tentativo che fotografa la complessità dei rapporti di forza all’interno del sistema iraniano e, allo stesso tempo, la ricerca americana di interlocutori capaci di incidere realmente sulle decisioni di Teheran.

Il richiamo del Papa sulla Cisgiordania

Sul versante israelo-palestinese è intervenuto Papa Leone XIV, con un nuovo appello rivolto alla comunità internazionale.

Il Pontefice ha chiesto la fine delle «ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania», sollecitando al tempo stesso un’accelerazione degli sforzi diplomatici per arrivare alla soluzione dei due Stati. L’obiettivo indicato è quello di una «pace giusta e duratura», in un momento nel quale la situazione sul terreno continua a mettere sotto pressione la prospettiva di una soluzione politica del conflitto.

L’appello papale si intreccia con la visita del patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, a Taybeh, località cristiana della Cisgiordania. Nel corso della visita, Pizzaballa ha assicurato l’impegno a fare «il possibile per tutelare la presenza cristiana», richiamando l’attenzione sulla condizione delle comunità cristiane locali, che vivono in un contesto segnato da crescente insicurezza e tensioni.

Libano, tregua sempre più fragile

Intanto, anche il fronte libanese torna a preoccupare. La tregua appare ormai gravemente compromessa e il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha minacciato nuovi attacchi.

Le dichiarazioni israeliane confermano quanto sia instabile l’equilibrio raggiunto sul terreno e quanto il fronte tra Israele e Libano rischi di trasformarsi nuovamente in un teatro di confronto aperto. La prospettiva di nuovi raid aggiunge così un’altra variabile a una crisi già frammentata su più fronti.

Il quadro complessivo resta dunque estremamente delicato: da una parte le minacce iraniane contro i militari americani e i tentativi riservati di mantenere un filo negoziale; dall’altra la crescente pressione sulla popolazione palestinese, l’allarme per la sicurezza delle comunità cristiane e il rischio di una nuova escalation in Libano.

In un Medio Oriente nel quale i canali diplomatici sembrano procedere a fatica, ogni dichiarazione può diventare un segnale di apertura oppure un ulteriore passo verso l’escalation. E il confine tra le due possibilità appare, ancora una volta, sempre più sottile.

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