A cura di Daniele Cappa
Giorgia Meloni non lascia mai passare un’occasione per mettersi al centro del quadro, anche quando sarebbe opportuno ridimensionare il tono e la misura. Stavolta il pretesto arriva da una frase di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, che in un’intervista l’ha definita “la cortigiana di Donald Trump”. Parole discutibili, certo, ma la premier ha deciso di trasformarle in un caso nazionale.
«Evidentemente obnubilato da un rancore montante – ha scritto Meloni sui social – mi definisce in televisione una cortigiana. Ecco a voi un’altra splendida diapositiva della sinistra. Quella che per decenni ci ha fatto la morale sul rispetto delle donne, ma che poi, per criticare una donna, in mancanza di argomenti, le dà della prostituta».
Una replica che mescola indignazione, moralismo e un certo gusto per la scena. Meloni inquadra Landini come il simbolo della “sinistra ipocrita” e, nel farlo, sposta abilmente l’attenzione dal merito della critica al terreno che le è più congeniale: quello del vittimismo identitario, dove ogni dissenso si trasforma in un insulto personale, e ogni polemica diventa un’occasione per incensare se stessa.
Certo, il termine usato dal leader sindacale è pesante e mal scelto. Ma la premier, ancora una volta, preferisce recitare il copione che conosce meglio: quello della donna sola contro tutti, del capo del governo che si erge a difensore del decoro femminile mentre, con la stessa disinvoltura, liquida da mesi le contestazioni su economia, diritti, libertà d’informazione e giustizia sociale come “attacchi alla patria”.
Questa tendenza alla distorsione, al ribaltamento semantico dei fatti, è ormai un tratto distintivo del suo modo di fare politica. L’arte della contro-narrazione – o, più semplicemente, della confusione retorica – le ha permesso di occupare il centro della scena con un racconto vittorioso ma fragile, fondato più sull’emotività che sulla chiarezza. Di bugie e mezze verità, in questi anni, la premier ha riempito pagine e pagine di dibattiti politici, stancando perfino chi inizialmente l’aveva guardata con curiosità.
Eppure, mentre si indigna per l’offesa ricevuta, Meloni ha anche un altro motivo per specchiarsi compiaciuta. Domenica il suo esecutivo diventerà il terzo più longevo della storia della Repubblica italiana, raggiungendo il primato del primo governo Craxi (1983-1986). Un traguardo che la premier non mancherà di esibire come prova di solidità e continuità, benché il Paese reale, tra inflazione, precarietà e tensioni sociali, racconti un’altra storia.
Davanti restano solo i governi Berlusconi – il secondo e il quarto – con 1.412 e 1.287 giorni di durata. Meloni ha toccato quota 1.093: un record di resistenza più che di risultati. E come accadde al leader socialista, anche lei mostra una certa propensione all’autoincensamento. Ama celebrare la propria longevità come segno di stabilità, ma è una stabilità che, come spesso accade nella politica italiana, si regge su fragili equilibri di potere e su una macchina comunicativa instancabile.
In fondo, Giorgia Meloni, come Craxi allora, sa che l’immagine conta più della sostanza. E se serve evocare Landini, la sinistra, la “donna insultata” o persino Donald Trump per mantenere acceso il riflettore, non esita a farlo. Anche perché, più che difendere la dignità del ruolo, sembra sempre più impegnata a difendere il proprio mito.
