5 Dicembre 2025, venerdì
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Gimbe: “Sanità pubblica in agonia. In tre anni tagli per 13 miliardi e un italiano su due rinuncia alle cure”

L’ottavo Rapporto della Fondazione guidata da Nino Cartabellotta, presentato alla Camera, fotografa un Servizio Sanitario Nazionale in crisi strutturale: diseguaglianze territoriali, carenza di infermieri, ritardi nel PNRR e crescita inarrestabile della spesa privata. Solo tredici Regioni rispettano i Livelli Essenziali di Assistenza.

La sanità pubblica italiana sta lentamente scivolando verso una crisi strutturale, con un sistema sempre più indebolito e una crescente dipendenza dal settore privato. È questo l’allarme lanciato dall’ottavo Rapporto Gimbe sulla sostenibilità e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), presentato alla Camera dei Deputati dal presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta.

Negli ultimi tre anni, il Ssn ha perso 13,1 miliardi di euro, mentre la spesa sanitaria privata ha raggiunto quota 41,3 miliardi, interamente a carico delle famiglie. Un italiano su dieci ha dovuto rinunciare alle cure, e la forbice delle disuguaglianze territoriali e sociali si allarga.

“Se è vero che tra il 2023 e il 2025 il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 11,1 miliardi – ha spiegato Cartabellotta – è altrettanto vero che la quota di Pil destinata alla sanità è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% nel 2023, per stabilizzarsi al 6,1% nel biennio 2024-2025. In termini reali, significa aver sottratto al sistema pubblico 13,1 miliardi di euro”.

Una tendenza che, secondo Gimbe, sta portando a “uno smantellamento lento ma inesorabile” del Servizio Sanitario Nazionale, aprendo sempre più spazio agli interessi privati. “Continuare a distogliere lo sguardo – ha aggiunto Cartabellotta – significa condannare milioni di persone a rinunciare alle cure e al diritto fondamentale alla salute”.

La “lenta agonia” del Ssn

Il presidente di Gimbe non risparmia critiche alle scelte politiche degli ultimi anni. “Nessun governo – denuncia – ha mostrato finora la visione e la determinazione necessarie per rilanciare il Ssn con risorse adeguate e riforme strutturali. Ne derivano disuguaglianze crescenti, famiglie schiacciate da spese insostenibili, personale demotivato e cittadini costretti a rivolgersi al privato o, nei casi peggiori, a rinunciare alle cure”.

Per Cartabellotta, il futuro della sanità pubblica “si gioca su una scelta politica netta: considerare la salute un investimento strategico o continuare a trattarla come un costo da comprimere”.

La Fondazione invoca una convergenza di sforzi tra Governo, Regioni e Asl per trasformare le risorse in servizi reali e accessibili, mettendo in guardia contro il rischio di lasciare “in eredità alle future generazioni strutture vuote e un pesante indebitamento”.

Italia spaccata: solo 13 Regioni rispettano i Lea

Il Rapporto Gimbe fotografa un Paese diviso in due: nel 2023 solo tredici Regioni hanno rispettato i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), ovvero le prestazioni e i servizi che devono essere garantiti a tutti i cittadini, gratuitamente o previo pagamento di un ticket.

Al Sud, si salvano soltanto Puglia, Campania e Sardegna. Tutte le altre Regioni meridionali risultano inadempienti, con conseguenze dirette sulla qualità dell’assistenza e sulla mobilità sanitaria: nel 2022, il valore complessivo della mobilità tra Regioni ha superato i 5 miliardi di euro. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto concentrano il 94,1% del saldo attivo, mentre cinque Regioni del Sud (Abruzzo, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) insieme al Lazio accumulano il 78,8% del saldo passivo, con deficit superiori ai 100 milioni di euro.

Un divario che si riflette anche sull’aspettativa di vita: le stime Istat per il 2024 indicano una media nazionale di 83,4 anni, ma con profonde differenze regionali – dagli 84,7 anni della Provincia autonoma di Trento agli 81,7 della Campania. “Un gap di tre anni – sottolinea Cartabellotta – che testimonia la bassa qualità dei servizi sanitari nel Mezzogiorno e il fallimento dei Piani di rientro e dei Commissariamenti. Qui i cittadini vivono una sanità peggiore, devono spostarsi per curarsi e, paradossalmente, pagano imposte regionali più alte”.

Carenza di infermieri e crisi della medicina generale

Sul fronte del personale, l’Italia resta in linea con la media europea per numero di medici, ma è gravemente carente di infermieri: 6,5 ogni mille abitanti, contro una media Ocse di 9,5. A soffrire è anche la medicina di base, con oltre 5.500 medici di famiglia mancanti.

“È incomprensibile – osserva Cartabellotta – formare più medici senza prima affrontare la fuga dalla sanità pubblica, dovuta a condizioni di lavoro e retribuzioni sempre meno attrattive”.

La riforma dell’assistenza territoriale, sostenuta dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), procede con forti ritardi: al 30 giugno 2025 solo il 4,4% delle Case della Comunità risulta pienamente operativo e appena il 2,7% dispone di personale medico e infermieristico. Gli Ospedali di Comunità attivi sono il 26%, ma restano forti incertezze sul reperimento del personale necessario e sulla disponibilità dei medici di famiglia a operare all’interno di queste nuove strutture.

Un ritardo che, secondo Gimbe, rischia di vanificare le finalità stesse del PNRR in campo sanitario: potenziare la medicina di prossimità e garantire cure territoriali diffuse, accessibili e integrate.

Una sanità sempre più a due velocità

Il quadro tracciato da Gimbe è quello di una sanità a due velocità, dove l’accesso alle cure e la qualità dei servizi dipendono sempre più dal reddito e dal codice di avviamento postale. L’aumento della spesa privata, la carenza di personale e la riduzione della spesa pubblica minano le fondamenta del principio di universalità del sistema.

“Il rischio – conclude Cartabellotta – è di consegnare alle future generazioni una sanità pubblica svuotata, dove il diritto alla salute si trasforma da bene comune in privilegio per pochi”.

Il messaggio che arriva da Gimbe è chiaro: senza un cambio di rotta immediato, la “lenta agonia” del Servizio Sanitario Nazionale potrebbe presto diventare un punto di non ritorno.

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