Un’ora scarsa, ma sufficiente per dettare titoli e agende politiche. All’Assemblea generale dell’Onu, il presidente americano Donald Trump ha trasformato il suo discorso in un atto d’accusa contro le istituzioni internazionali e in una rivendicazione dei propri successi. Con il suo stile diretto, spesso tagliente, Trump ha accusato l’Onu di produrre soltanto “lettere con parole vuote, che non fermano le guerre”, rivendicando invece di aver chiuso “sette conflitti senza alcun aiuto delle Nazioni Unite”. E, con la consueta enfasi, ha aggiunto: “Merito il Premio Nobel”.
Le parole hanno provocato reazioni contrastanti in sala, tra mormorii e qualche sorriso ironico, ma il presidente non ha arretrato, anzi ha alzato il tiro contro gli alleati europei, accusati di portare avanti politiche migratorie che condurrebbero al disastro: “Dobbiamo mettere fine all’esperimento fallito dei confini aperti, altrimenti i vostri Paesi andranno all’inferno”. L’invito, chiarissimo, è quello di seguire il modello americano, da lui difeso come unica via efficace per garantire sicurezza e stabilità.
Ampio spazio è stato dedicato alle principali crisi globali. Sul conflitto israelo-palestinese, Trump ha ribadito la linea di massima fermezza: “Riconoscere la Palestina significherebbe ricompensare Hamas”. Ha poi invocato la liberazione immediata degli ostaggi, condizione irrinunciabile per qualsiasi progresso diplomatico.
Sul fronte ucraino, il presidente ha confermato disponibilità ad adottare ulteriori sanzioni contro la Russia di Vladimir Putin, precisando tuttavia che “il mondo deve fare lo stesso”. Un chiaro messaggio agli alleati, chiamati a condividere lo sforzo senza tentennamenti.
A completare il quadro, il richiamo alla politica interna americana portata sul palcoscenico globale: Trump ha ricordato il decreto con cui la Casa Bianca ha designato Antifa, movimento antifascista radicale, come organizzazione terroristica. Una decisione destinata a far discutere, ma che il presidente ha presentato come prova della sua fermezza nella difesa dell’ordine e della sicurezza.
In meno di un’ora, Trump ha dunque impresso il suo marchio sull’Assemblea generale: duro con l’Onu, severo con l’Europa, inflessibile su Gaza e Mosca. Il suo discorso ha avuto i toni del comizio, con una forte componente personale e un filo conduttore chiaro: l’idea che il presidente degli Stati Uniti sia l’unico vero garante della pace e della sicurezza internazionale, a dispetto delle istituzioni multilaterali.
Il messaggio che resta, al di là delle formule roboanti, è duplice: da un lato il rifiuto della diplomazia tradizionale e dei suoi rituali, dall’altro la volontà di presentarsi al mondo come il leader che agisce dove gli altri esitano. Una narrazione che Trump, da presidente, continua a coltivare con la consueta determinazione.
