Roma – Trentadue anni dopo l’assassinio di don Pino Puglisi, la mafia ha mutato forma, ma non ha perso potere. Il ricordo del parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, freddato da un sicario di Cosa nostra il 15 settembre 1993, resta una pietra miliare nella storia civile italiana. Ed è proprio su questa memoria che Sandro Ruotolo, europarlamentare del Partito Democratico e responsabile nazionale per la Memoria, ha voluto oggi richiamare l’attenzione, sottolineando come il volto della criminalità organizzata sia oggi più subdolo, meno appariscente, ma ancora profondamente radicato nel tessuto del Paese.
“Oggi ricordiamo l’anniversario dell’omicidio di Don Pino Puglisi, ucciso a Palermo 32 anni fa – ha dichiarato Ruotolo –. Fu l’ultimo omicidio eccellente della stagione segnata dalla dittatura dei corleonesi dentro Cosa nostra”. Una stagione di sangue che, con le stragi di Capaci e via D’Amelio, aveva fatto tremare lo Stato e lasciato un segno incancellabile nella coscienza collettiva.
Una mafia che si trasforma, ma non arretra
La riflessione di Ruotolo si colloca in un momento storico in cui il volto della criminalità organizzata si è profondamente evoluto. “Da allora la mafia è cambiata – prosegue –. E nel frattempo in Italia è cresciuta una cultura della legalità che ha messo radici profonde”. Il riferimento è a una rete diffusa di presìdi civici, associazioni, scuole, amministrazioni locali e semplici cittadini che in questi tre decenni hanno costruito un argine culturale contro le logiche mafiose.
Tuttavia, l’europarlamentare ammonisce: “Non possiamo illuderci di aver già sconfitto la mafia”. Perché se oggi le organizzazioni criminali uccidono meno, è anche perché hanno imparato a mimetizzarsi meglio. “Oggi essa si muove dentro l’economia legale, nel cybercrime, uccide meno ma resta presente e soffocante”.
Le nuove mafie, più silenziose e meno sanguinarie rispetto al passato, si muovono in ambiti in cui la repressione giudiziaria e l’allerta mediatica faticano a raggiungerle: appalti pubblici, sanità, edilizia, gestione dei rifiuti, commercio, gioco d’azzardo, servizi digitali, traffici finanziari. E soprattutto, infiltrazione sistemica nei gangli della pubblica amministrazione.
“Pensate a come si è infiltrata nelle nostre istituzioni, negli enti locali, nelle ASL”, denuncia Ruotolo. Non solo una minaccia criminale, dunque, ma un problema sistemico, che tocca l’efficienza dello Stato, la trasparenza democratica, il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
La sfida decisiva: la cultura
Per Ruotolo, il cuore della lotta alla mafia non sta solo nell’azione repressiva, indispensabile ma non autosufficiente. “Dobbiamo combattere la cultura mafiosa che ancora si annida nei nostri quartieri e nelle nostre città: una battaglia più difficile, ma decisiva”, afferma.
La cultura mafiosa, infatti, sopravvive e si riproduce anche dove la mafia non spara più. Vive nel silenzio omertoso, nella diffidenza verso lo Stato, nella ricerca del favore del potente locale, nella normalizzazione della raccomandazione, del clientelismo, della sopraffazione. È la cultura dell’“a me che me ne importa”, del “meglio non parlare”, dell’“è sempre stato così”. È in questi vuoti che le mafie continuano a prosperare, spesso senza bisogno di minacciare con la forza.
Per questo, afferma Ruotolo, la sfida culturale “è quella che dobbiamo vincere per rendere davvero libero e giusto il nostro Paese”.
La lezione di Don Pino Puglisi: un’eredità ancora viva
Don Pino Puglisi rappresenta il simbolo di questa battaglia culturale. Parroco a Brancaccio, in uno dei quartieri più difficili di Palermo, non si limitò alla predicazione religiosa. Fondò centri educativi, aprì le porte della parrocchia ai bambini, parlò apertamente di legalità, di diritti, di giustizia, rompendo il muro di omertà che proteggeva il potere mafioso sul territorio.
Il suo impegno, laico e coraggioso, lo rese un nemico per Cosa nostra. Fu ucciso il giorno del suo 56esimo compleanno, con un colpo di pistola alla nuca. “Me lo aspettavo”, disse sorridendo al killer che lo fermò sotto casa. Parole che ne hanno fatto un martire civile, beatificato dalla Chiesa nel 2013 e riconosciuto da tutta la società come un esempio di resistenza morale.
Ruotolo: “Mai abbassare la guardia”
Il messaggio lanciato oggi da Sandro Ruotolo è chiaro: la lotta alla mafia non può fermarsi al successo delle operazioni giudiziarie. Deve entrare nelle scuole, nelle università, nei consigli comunali, nelle imprese, nei mezzi di comunicazione. Deve essere alimentata dalla memoria attiva, dalla formazione civica, dalla partecipazione quotidiana.
Ricordare Don Puglisi non significa solo commemorare una vittima. Significa assumere l’impegno di proseguire la sua opera, nella consapevolezza che la mafia non è solo un’organizzazione criminale, ma anche – e forse soprattutto – un modo di pensare e di vivere.
Oggi, trentadue anni dopo quel delitto, la memoria è ancora uno strumento di lotta. “Mai come oggi – conclude Ruotolo – è necessario continuare a parlare di legalità, di giustizia, di diritti. Perché dove c’è memoria, c’è anche resistenza. E dove c’è resistenza, c’è possibilità di futuro”.
